Legal automation? Dall’avvocato nel cassetto all’avvocato nella rete

di a cura di Carlo Piana - 18 dicembre 2014

Il timore di essere sostituiti da una macchina o da del software non risparmia nemmeno gli avvocati che si occupano di diritto e tecnologia. O forse è loro sogno (o il sogno dei loro clienti)?

Sono vari i casi in cui la rete fornisce servizi legali per così dire “automatizzati” e che quindi non coinvolgono direttamente un essere umano. Ovviamente l'intervento dell'essere umano c'è, ma è solo a monte, nella predisposizione delle logiche attorno alle quali questi servizi vengono realizzati.

Già le stesse Creative Commons rappresentano un prototipo di questo modello, applicato al mondo del copyright e dell'open licensing. Si tratta infatti di un set di sei licenze che un autore può scegliere dal sito (secondo un apposito processo di selezione guidato) e applicare alla propria opera seguendo alcune semplici indicazioni. Nessuna necessità dell'assistenza di un legale; e ovviamente nessun costo per la redazione di una licenza scritta ad hoc.

Spostandoci dall'ambito del diritto d'autore a quello della tutela dei dati personali, un caso abbastanza noto è quello di Iubenda.com, servizio che, secondo quanto viene dichiarato sul sito, permette di generare una privacy policy in tre passaggi e in pochi minuti, senza necessità di alcuna competenza legale. “È così semplice perché il nostro team legale e di sviluppo ha già svolto la gran parte del lavoro, nascondendo tutta la complessità.”, affermano orgogliosi; salvo poi precisare che le loro privacy policy “sono generate in modo automatico, ma ogni parola è continuamente rivista dal nostro team legale.”

Il sito è ben fatto e l'idea in effetti è accattivante e stuzzica la mia curiosità da teorico dell'informatica giuridica, quantomeno per verificarne la performance e misurare a che livello anche il professionista “intellettuale” può ritenersi sostituibile dall'automazione. Il primo dubbio che sorge è relativo alle legislazioni supportate dal servizio; e la risposta si trova in una specifica FAQ in cui si precisa che il testo delle privacy policy “è plasmato secondo le più stringenti legislazioni privacy come il CalOPPA statunitense, la Direttiva Privacy europea, e l'APP australiano”. Ma ovviamente bisogna registrarsi e fare qualche esperimento per capire meglio il funzionamento. Dopo essersi registrati il servizio chiede alcuni dati relativi al sito in cui la policy verrà pubblicata, relativi al soggetto che gestisce il sito e che quindi raccoglie i dati e relativi al tipo di trattamento che verrà effettuato di questi dati. Dopo alcuni passaggi viene infine generata una bozza di policy, della quale viene offerto anche un codice Javascript che è possibile incorporare (embed) nel proprio sito. In questo modo la policy risulta sempre “residente” su Lubenda e quindi monitorata dai loro esperti e più facilmente modificabile.

Come rovescio della stessa medaglia, abbiamo scovato un altro servizio che autoironicamente si definisce “paranoico”. ParanoidPaul.com è infatti un servizio online (attualmente in beta) che permette di tenere monitorati le privacy policy dei vari servizi a cui siamo iscritti o siti che frequentiamo regolarmente. Basta registrarsi e inserire i vari link alle pagine web in cui sono presenti le policy, e il ParanoicoPaul ci invia un messaggio ogni volta che qualcuna di queste viene modificata. Solo dei veri legal-paranoici come noi possono apprezzare l'utilità di questo servizio; ma consigliamo comunque a tutti di provarlo.

Sono utili questi servizi? Sono affidabili? Difficile dare una risposta. Sono degli strumenti; come tali servono se vengono utilizzati per lo scopo per cui sono stati realizzati, e se sono stati realizzati bene per lo scopo per cui sono stati concepiti. Purtroppo (o per fortuna, dal punto di vista di chi ci campa) l’applicazione delle normative è talmente complessa che ancora è difficile ipotizzare tutte le sfumature e tutte le particolarità. Se il servizio si limita, - come fa ParanoidPaul - a fornire uno strumento di analisi (“il testo è cambiato qui e qui”) lo strumento è sicuramente utile e ben concepito, perché fa una cosa abbastanza semplice che una macchina fa sicuramente meglio di un uomo (tenere d’occhio un testo e verificare le differenze). Se il servizio mira a sostituire tutto il lavoro di uno specialista (come invece fa Iubenda) può essere sufficiente o non esserlo, ma alla fine occorre sempre una valutazione “umana”. Un po’ come per le traduzioni automatiche, questi servizi migliorano sempre, spesso danno almeno il senso generale, ma quando falliscono possono anche creare equivoci con effetti dal grottesco al comico.

E quando arriva il Garante e solleva contestazioni, di comico rimane ben poco.

Simone Aliprandi e Carlo Piana

@simonealiprandi

@carlopiana

Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0

 


2 Commenti :

Inviato da Simone Aliprandi il 19 dicembre 2014 alle 10:09

sullo stesso tema segnalo anche "Scoperta elettronica: che impatti avrà, o dovrebbe avere, su giustizia e professioni legali?" http://www.techeconomy.it/2013/02/13/scoperta-elettronica-che-impatti-avra-o-dovrebbe-avere-su-giustizia-e-professioni-legali/

Inviato da Simone Aliprandi il 4 dicembre 2015 alle 14:52

Oggi su LaStampa.it "L’avvocato è ora un’Intelligenza Artificiale, si chiama Peter"

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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