La (cattiva) burocrazia e la Siae

di a cura di Carlo Piana - 3 marzo 2015

In queste settimane la vicenda personale di Gino Paoli (che oltre a essere cantautore è il dimissionario presidente della Siae) ha riacceso il dibattito sulle inefficienze dell’ente italiano di gestione del diritto d’autore e sulla necessità di una sua radicale riforma, di cui si parla da tempo, ma che non arriva mai. È un po’ l’epitome della “sburocratizzazione” fantasma nel nostro paese e della mancanza di liberalizzazioni di cui ha parlato Carlo Piana nel precedente articolo della rubrica.

Ciclicamente, qualche esponente politico cerca di attivarsi per smuovere un po’ le acque. Le ultime iniziative di queste settimane riguardano un’interrogazione parlamentare promossa dai deputati Pd Giampiero Giulietti ed Emanuele Lodolini e il lancio della campagna web #OpenSIAE (mirata a dar voce e raccogliere tutte le segnalazioni di malfunzionamenti di Siae) a firma del deputato M5S Sergio Battelli.

A cavallo tra il 2013 e il 2014 era stato l’allora deputato di Scelta Civica Andrea Romano a presentare prima una mozione parlamentare poi una più concreta proposta di legge per una riforma (che tra l’altro aveva raccolto le firme di parlamentari di vari schieramenti). Sembrava quasi la volta buona ma anche di quella iniziativa a oggi si è persa traccia nel marasma che contraddistingue l’attività parlamentare in questi mesi. E nell’autunno 2013 un altro deputato di Scelta Civica, Stefano Quintarelli, si era interessato attivamente alla controversa questione della obbligatorietà del cosiddetto borderò Siae.

Tutte iniziative che poi non hanno portato a risultati tangibili.

Non vi è dubbio che o vi è qualche resistenza (molto forte e trasversale) a un’innovazione del sistema o non vi è sufficiente attenzione per questo tema che viene percepito dai più come qualcosa di non così urgente rispetto ad altre mastodontiche riforme che l’Italia attende da anni (forse perché riguardante solo un settore molto tecnico e settoriale come il diritto d’autore). Oppure, com’è più probabile, entrambe le cose.

 

UN ENTE FIGLIO DELLA CULTURA BUROCRATICA

In un apprezzabile libro, Guido Melis racconta l’evoluzione storico-culturale del fenomeno della burocrazia dai temi di Cavour ai giorni nostri, spiegando come la cultura burocratica sia molto radicata nella pubblica amministrazione italiana. Una cultura in cui l’attenzione alla forma, alla procedura, al protocollo, diventa prioritaria rispetto all’efficienza, anche a scapito del buon senso. Il burocrate per sua natura non è ben disposto verso la trasparenza e la semplificazione. D’altronde, la complicazione documentale e procedurale dà maggiore potere e fa sentire indispensabile colui che in quella complicazione sa destreggiarsi.

È questo un problema generale che attanaglia ancora oggi l’apparato pubblico italiano e da cui è difficile liberarsi nonostante le più recenti riforme in materia di semplificazione, trasparenza e digitalizzazione. Le riforme infatti rischiano sempre di rimanere sulla carta quando si scontrano con le resistenze “umane” di migliaia di operatori che sono entrati nel sistema prima che si sentisse l’esigenza di innovarlo.

La Siae, che come abbiamo visto nasce come associazione privata, è stata negli anni soggetta a un crescente livello di burocratizzazione e ancora oggi si porta dietro tutte le criticità che ciò può comportare. E ovviamente, per i motivi illustrati poco fa, oppone resistenza all’innovazione. È molto utopistico quindi pensare, come pare che stia facendo il legislatore italiano da un po’ di anni, che l’ente si auto-riformi per uno slancio illuminista e innovatore.

La burocrazia non è cattiva a priori; le procedure rigide servono (almeno in linea di principio) anche a garantire certezza e precisione. Ma è sicuramente cattiva quando diventa artificiosa, fine a se stessa e contraria al buon senso. La cattiva burocrazia, infatti, invece di garantire trasparenza aumenta l’opacità del sistema.

 

UNA DISCREZIONALITÀ SOSPETTA

Più cattiva della burocrazia cattiva è poi la burocrazia in cui il burocrate ha ampia discrezionalità; una burocrazia in cui le norme procedurali vanno addirittura in secondo piano rispetto alle prassi di singoli uffici o addirittura di singoli operatori. E ancora peggiore, la burocrazia in cui una prassi del tutto arbitraria si è incancrenita e irrigidita, rimanendo così immune a riforme e innovazioni anche importanti. “Da noi si è sempre fatto così” diventa quindi la regola sopra le regole, il motto a cui anche i nuovi arrivati in un ufficio devono abituarsi, specie quando coloro che guidano gli uffici hanno un’età media molto alta e sono quindi entrati nel sistema ben prima che fosse percepita l’esigenza di un superamento del modello vetero-burocratico.

A mio modesto parere, e sulla base delle segnalazioni che raccolgo quasi quotidianamente con la mia attività di divulgazione e di consulenza, Siae è affetta proprio da tutti questi mali.

Si contano a migliaia i casi di diversi incaricati Siae che applicano parametri diversi per situazioni simili tra loro, come anche i casi in cui si spinge per accordi a forfait sulla base della semplice “promessa” che ciò eviterà controlli e complicazioni in futuro.

Le modalità con cui vengono applicati certi parametri sono troppo oscure e, come segnalato di recente da Guido Scorza, a volte rasentano la scorrettezza.

E non si può far finta di non vedere che il più macroscopico effetto collaterale di tutto questo sistema, oltre al malumore degli utenti (che in rete si esprime in veri gruppi e forum espressamente “anti-Siae”) è sicuramente l’inefficienza e l’insostenibilità economica, come spiegato in uno studio dell’Istituto Bruno Leoni pubblicato sull’intrigante sito WikiSpesa.

 

C’È UNA SOLUZIONE?

Che la soluzione sia un’abolizione dell’ente e una totale liberalizzazione del settore (come proposto da Salvatore Primiceri nel suo recente libro “Abolire la Siae”) oppure una riforma più complessa (come per esempio ho già suggerito io altrove), non vi è dubbio che il legislatore non può continuare a fare orecchie da mercante. Anche perché c’è una direttiva europea dedicata proprio a questi temi che deve essere attuata entro il 10 aprile 2016. Vogliamo come al solito arrivare al limite della scadenza?

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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1 Commenti :

Inviato da Gabriele Cingolani il 18 aprile 2015 alle 9:13

Ho trovato il suo articolo durante una ricerca successiva ad uno dei tanti scontri con la Siae. Mi capita spesso - sono un insegnante - di organizzare laboratori teatrali, e conseguenti spettacoli finali, dedicati al pubblico scolastico. C'è, per questo, un protocollo d'intesa fra MIUR e Siae del 2000, che però la Siae fa finta di non conoscere, e cerca sempre in tutti i modi di seminare il terrore... A me questo mettersi contro la scuola, ostacolare il nostro lavoro di diffusione del gusto per l'arte (premessa fondamentale ad ogni consumo culturale), cercare - peggio ancora - di "farci (indebitamente) la cresta" a me disgusta moltissimo. Lei ha informazioni in merito rispetto a questo modo assurdo con cui la siae si pone nei confronti del mondo della scuola? Un caro saluto.

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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