Su Uber Pop hanno ragione i tassisti. Purtroppo

di a cura di Carlo Piana - 27 maggio 2015

Ne abbiamo scritto recentemente, usando Uber come caso paradimatico di un sistema normativo non al passo con i tempi e che castra l'innovazione commerciale. Ieri si è avuta la conferma che Uber Pop è un servizio che fa concorrenza sleale ai tassisti, o almeno così stabilisce un'ordinanza del Tribunale di Milano, Giudice Dott. Marangoni. Uber Pop deve cessare in Italia.

Uber Pop è formato da due parti: un'applicazione per smartphone e un servizio offerto da conducenti di auto non professionisti, dunque né tassisti, né autonoleggiatori con conducente (NCC). È un esempio di economia “peer-to-peer” (i fornitori sono cittadini comuni) intermediata da un fornitore di servizi, dove i servizi “professionali” sono quelli di piattaforma, che triangola i servizi offerti da un terzo e li mette in comunicazione con potenziali clienti di tale servizio. In ciò Uber non è molto diverso da ebay, con una differenza: tutte le modalità di servizio sono concepite e organizzate da Uber, mentre su ebay l'intervento della piattaforma è quello di un facilitatore di strumenti giuridici/commerciali già esistenti (aste, vendite). La cosa ha un rilievo, perché per legittimare un provvedimento di concorrenza sleale, occorre che il destinatario dell'ordine sia un concorrente. Su questo il Tribunale ha apparentemente giudicato che Uber non è un semplice fornitore di servizi resi da altri, ma è un organizzatore di un servizio che organizza e promuove come se fosse proprio, le cui tariffe sono fisse e delle quali incassa una parte. Anche se i fornitori ultimi del servizio sono indipendenti.

Diciamo subito che non è facile dire se ha ragione il Tribunale di Milano oppure no, e nemmeno il prevedibile reclamo al Collegio sarà probabilmente sufficiente a fare chiarezza. Il concetto di “concorrenza” in un'economia peer-to-peer è quanto mai liquido. Lo stesso concetto di “piattaforma” della normativa ecommerce è legato a un modello concettuale che nasce già vecchio (hosting di negozi virtuali, diciamo per supersemplificare). Ancora recentemente la Corte d'Appello di Milano (sentenza 7 gennaio 2015 RTI/Yahoo) ha cassato in maniera tranchant il concetto di “hosting attivo” che il Tribunale di Milano aveva invece applicato a una serie di decisioni sui “nuovi” servizi Internet che non si limitassero a semplicemente ospitare qualcosa organizzato e concepito da altri su una propria infrastruttura tecnica generica. In realtà è proprio il soffermarsi su chi crea e organizza i contenuti a essere non al passo con i tempi, perché i contenuti raccontano solo una parte della storia.

Quel che è certo è che questo caso mostra in modo evidente come la legislazione, anzi, la stessa organizzazione del servizio taxi sia inadeguata e trova tanta domanda insoddisfatta, sintomo del fallimento del mercato. I tassisti vorrebbero che si continuasse in perpetuo ad avere un monopolio del trasporto individuale a pagamento “di piazza”, mentre i fautori della liberalizzazione più spinta e pura vorrebbero che già ora Uber Pop venisse dichiarato legale perché fa concorrenza. Se la posizione dei secondi è del tutto irragionevole, allo stesso tempo la posizione dei tassisti, pur probabilmente ineccepibile da un punto di vista di diritto e comprensibile dal punto di vista commerciale, è altrettanto irragionevole e va senz'altro superata.

Il problema, qui come altrove, è l'assoluta impossibilità di sperimentare nuove forme commerciali, perché qualsiasi tentativo di innovare o creare qualcosa di nuovo si va a scontrare quando va bene contro disposizioni fiscali o regole burocratiche ottocentesche, quando va male contro vere e proprie sacche di protezione dalla concorrenza ingiustificate e dimostrabilmente inefficienti. È mia opinione che tutte le regole che vanno contro la libera concorrenza debbano essere giustificate o da un fallimento del mercato (come nei monopoli naturali, tipo alcuni servizi a rete) o dalla dimostrazione che alcuni interessi primari non verrebbero soddisfatti in un regime di liberalizzazione completa, o ancora, che il mercato non provvede i giusti incentivi per l'innovazione e l'efficienza. In entrambi i casi, però, si esige che l'onere della prova incomba su chi pretende di mantenere il privilegio, perché la soluzione per creare efficienza quasi mai è nei monopoli, anche quando questi sono collettivi, ovvero appartengono non a un singolo, ma a una categoria regolamentata. E lo dico anche dove la cosa mi tocca direttamente nel portafogli, essendo sempre stato contrario alla riserva di attività di consulenza legale stragiudiziale a favore degli avvocati (che è quello che faccio per vivere).

Il Tribunale ha ragione, probabilmente. Uber Pop fa concorrenza sleale a chi si attiene alle regole. Il problema allora sono le regole. Quelle degli autisti di piazza vanno cambiate, liberalizzandole, rendendo più agevole non solo l'accesso al mercato, ma anche l'esercizio dell'attività di chi sul mercato già c'è, magari in modalità diverse da quelle comunemente accettate come “corrette”. Il cittadino non vuole un servizio di taxi, vuole spostarsi dal punto A al punto B economicamente, in sicurezza e nel momento stesso in cui ne ha l'esigenza. Il taxi è lo strumento corretto? Bene! Ma se non possiamo sperimentare servizi diversi, se i tassisti stessi non possono sperimentare forme diverse di organizzazione, non lo sapremo mai.

Chiudo con una cosa che nella motivazione non mi convince, ed è il concetto che il Giudice ha del “periculum in mora”, ovvero del pericolo nel ritardo (uno dei due requisiti per accogliere un ricorso d'urgenza, oltre alla parvenza del buon diritto). Secondo i rapporti stampa, la motivazione riguarda “gli effetti pregiudizievoli nel settore taxi accentuati per effetto del previsto consistente numero di visitatori della manifestazione Expo 2015”. Proprio l'elevata domanda, addirittura un eccesso straordinario, dovrebbe attenuare le conseguenze di una supposta concorrenza sleale, non aumentarle. A meno che l'arriere pensée non fosse che in realtà si voglia tutelare la clientela. Alla quale di essere tutelata probabilmente non interessa, né è credibile che possa essere ingannata quanto alle caratteristiche del servizio. Il pericolo nel ritardo dovrebbe essere di chi ricorre, non di un terzo (neppure legittimato a intervenire), in una causa civile.

Insomma, qualcosa di poco chiaro ancora c'è.

 

Carlo Piana

@carlopiana

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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