La Siae ci vuole pagare e non ci trova

di a cura di Carlo Piana - 29 settembre 2014

La Siae raccoglie un “equo compenso” per la (foto)copia privata di opere soggette al diritto d’autore e questo compenso dovrebbe girare agli autori stessi (meno una provvigione del 20%). Siccome tale compenso viene imposto indipendentemente dal fatto di essere associati o mandanti Siae, questa non riesce sempre a girare quanto raccolto a chi ne ha diritto, per cui ha pubblicato un elenco in cui ci potresti essere tu, lettore. Come mai?

Tutto è partito da un articolo di Guido Scorza, avvocato e giornalista, da tempo impegnato a segnalare i malfunzionamenti della collecting society italiana. La questione sollevata questa volta riguarda appunto le modalità di ripartizione dei “proventi da reprografia” agli autori che ne hanno diritto. La replica ufficiale della Siae, nella forma di un comunicato molto dettagliato (e abbastanza scocciato nei toni) a firma del Direttore Generale Blandini, non ha tardato ad arrivare; cosa che tra l’altro non succede spesso, dato che di solito la dirigenza dell’ente tende a non alimentare troppo il clamore su queste vicende.

Tuttavia, al di là della diatriba “Scorza vs Siae” in sé, nel cui merito non vorrei molto entrare, mi interessa fare un po’ di chiarezza sul background della questione, a beneficio di coloro che non hanno ben chiaro di cosa si sta discutendo. Molti in questi giorni mi hanno scritto chiedendomi banalmente che cosa sia la “reprografia” e quali diritti riguardi.

“Reprografia” altro non è che un termine un po’ più tecnico e generico per definire strumenti come la fotocopia o il ciclostile che consentono di realizzare copie analogiche di libri e altri prodotti editoriali. I diritti legati alla reprografia hanno radici nella legge n. 248/2000, la quale, introducendo modifiche nella legge n. 633/1941 (Legge sul diritto d’autore) ha stabilito che la fotocopiatura dei volumi e fascicoli di periodici è consentito senza la preventiva autorizzazione degli aventi diritto, purché effettuata per uso personale ed entro il limite massimo del 15%. La stessa legge ha affidato alla Siae il compito di incassare e ripartire detti diritti in base agli accordi stipulati ad hoc con le associazioni rappresentative delle parti interessate (autori, editori ed utilizzatori).

La questione è però più complessa di quello che sembra, dato che non entra in gioco solo la Siae ma anche tutta una serie di associazioni di categoria di autori ed editori (come Aie, Sns, Slsi e Uil-Unsa) che dovrebbero fare da intermediari nella ripartizione; ma soprattutto la Siae si trova a dover gestire anche diritti di autori (e si parla di migliaia sparsi in tutto il mondo) che non le hanno direttamente dato mandato in tal senso. In altre parole se da un lato Tizio è associato o mandante Siae ha contestualmente fornito all’ente tutti i dati necessari per effettuare la rendicontazione e i pagamenti; dall’altro Caio ha pubblicato alcuni libri senza avere rapporti con Siae e adesso dovrebbe comunque riscuotere quanto gli spetta come autore. Ecco che quindi emerge il dubbio di come corrispondere a soggetti come Caio i proventi raccolti negli anni. Un dubbio di indiscutibile serietà, dal momento che, da quanto segnala Scorza, si parlerebbe di circa 22 milioni di euro raccolti solo negli ultimi sette anni.

La soluzione scelta da Siae è stata quella di pubblicare sul suo sito un database degli autori risultati “irreperibili” e una serie di moduli da compilare con cui gli autori in questione possono appalesarsi e fornire tutti dati necessari, compreso l’Iban. La scelta del termine “irreperibili” non è stata a ben vedere la più azzeccata dato che, come è possibile notare con una semplice ricerca, tra questi autori ci sono anche nomi come Barack Obama e Matteo Renzi (che appunto hanno firmato alcune pubblicazioni come autori). Blandini ha voluto precisare che con “irreperibili” si è voluto genericamente intendere qualsiasi autore di cui non si avessero dati completi e certi (anche per evitare casi di omonimia), ma questo non è stato sufficiente a evitare facile ironia in rete.

Io sul database ci sono andato, e dopo aver messo i nomi più bizzarri per fare qualche esperimento, ho provato a mettere il mio nome, scoprendo così che in realtà... ci sono anch’io! Ci sono per una sola delle mie varie pubblicazioni (la prima versione di “Creative Commons: manuale operativo” edita da Stampa Alternativa), ma ci sono. Davvero curioso, dato che anche in quel caso si trattava di un libro sotto licenza open content, di cui quindi era concessa a priori la possibilità di effettuare copie anche sotto forma di fotocopie. Ad ogni modo, per mera curiosità, ho provveduto lo stesso a compilare e inviare i moduli. Vediamo cosa succede e quale tesoretto mi spetta.

A dire il vero, a suo tempo mi ero già scontrato con l’assurdità del sistema di raccolta dei proventi da reprografia, un sistema che avevo scoperto sulla mia pelle essere basato sul pagamento di strani bollini da apporre sulle fotocopie (e a quanto sembra, ignorato e trascurato da molti). Se non li avete mai visti o non ne avete mai sentito parlare, vi invito a leggere questo mio vecchio post abbastanza emblematico.

E vi lancio un suggerimento: se per caso avete pubblicato una monografia o un saggio o anche un libro di poesie, fate un giro sul sito della Siae e provate a mettere il vostro nome. Non si sa mai che vi arrivi qualche piacevole sorpresa.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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