Il non prezzo della privacy ha un prezzo

di a cura di Carlo Piana - 10 luglio 2014

Qual è il prezzo della privacy? Ce lo chiediamo in molti e nessuno riesce a fornire una risposta. Un problema non da poco dato che la privacy sembra essere il bene di scambio per eccellenza nel mercato dei servizi Internet. Pensare che servizi come Facebook e Gmail siano gratuiti per il semplice fatto che non richiedono una transazione monetaria è una delle grandi ingenuità dei nostri tempi. “Sono gratis perché ti fanno vedere la pubblicità e quindi si ripagano in quel modo” obbiettano i più miopi tra gli ingenui, senza sapere che l'aspetto dell'advertising in sé è solo marginale nel modello di business di questi soggetti. La forza di questo modello non è tanto infilare dei banner pubblicitari nei siti (che a ben vedere è alla portata di tutti), quanto far apparire il banner giusto, alla persona giusta, nel momento giusto e nelle modalità giuste. E per fare ciò devi sapere davvero tante cose sui tuoi singoli utenti.

Come si fa a farsi dare tutte queste informazioni dai tuoi utenti? Semplice: dai loro un servizio estremamente “cool” e gli dici che è gratis; basta che loro clicchino su “accetta” alla fine di un lungo e noioso testo in linguaggio “legalese” scritto a corpo 4. Si chiama libertà di autodeterminazione, cioè quel principio che permette a individui adulti e nel pieno delle loro facoltà di disporre dei loro diritti e dei loro beni. Il gioco è fatto.

“Tutti” contenti, quindi: gli utenti felici del loro servizio “superfico” e gratuito, il gestore del servizio (che normalmente sta negli Usa) felice di poter fare il suo business con il consenso dell'utente. Che questo consenso sia basato su una reale consapevolezza delle dinamiche giuridico-economiche sottese è un altro problema. Un grosso problema, dato che quella della concorrenza è solo una pia illusione. Infatti, chi non accetta queste regole del gioco spesso non ha adeguate alternative e quindi può solo affidarsi a servizi molto meno “cool” e performanti e rimanere tagliato fuori da alcuni circuiti, spesso vitali per la promozione della propria attività. Insomma, come qualcuno ha più volte segnalato, i servizi web-based e il cloud computing, senza le dovute accortezze, rischiano di trasformarsi in vere e proprie trappole tecnologiche per gli utenti.

In questo scenario però si inseriscono alcuni casi in cui la libertà di scelta dell'utente è ancor più complessa e uno dei più mastodontici è tornato di recente agli onori della cronaca grazie a un'articolata email postata da Luciano Paccagnella (docente all’Università degli studi di Torino) nella lista di discussione del Centro Nexa di Torino. Il tema è quello della migrazione di molti atenei italiani dal loro vecchio sistema di posta elettronica a Gmail, aderendo all'offerta educational predisposta da Google specificamente per scuole e università. Paccagnella mette in luce tutte le principali note dolenti di questa scelta, estendendo e approfondendo quanto un paio di anni fa era già stato segnalato da Andrea Rossetti relativamente al caso Bicocca.

A rendere ancora più delicata la questione è il fatto che in casi del genere la privacy in gioco non è quella di privati cittadini ma di utenti di un pubblico servizio, i quali da un momento all'altro, senza molta possibilità di scelta e con pochi giorni di preavviso, trovano la loro vecchia casella email universitaria convertita in una casella Gmail. Ciò, come tutte le cose, si porta dietro alcuni pro e alcuni contro; solo che in questo caso i pro (a livello di performance e di “coolness”) sono ben visibili a tutti, mentre i contro sono visibili solo a quegli utenti dotati di una maggiore attenzione alle dinamiche descritte poco fa. Questi ultimi, mostruosamente in minoranza rispetto agli altri, non possono far altro che adeguarsi a questo “prendere o lasciare”.

La decisione è stata presa nei piani alti dell'ateneo e presentata agli utenti a giochi fatti. Non siamo quindi di fronte a un individuo che liberamente cede la sua privacy in cambio di un servizio gratuito, ma di un ente pubblico (sostenuto anche e soprattutto dalle tasse versate dagli utenti stessi) che cede la privacy dei suoi utenti a un soggetto privato.

Come uscirne? Alcuni suggeriscono che basterebbe fare una gara a evidenza pubblica per raccogliere e confrontare le offerte di vari fornitori di servizi mail. Certo, in linea di principio è così; ma la gara dovrebbe avere tra i suoi parametri di valutazione principali anche le policy sulla privacy. Altrimenti sarebbe una gara inutile; infatti, chi può seriamente tenere testa a Google su altri piani?

E a ben vedere, se si tira in ballo la privacy (e qui non vedo come si possa farne a meno) bisogna farlo seriamente, considerando tutte le sue sfaccettature e tutte le regole poste per la sua salvaguardia: dalla nomina del responsabile del trattamento, a una piena informativa dei soggetti a cui verranno condivisi i dati, dal confinamento dei dati all’interno dell’Europa, all'effettiva possibilità di ottenerne la cancellazione e anonimizzazione definitiva. Queste regole, come sappiamo, sono ben più stringenti in ambito europeo piuttosto che in ambito statunitense; ciò nonostante i soggetti Usa devono tenerne conto quando operano nell’Ue. Che questi soggetti non conoscano o facciano finta di non conoscere queste norme è un conto; ma che anche le istituzioni pubbliche locali (come nel caso descritto le università) concedano loro di agire così indisturbate è tutt’altra faccenda.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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