L’inesistente demanio digitale e il caso AcquistiInRetePA

di a cura di Carlo Piana - 17 giugno 2015

Nella community “open” gira un efficace adagio: sono tutti open... con i dati degli altri. L’idea è quella di stigmatizzare l’atteggiamento – ahimè molto diffuso – di coloro che in modo poco coerente si riempiono la bocca di belle parole a favore dell’apertura dei dati e che poi, sollecitati a mettere a disposizioni i propri dati, trovano sempre qualche “impedimento dirimente” e ovviamente indipendente dalla loro specifica volontà.

 

OPEN DATA SÌ… MA C’È LA PRIVACY!

Un grande classico è il diffusissimo “non possiamo perché c’è la privacy”, come segnalato nei giorni scorsi dalla collega Morena Ragone e come sperimentato da me in prima persona a causa delle bizzarre vicende del progetto JurisWiki. Quella privacy di cui qualcuno non si è preoccupato debitamente e che diventa un problema anche per soggetti che non dovrebbero preoccuparsene, e che dunque diventa un fardello difficilmente gestibile anche per coloro che vorrebbero semplicemente riutilizzare e diffondere le informazioni in ottica open data.

Poi c’è il sempreverde “vorremmo esporre i dati ma ci sono problemi di copyright”; anzi, a volte è un “potrebbero esserci problemi di copyright”, dato che in realtà nessuno ha ben chiaro da dove provengano quei dati, chi possa legittimamente vantare dei diritti di privativa su di essi, chi si sia occupato del licensing. Dunque nell’incertezza e per non assumersi pericolose responsabilità, si preferisce non esporre i dati.

 

VORREMMO MA FORSE C’È IL COPYRIGHT...

Su questo secondo aspetto, da tempo si parla del cosiddetto meccanismo “open by default” che, nel caso di dati e documenti pubblicati dalle pubbliche amministrazioni, dovrebbe aprire maggiori spiragli verso il libero riutilizzo. Purtroppo però questo principio ha alcuni limiti e a tendenza delle PA (soprattutto quelle centrali) è quella di una interpretazione restrittiva. In questa direzione di “retromarcia” sembra muoversi anche il recente intervento legislativo che ha agito sugli articoli 52 e 68 del Codice Amministrazione Digitale (che appunto disciplinano il principio “open by default”).

Per fortuna, anche grazie a una costante attività di divulgazione e formazione rivolte ai funzionari, sono sempre di più le pubbliche amministrazioni virtuose che hanno fatto scelte innovative, indipendentemente dal quadro normativo come al solito intricato e barocco che regolamenta questo settore.

 

IL CASO ASSURDO DI ACQUISTIINRETEPA.IT

Comunque non mancano i casi da stigmatizzare, in cui si continua a portare avanti un modello superato oltre che non conforme alle disposizioni di direttive europee e leggi nazionali. Ne segnalo una tra tutti che forse è il più emblematico: quello di AcquistiInRetePA.it, portale degli acquisti della pubblica amministrazione italiana promosso da Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Consip Spa. Un sito che squisitamente ricade sotto il campo d’azione dell’open by default e anche sotto quello del Decreto Trasparenza. Eppure, leggete la pagina “Note legali” e guardate gli assurdi vincoli di copyright che vengono imposti. Al punto 2 si legge: “2. Le informazioni, i materiali e ogni altro documento acquisito attraverso il presente Portale possono essere mostrati, riformattati e stampati esclusivamente ad uso personale dell’utente. Gli utenti accettano di non riprodurre, ritrasmettere, distribuire, vendere, divulgare o diffondere le informazioni, i materiali e ogni altro documento acquisiti attraverso il presente Portale, senza il consenso scritto del Ministero dell’Economia e delle Finanze e per esso della Consip S.p.A. e fatto salvo quanto statuito al successivo punto 3.”

Seguono quindi una serie di condizioni del tutto ingiustificate e pretestuose, del tutto contrarie alle norme sulla public sector information e in generale anche al buon senso, tra le quali spicca: “i documenti devono essere usati solo per scopi strettamente inerenti al funzionamento del Portale e dei relativi Servizi. In ogni caso non possono essere divulgati o distribuiti.”

Ma la parte più assurda è quella che impone anche dei limiti all’attività di linking e poi anche di framing, come se 15 anni di giurisprudenza e dottrina giuridica si fossero magicamente volatilizzati e fossimo tornati a una concezione del web risalente agli anni 90.

Infatti, secondo i termini d’uso del sito, “è possibile includere un collegamento nel Portale Web dell’utente al Portale, attualmente collocato all’indirizzo http://www.acquistinretepa.it a condizione che venga segnalato alla Consip S.p.A. inviando un messaggio e-mail.”

 

L’INESISTENTE “DEMANIO DIGITALE”

Pare di capire che qualcuno negli alti piani dell’amministrazione centrale dello Stato abbia la tendenza a trattare dati e documenti di natura pubblica come se esistesse una sorta di “demanio digitale”.

Ma lasciatemi fare la solita precisazione da giurista pedante. Forse qui il problema è ben più a monte rispetto alla corretta interpretazione delle norme degli ultimi anni su openness e trasparenza e si ferma al livello della corretta comprensione dei principi giuridici di fondo che sorreggono tutta la materia. Innanzitutto ricordiamoci che scrivere avvertenze tipo “le informazioni non sono riproducibili” non ha alcun senso, dato che – è cosa pacifica – non vi è alcun diritto d’autore sulle informazioni in sé; il diritto d’autore tutela opere creative e non informazioni, idee, procedimenti (non so più come spiegarlo). A tal proposito al mio precedente articolo “I dati non sono di nessuno: ebbene sì”.

Come già chiarito in varie sedi, può sussistere al massimo un diritto sull’estrazione e il riutilizzo di porzioni sostanziali di informazioni quando esse sono raccolte in una banca dati (il famigerato diritto sui generis). Tuttavia requisito essenziale per poter vantare questo diritto è l’aver sostenuto un rilevante investimento; un investimento specifico per la costituzione del database in sé e non per la produzione delle informazioni nell’attività principale da cui il database deriva. Io, come anche altri giuristi ben più autorevoli di me, sostengo con vigore la teoria secondo cui in casi come quello di AcquistiInRetePA.it non sussista rilevante investimento.

Inoltre, dato che la creazione di quel portale è una mission istituzionale, frutto di un obbligo di legge a sua volta frutto di scelte politiche, ed è interamente sostenuta da fondi pubblici, comunque i dati dovrebbero essere a disposizione di tutti. E ancora, se il database è un output diretto dell’attività principale e istituzionale, e quindi non viene creato con la raccolta, verifica e organizzazione di dati già esistenti, difficilmente si può parlare di un rilevante investimento per la costituzione della banca dati.

Quindi, l’abbiamo già detto e lo ripetiamo: per favore, smettiamola di vantare diritti inesistenti.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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