Il copyright anche dove non c’è. La vicenda del pubblico dominio perduto

di a cura di Carlo Piana - 10 aprile 2015

Dopo aver più volte commentato le varie bizzarre versioni della teoria secondo cui se un’opera creativa è su Internet o su Facebook allora è automaticamente di libero utilizzo (vedi articolo “Il copyright sui social network”), vorrei occuparmi del fenomeno opposto: cioè di tutti quei casi in cui viene vantato un diritto di privativa che in realtà è inesistente.

Ricordiamolo: piaccia o meno ai titolari dei diritti, il diritto d’autore (in tutte le sue declinazioni: diritti d’autore, diritti connessi, diritto sui generis) non è mai eterno, quindi un’opera prima o poi cade nel pubblico dominio e diventa liberamente utilizzabile da chiunque.

D’altro canto, però, nessuno vieta a chi pubblica un contenuto di apporvi una dichiarazione in cui afferma di possederne il copyright anche se in realtà è scaduto (o addirittura non è mai esistito). In quei casi spetta agli utilizzatori verificare l’effettivo status giuridico dell’opera e utilizzarla liberamente, in contraddizione con quanto dichiarato dal (non più) titolare dei diritti.

 

NON È SEMPRE FACILE SAPERE SE UN’OPERA È IN PUBBLICO DOMINIO

Siccome le variabili sono davvero molte, tale verifica non è sempre facile (e lo dimostra l’esistenza di un sito come l’utilissimo Outofcopyright.eu) e dunque in molti casi vince la prudenza, con il risultato di legittimare di fatto le pretese infondate.

Creative Commons ha anche creato un apposito “bottone” per consentire a chi pubblica contenuti di pubblico dominio di rendere chiaro ed esplicito questo loro status giuridico (il public domain mark); ma ovviamente l’utilizzo di questo strumento è rimasto appannaggio dei webmaster più virtuosi e più sensibili a questi temi.

Tra i giuristi del settore è un problema noto e molti hanno fatto notare che, complici anche le riforme che continuano ad allungare la durata dei diritti, il passaggio in pubblico dominio è un fenomeno sempre più raro. A ciò si aggiungano anche il classico stratagemma di proporre periodicamente riedizioni di opere e versioni “rimasterizzate” in modo da allungare quantomeno i diritti connessi.

 

IL CASO DELLE FOTOGRAFIE AEREE

Qualche anno fa mi trovai a discutere con il titolare di una azienda italiana che commercializzava (a caro prezzo) foto aeree; non si trattava di immagini con carattere creativo, ma delle classiche immagini realizzate con procedimenti automatici al solo scopo di avere una rappresentazione dei centri abitati delle città (in sostanza quello che adesso troviamo comunemente su GoogleMaps). Il disclaimer sui diritti di quelle foto indicava come data di scatto il 1989, motivo per cui io cercai di far notare che quelle foto, in quanto foto di mera documentazione e prive di carattere creativo tutelate solo da un diritto connesso con durata di 20 anni (art. 92 della legge sul diritto d’autore), erano diventate di pubblico dominio già nel 2010. Ovviamente non vollero sentire ragioni e mi fecero richiamare dal loro ufficio legale per farmi dire che, secondo loro, quelle erano fotografie con carattere creativo e quindi coperte da un pieno diritto d’autore (con durata di 70 anni dalla morte dell’autore).

 

IL CASO DEI TESTI DELLE SENTENZE

Ci sono però casi in cui non ci possono essere molti dubbi. Uno di questi è quello delle sentenze, che rientrano nel campo d’azione dell’articolo 5 della legge sul diritto autore, cioè uno dei pochi casi di “public domain by law” previsti dal diritto italiano (per un approfondimento del tema rimando alle slides del webinar “Il copyright degli enti pubblici e il principio open by default”). I provvedimenti giurisdizionali e anche le massime realizzate con una semplice estrazione di loro passaggi (senza una sostanziale rielaborazione del testo) non possono sottostare ad alcun diritto di privativa e dunque sono sempre e comunque di pubblico dominio. Al massimo è applicabile un diritto sui generis solo quando questi contenuti sono raccolti e organizzati in una vera e propria banca dati (come definita dalla direttiva 96/9/CE); e questo è tutto un altro paio di maniche. È cosa nota: gli editori che commercializzano le banche dati giuridiche vantano un diritto sul database e non sui singoli testi di norme e sentenze, per cui l’estrazione di un singolo o di pochi documenti non comporta lesione dei diritti di privativa.

Ma che dire dei vari siti di informazione giuridica che non fanno altro che riproporre testi di sentenze e loro estratti (fatti passare per massime)? Ho letto su questi siti dei disclaimer davvero “divertenti” in cui, arrampicandosi sugli specchi del diritto d’autore e utilizzando oscuri giri di parole (al limite della “supercazzola legalese”), si cerca di trasmettere all’ingenuo navigatore che esista un copyright anche sulle sentenze.

 

PRETESTI PER INVENTARSI DIRITTI INESISTENTI

Come pretesto per vantare diritti inesistenti sui testi dei provvedimenti, a volte si fa leva sull’attività di digitalizzazione dei documenti o di verifica dell’integrità del testo e delle correttezza dei dati (come se queste attività possa di per sé creare qualche diritto di tutela); altre volte si estende all’inverosimile la portata del diritto sui generis, segnalando che, nonostante i testi delle sentenze presenti sul sito siano privi di diritto d’autore, la loro estrazione e il loro riutilizzo siano comunque tutelate (spacciando così un semplice sito web per una banca dati); in alcuni casi, addirittura, nei testi dei provvedimenti e delle norme citate si inseriscono appositamente degli errori per poter tener traccia di coloro che attingono e “copiano” i testi in altri siti (pratica di cui non colgo l’utilità dato che, comunque, non c’è alcun diritto di privativa da far valere).

Un esempio? Eccolo: “I testi dei provvedimenti giurisprudenziali presenti su questo sito non sono coperti da diritti d’autore e dunque la protezione si riferisce esclusivamente alla elaborazione e alla forma di presentazione dei testi in oggetto.” Oppure anche: “I testi degli atti ufficiali dello stato o pubblica amministrazione non sono coperti dai diritto d’autore, ai sensi dell’art. 5 della L. n. 633/1941. Si intende invece protetto da copyright l’elaborazione di tali testi e la loro presentazione curata da XY”. Ma ce ne sarebbero molti altri; lascio a voi il piacere di cercarli.

Sarà difficile che i titolari di questi siti cambino approccio. Spetta quindi agli utenti agire con maggiore consapevolezza e ignorare tutti quei disclaimer che non hanno un reale fondamento giuridico.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0


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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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