Digitalizzazione PA: lo strano caso del Processo Civile Telematico

di a cura di Carlo Piana - 3 novembre 2014

Lo scorso 30 giugno il nostro premier Renzi ha enfaticamente annunciato che «avremmo potuto essere qui a mezzanotte per dare il primo click per il via al processo civile telematico. Lo facciamo ora: da mezzanotte parte il processo civile telematico, parte formalmente la riforma». Questo, ha aggiunto Renzi, «segna l’addio dai tribunali pieni di scartoffie».

Ormai siamo abituati a prendere gli annunci dei governi e a ridurne la portata di due-tre-quattro volte per renderli un po' più aderenti alla realtà dei fatti.

Anche questo caso non fa eccezione, e gli operatori del diritto lo sanno bene: se non altro perché il processo civile telematico (Pct) non è partito lo scorso giugno, ma ben otto anni fa (anzi, la norma istitutiva è del lontano 2001), e ancora arranca sia a livello tecnico che normativo-giurisprudenziale. Non un esempio ideale di digitalizzazione.

In teoria l'idea è ottima: informatizzare l'intero procedimento civile in modo da ridurre i costi burocratici e di gestione del processo sia per le cancellerie dei tribunali (che non saranno più sepolti dalle carte) sia per gli avvocati (che potranno depositare gli atti standosene comodamente in studio senza più necessità di nominare domiciliatari fuori foro, costringere segretarie e praticanti a lunghe code in cancelleria, e così via).

Anche l'idea migliore però necessita di essere implementata come si deve per funzionare, ed è qui che, come si dice, casca l'asino.

La novità del governo Renzi è che nei procedimenti instaurati successivamente al 30 giugno sarà obbligatorio depositare alcune tipologie di atti in forma telematica (mentre prima il deposito telematico era possibile ma facoltativo), mentre per altri atti l'avvocato potrà ancora optare per il deposito cartaceo tradizionale – ma questo solo sino al 31 dicembre 2014, perché successivamente tutti gli atti – ma solo per i procedimenti instaurati dopo il 30 giugno 2014 – dovranno essere depositati telematicamente. Per i procedimenti più vecchi, invece, l'opzione “telematica” rimane una facoltà per i difensori.

Già questa scelta di introdurre l'obbligatorietà “a pezzi” e non per tutti i processi lascia perplessi, perché potenzialmente foriera di confusione per giudici e avvocati (se non altro per capire, in ciascun processo, chi ha depositato cosa e dove – se nel fascicolo cartaceo o in quello informatico).

Ma scendendo più nel dettaglio delle recenti riforme, la confusione rischia di aumentare molto di più.

Per esempio, fermo restando che i depositi obbligatoriamente telematici sono validi e ammissibili, è sorto un problema per quelli facoltativi: infatti, secondo una recente circolare del Ministero, un decreto ministeriale prevederebbe che gli uffici giudiziari debbano ottenere un'apposita abilitazione dalla Direzione Generale dei servizi informatici del Ministero (Dgsia) per poter accettare i depositi telematici non ancora previsti come obbligatori.

Tuttavia ci sono Tribunali (per esempio Milano e Brescia) che li ritengono comunque ammissibili (e correttamente, a parere della generalità dei commentatori), in quanto un organo amministrativo non può avere competenza a decidere in materia processuale, né esiste alcuna norma legislativa o regolamentare che gli attribuisca tale potere.

Altri Tribunali invece (per esempio Foggia, Torino, Pavia, Padova) ne dichiarano l'inammissibilità (seguendo la discutibile interpretazione data dal Ministero), e ciò anche ove il deposito sia andato tecnicamente a buon fine e correttamente inserito dalla cancelleria nel fascicolo informatico: con conseguenze gravissime (contumacia, causa potenzialmente persa per impossibilità di difendersi) per i difensori che abbiano “osato” depositare telematicamente senza prima verificare che quello specifico tribunale sia fornito di apposita “abilitazione” ministeriale (si ripete, non richiesta da alcuna norma legislativa o regolamentare) e quale orientamento abbia adottato (se lo ha adottato) in materia di depositi telematici.

A una normativa stratificata, spesso confusa e contraddittoria (di cui il caso sopra citato è solo uno dei tanti esempi) si aggiungono tutti i problemi di funzionamento dell'intero sistema e l'impreparazione delle cancellerie a gestire le anomalie tecniche, che probabilmente in futuro costituiranno il vero scoglio dove andrà a sbattere (speriamo, senza affondare) il processo telematico quando i depositi telematici diventeranno definitivamente obbligatori.

Secondo l'esperienza di chi scrive, per esempio, il sistema attualmente pare non accettare la costituzione simultanea di più difensori per la stessa parte (cioè nel caso in cui più avvocati difendano congiuntamente il medesimo soggetto), restituendo un errore. Tale problematica non sembra essere documentata da nessuna parte e un tecnico del Pct mi ha espressamente risposto: «ogni tanto il sistema restituisce degli errori incomprensibili, dovrebbe correggerli manualmente la cancelleria, ma spesso non ci riescono perché non sono in grado...».

Per fare un altro esempio, la documentazione ufficiale prevede che ciascun deposito non debba superare la dimensione di 30 megabyte. Vero, ma in realtà il limite – quasi nessuno lo sa, prima di “sbatterci” contro – è di fatto di circa 15 megabyte, perché (per il particolare sistema di codifica utilizzato dal sistema) gli allegati quasi raddoppiano di dimensione una volta importati nella “busta” telematica.

Al di là che 15 megabyte possono essere pochi o tanti a seconda dei casi (sono pochissimi se, per esempio, devo produrre fotografie ad alta risoluzione o centinaia di pagine di documenti scansionati), va stigmatizzata la strutturale inefficienza di un sistema che occupa il doppio della banda e dello spazio di memorizzazione che sarebbero necessari per la trasmissione e la memorizzazione di atti e documenti, in un sistema giudiziario che ha 9 milioni di procedimenti pendenti (e quindi potenzialmente svariate decine di milioni di depositi telematici all'anno).

Inoltre, chi sviluppa software per studi legali si lamenta che il sistema è insufficientemente o erroneamente documentato e non rispetta gli standard internazionali, con conseguente difficoltà nel realizzare applicazioni lato client che si interfaccino correttamente con il Pct – per cui se qualcosa non funziona come dovrebbe (o non è scritto da nessuna parte come dovrebbe funzionare) è spesso necessario andare per tentativi.

Last but not least, gli operatori del diritto sanno bene che i sistemi informatici del Ministero soffrono già ora di frequenti e prolungate interruzioni di servizio (con conseguente impossibilità di consultare i dati, accettare i depositi, ecc. per ore o giorni di seguito): è prevedibile – salvo un auspicabile radicale adeguamento tecnico delle strutture informatiche – che dette interruzioni siano destinate ad aumentare drammaticamente in futuro, quando il deposito telematico diverrà obbligatorio per tutti gli atti e il sistema sarà sottoposto ad un carico di depositi nemmeno comparabile con quello di oggi.

A tutte le criticità di cui sopra si potrebbe obiettare: è un sistema complesso, ci vorrà necessariamente del tempo ma prima o poi tutto andrà a regime e le scartoffie e le code in cancelleria saranno un lontano ricordo del passato – come auspicato con ottimismo dal nostro premier.

Tuttavia il tempo per la sperimentazione c'è già stato, e non poco (ben otto anni!), ma il sistema soffre ancora di problematiche che dovrebbero caratterizzare una fase di test, e non un sistema già in produzione: il che indica che sicuramente qualcosa non va, e che forse qualcuno non ha fatto bene il proprio mestiere.

Generalmente, chi fa un software inefficiente e denotato da scarsa interoperabilità, lo fa o per incompetenza, o perché vincolato a scelte tecnologiche sbagliate, o per creare un lock-in sugli utenti e ostacolare chi voglia sviluppare applicazioni interoperabili. Se il funzionamento di un sistema è astruso, complicato e poco documentato, solo chi lo ha realizzato è in grado di interfacciarsi con esso con facilità, mentre i concorrenti devono fare i salti mortali per capire come funziona. Per questo occorrerebbe che chi sviluppa le piattaforme poi sia tenuto quantomeno a una particolare trasparenza verso il mercato (il caso antitrust Microsoft è in ciò paradigmatico).

In ogni caso è assolutamente necessario che il governo, al di là dei proclami, oltre a semplificare e a razionalizzare la normativa in materia di Pct (per evitare le confusioni interpretative di cui si è accennato sopra), si ponga seriamente il problema di come è stato realizzato e come viene gestito il servizio del Pct, e intervenga di conseguenza; ciò per evitare che gli operatori del diritto (e di riflesso i cittadini) vengano sepolti non più dalle scartoffie ma dai malfunzionamenti di un sistema che, nato per semplificare, rischia di finire per complicare tutto e far rimpiangere il “vecchio” processo cartaceo.

 

Alberto Pianon

 

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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