Uber, Uber Pop e le difficoltà della sharing economy

di a cura di Carlo Piana - 20 febbraio 2015

Ancora un caso, e non sarà l’ultimo, in cui un giudice si occupa di un servizio “innovativo”. I titoli dei giornali riportavano una vittoria di Uber, il Giudice di Pace di Genova ha restituito la patente a un conducente del servizio Uber Pop a cui era stata sospesa per esercizio abusivo di attività taxi. La sentenza dà lo spunto per alcune riflessioni più generali sul rapporto contraddittorio tra istituzioni, nuove tecnologie, startup: incensate a parole, avversate in pratica, soprattutto quando si tratta di “sharing economy”.

Intanto una precisazione su quale parte di Uber è stata coinvolta. Uber fa sostanzialmente due cose: coordina e facilita un servizio di noleggio con conducente (Ncc) o “di rimessa” e un fornisce l’infrastruttura tecnologica per un servizio diverso, chiamato Uber Pop, in cui semplici cittadini si iscrivono e offrono passaggi in auto remunerati, in modalità “peer to peer”. La sentenza non riguarda quest’ultima attività.

Una seconda precisazione: la sentenza del Giudice di Pace, a quanto se ne sa (fonte IlSole24Ore) non ha affatto detto che Uber Pop è “legale”, ha semplicemente stabilito che non si tratta di esercizio abusivo di attività di piazza (taxi), abuso oggetto di sanzioni molto gravi, ma di esercizio abusivo di attività Ncc. Le conseguenze sono meno gravi, ma la sentenza non comporta affatto una “liberalizzazione”. Tralasciamo il fatto che si tratta sempre di un Giudice di Pace, non della Cassazione.

Ma a noi interessa sotto un altro profilo. Indubbiamente Uber Pop è un servizio innovativo, reso possibile dall’avanzamento tecnologico sia dei dispositivi mobili e delle relative piattaforme, sia della rete di comunicazione. È un caso di successo. L’obiettivo di quelle iniziative che dovrebbero stare sotto l’ombrello di una legislazione incentivante, prima fra tutte quella sulle startup. Peccato che a un modello potenzialmente di successo ancora una volta si opponga una rete di interessi, burocrazia, diritti esclusivi, riserve, complicazioni, destinate a far fallire tali iniziative. Ne abbiamo discusso in un precedente articolo su AirBnB.

Hai voglia incentivare l’imprenditoria giovanile, le startup... ma se poi queste portano sul mercato soluzioni che non sono praticabili per le mille regole, non ultime quelle fiscali, allora c’è poco da fare. Quello che manca non sono i soldi dei venture capitalist o la voglia di fare. Ciò che manca è una colossale liberalizzazione dei servizi; non solo nominale, ma nei fatti, con una selvaggia sburocratizzazione e deregolamentazione. Poche regole, semplici da osservare, sanzionate pesantemente in caso di inosservanza. Invece, là fuori è una giungla di regole stabilite per le modalità “tradizionali”, che non si adattano a chi innova. È un’esperienza che provano molti professionisti (penso ad avvocati, commercialisti) i quali vogliono innovare facendo altro che decreti ingiuntivi e contabilità conto terzi, qualcosa che personalmente sento molto da quando ho fondato Array.

Ciò che non viene assolutamente incentivata è la “sharing economy” in contrapposizione alla economia del consumo, in un certo senso Uber Pop ne è parte. Nell’economia del consumo vi è un’asimmetria tra chi offre le prestazioni professionali (professionista, fornitore) e chi le riceve (consumatore). Nella sharing economy il privato (ma anche la grande azienda, non fa differenza) condivide qualcosa di suo (tempo, risorse, conoscenza, beni immateriali) con altri privati, ricevendone benefici di natura economica o semplicemente morali, ma non necessariamente un prezzo. Il fisco e il regolatore però non capiscono la sharing economy, perché non c’è uno che fa scontrini o fatture e ha una licenza, una patente, ma due privati che condividono qualcosa che prima veniva venduto: una casa, un passaggio in auto, la cura dei bambini, una connessione wi-fi (!). Quando va bene rende difficili le transazioni, quando va male le osteggia, costringendo chi comunque intende farlo a modalità carbonare o a rischiare.

Ed è così per tutto l’apparato regolamentare. Pensiamo a Bitcoin, la cripto-moneta più famosa. Se se ne parla è normalmente per sollevare paura, incertezza, dubbio. Recentemente anche la Banca d’Italia ne ha sconsigliato l’uso (vedi il provvedimento), segnalando i rischi – anche penali – di operare con le “valute virtuali” (inciso: Bitcoin è una cripto moneta, non è una moneta virtuale, è molto più virtuale l’euro di un Bitcoin, ma sarebbe lungo spiegarlo). Ma le cripto-monete, usate bene sarebbero un grandissimo incentivo per la sharing economy (e pure per l’e-commerce), soprattutto quella di pura condivisione e simmetrica. Si disintermedierebbe uno dei principali colli di bottiglia nelle transazioni peer-to-peer: gli strumenti di pagamento. Una volta che si assicurano – con strumenti agili e adatti alla dimensione privata delle transazioni – l’adempimento fiscale e la responsabilità in caso di danni, basta, chiuso!

Si capisce tuttavia che spostando le transazioni dall’intermediazione finanziaria al peer-to-peer si comprometterebbero anche rilevanti interessi di chi teme la concorrenza dirompente dal basso (in senso Schumpeteriano). Ma per fare la frittata, così come le liberalizzazioni e l’innovazione, occorre rompere qualche uovo.

 

Carlo Piana

@carlopiana

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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