I dati non sono di nessuno: ebbene sì

di a cura di Carlo Piana - 2 dicembre 2014

Mi occupo di open data da ormai qualche anno, ovviamente con un occhio di riguardo ai risvolti giuridici del fenomeno, e vedo spesso circolare un equivoco di fondo nei vari articoli, nelle varie presentazioni e slide, e ora – ahinoi – anche nei documenti ufficiali (come per esempio nelle linee guida dell’AgID). Si tende infatti a parlare di “tutela del dato”, “titolarità del dato”, “licenze per dati” come se l’oggetto della tutela giuridica fosse appunto il dato.

Come spesso accade, le semplificazioni sono cosa buona quando servono a rendere più comprensibili al grande pubblico anche concetti tecnici e complessi; sono però cosa cattiva quando fanno passare equivoci che rischiano di distorcere la questione nella sostanza. Ecco che in quei casi non si può fare a meno di rispolverare un po’ di sana pignoleria da giurista accademico.

 

NON C’È ALCUNA TUTELA SUI DATI

Diciamolo quindi chiaramente e una volta per tutte: non esiste alcuna tutela giuridica sul dato in sé. I dati “nudi e crudi” e le informazioni che da essi si deducono non sono oggetto di alcun tipo di proprietà intellettuale. Questo in virtù di uno dei principi cardine del diritto d’autore secondo cui il diritto tutela non l’informazione bensì la specifica forma espressiva con cui l’informazione è presentata.

Basti leggere il testo dell’articolo 9, n. 2 dell’accordo Trips: “La protezione del diritto d’autore copre le espressioni e non le idee, i procedimenti, i metodi di funzionamento o i concetti matematici in quanto tali”.

Per fare un esempio abbastanza classico, pensiamo a un manuale di matematica: quanti manuali di matematica esistono in commercio? Da quelli per la scuola primaria a quelli per le scuole di dottorato, da quelli in inglese a quelli in coreano, da quelli che applicano un metodo didattico sperimentale a quelli più tradizionali... Moltissimi; eppure i concetti espressi sono sempre gli stessi, in quanto, come recita un noto adagio popolare, “la matematica non è un’opinione”. Ciò nonostante ciascun manuale riporta in copertina il nome di uno o più autori, i quali vantano legittimamente un pieno copyright sulla loro opera. Il copyright è appunto sulla struttura e organizzazione del manuale, sulle scelte individuali per la disposizione dei vari argomenti, sul modo in cui gli argomenti vengono spiegati, sulle immagini, sulla veste grafica, ecc.; ma non certo sui concetti matematici in sé.

Questo è ancora più vero e più evidente se abbiamo a che fare con una semplice banca dati, con quello che gli informatici chiamano “dataset”: cioè un asettico agglomerato di dati, disposti e organizzati senza particolari criteri creativi.

 

ALLORA PERCHÉ DI PARLA DI TUTELA SUI DATI?

Dunque se i dati non sono protetti sono sempre “open by default”, al di là che si tratti di dati della PA? Non è così semplice. Provate a estrarre e riutilizzare i dati geografici provenienti da Google Maps e ditemi quanti giorni passano prima che un avvocato californiano bussi alla vostra porta.

E allora perché si dice genericamente che esiste una tutela sui dati? In realtà, propriamente la tutela è sulle banche dati e non sui dati. I dati sono tutelati solo e unicamente quando sono raccolti e organizzati in una banca dati; e questa tutela si estrinseca in una forma molto complessa che vede spesso il classico diritto d’autore sovrapporsi a uno strano diritto (chiamato “diritto sui generis”) che copre non solo la riproduzione e la diffusione del database ma anche attività di riutilizzo ed estrazione e re-impiego di parti sostanziali del database. Si tratta di un sistema di tutela davvero contorto e che esiste in questa specifica forma solo nell’Unione Europea; è difficile riassumerlo efficacemente in poche righe, per cui rimando ad altre fonti (come queste mie slide abbastanza schematiche).

Ciò che mi premeva precisare è appunto che, se per comodità e per maggior efficacia semantica vogliamo continuare a parlare di “dati” invece che di “banche dati”, non c’è alcun problema. L’importante è che questo non sia poi fonte di una distorta interpretazione dei presupposti giuridici.

Ne consegue che, in generale, prima di interrogarsi su questioni come la “titolarità del dato” (come ormai normalmente di usa dire) e la licenza utilizzata per rilasciare dei dati, sarebbe sempre meglio prima chiedersi se abbiamo davvero a che fare con qualcosa di tutelato da un diritto di privativa o al contrario con semplici informazioni “sciolte” e sradicate da qualsiasi forma di tutela.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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1 Commenti :

Inviato da Lorenzino Vaccari il 2 dicembre 2014 alle 17:48

Nel momento che strutturo i dati in un certo modo e li distribuisco, allora parte il diritto di autore? Deduco che una banca dati sia anche, per esempio, una tabella CSV perche' comquneue strutturata da qualcouno che ha raccolto i dati e li ha pubblicati. La tutela puo' cosi' essere estesa su ogni tipo di file che contiene dati in modo strutturato, che si puo' dunque considerare una banca dati in quanto il file contiene dati "organizzati".

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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