Barbra Streisand e la web reputation: quando accanirsi fa solo peggio

di a cura di Carlo Piana - 30 luglio 2015

C’è un aspetto essenziale per chi fa della sua presenza sul web una leva strategica per il suo business: si chiama web reputation e si basa su delicati equilibri che a volte toccano risvolti giuridici interessanti come il cosiddetto diritto all’oblio, la diffamazione, la tutela della riservatezza. Bisogna però stare attenti alle goffaggini onde evitare di ottenere effetti controproducenti.

 

LA STORIA DI BARBRA STREISAND

Secondo la semplice definizione di Wikipedia “l’effetto Streisand è un fenomeno mediatico per il quale un tentativo di censurare o rimuovere un’informazione ne provoca, contrariamente alle attese, l’ampia pubblicizzazione”. Molti ne parlano non tutti conoscono il vero motivo per cui questo effetto si porta dietro il nome della nota cantante e attrice statunitense. Era il 2003, anno in cui Internet era ancora un fenomeno ben diverso rispetto a oggi, quando la Streisand decise di avviare un’azione legale contro un fotografo (tale Kenneth Adelman) colpevole secondo lei e i suoi legali di aver violato la sua privacy perché aveva diffuso delle foto della villa che la cantante possedeva a Malibu. Al di là di valutazioni sulla fondatezza della richiesta legate al principio secondo cui un personaggio pubblico e arcinoto come la Streisand debba accettare una inevitabile compressione della sua privacy, la richiesta di risarcimento di 10 milioni di dollari fu comunque avanzata.

Ciò che ci interessa però non è tanto l’esito della diatriba legale quanto il suo potente e per l’epoca inatteso effetto collaterale: l’aumento esponenziale della visibilità della notizia. Giornali, siti web e anche telegiornali di tutto il mondo iniziarono a parlare della vicenda con il risultato che le foto della villa, fino a quel momento visibili semplicemente sul blog del fotografo, vennero diffuse in circuiti mainstream. Ancora peggio; la vicenda raggiunse un’eco sufficiente da diventare davvero di interesse pubblico e quindi per sfuggire all’oblio probabilmente per i secoli dei secoli; tant’è che ancora oggi, a 12 anni di distanza siamo qui a parlarne e addirittura è entrata nei manuali di Scienze della comunicazione e di Storia di Internet.

Una lezione dura per i legali della Streisand che, con il senno di poi, avrebbero potuto consigliarle di gestire la questione in maniera meno aggressiva e cercare di lasciarla spegnere nell’oblio naturalmente.

 

METTETEMI SU WIKIPEDIA! TOGLIETEMI DA WIKIPEDIA!

Per chiunque faccia un’attività rivolta al pubblico, arrivare ad avere una pagina di Wikipedia che parla di sé è indubbiamente un grande traguardo. Musicisti, scrittori, artisti, professionisti cercano costantemente di creare, ad arte e celandosi dietro pseudonimi, la loro “biografia” su Wikipedia; salvo poi vedersela rimuovere nel giro di poche ore perché inserita senza rispettare i parametri definiti dalla community della grande enciclopedia libera, al fine di arginare queste forme di eccessivo narcisismo. Per avere una biografia su Wikipedia devi essere un personaggio con “valore enciclopedico” (concetto ampiamente definito nei “contributors terms”); Wikipedia d’altronde non è LinkedIn o MySpace.

Ci anche i casi contrari, quelli in cui su Wikipedia ci si finisce per vicende non proprio simpatiche. E lì partono spesso annose battaglie con gli amministratori delle pagine per rimuovere informazioni che per alcuni sono diffamatorie o contrarie ai principi a tutela della privacy, mentre per altri sono preziose notizie di interesse pubblico. Fino ad arrivare ai bizzarri casi di azioni legali contro la Wikimedia Foundation (o ancora peggio, contro Wikimedia Italia) che portano pochi effetti concreti, in virtù del principio di irresponsabilità del service provider, e che invece quasi sempre portano l’effetto di amplificare della notizia. Ne sanno qualcosa personaggi come il politico Antonio Angelucci e l’Associazione Moige.

Poi ci sono casi ancora più surreali di una notorietà non gradita. Non sono rari i casi di attrici o in generale donne di spettacolo che, volendo barare sull’età, cercano di intervenire sulla data di nascita della loro biografia su Wikipedia, accampando strane motivazioni di tutela della loro riservatezza.

 

RECENSIONI “FARLOCCHE” E IL CASO TRIPADVISOR

C’è un altro settore in cui la web reputation ha un peso non da poco ed è quello delle recensioni su piattaforme come TripAdvisor; e proprio la scorsa settimana abbiamo parlato di un caso giurisprudenziale italiano connesso. Ricordo di un cliente, titolare di un ristorante, che si era rivolto al mio studio proprio perché – a suo dire – era palese e anche dimostrabile che buona parte delle recensioni negative presenti sulla nota piattaforma erano quasi tutte inserite da alcuni suoi concorrenti dietro falsi account.

Si tratta di un problema non da poco se pensiamo il danno economico che una piccola impresa può subire da comportamenti del genere. E di un problema che non trova facile soluzione, se non imponendo a TripAdvisor un maggior rigore nella verifica della veridicità delle recensioni snaturando così il suo ruolo di semplice “service provider”.

 

L’EFFETTO STREISAND E LA VIOLAZIONE DEL COPYRIGHT

Chi conosce un po’ i meccanismi del copyright online sa che da qualche anno esiste (per iniziativa del legislatore americano) l’istituto del “notice and take down”, che semplificando significa “tu segnalamelo e io te lo tiro giù”. In sostanza, quando qualcuno trova su un sito web un contenuto che viola i propri diritti di proprietà intellettuale può semplicemente compilare un apposito form indicando tutte le informazioni necessarie a una sommaria verifica e il service provider rimuove il contenuto o il link. Si tratta di una procedura molto veloce (il provider tendenzialmente deve esaminarla entro 24 ore) e semplice perché disintermediata (è gestita direttamente dal provider e senza instaurazione di un contradditorio con il soggetto che invece ha caricato il contenuto).

Piccolo problema. Anche queste richieste di rimozione portano con sé l’effetto Streisand. Infatti… dove cerchereste i contenuti più interessanti che violano il copyright? Ma ovvio: nell’elenco delle richieste di rimozione! Se poi vi dico che esiste un motore di ricerca chiamato ChillingEffects.org che raccoglie e indicizza (con dovizia di dettagli e di link) queste richieste, capite che la situazione si fa ancora più surreale.

 

ANCHE L’AGCOM CI È CASCATA

Una versione “istituzionalizzata” del notice and take down è stata implementata dal famoso e discusso regolamento Agcom sul diritto d’autore online, che prevede una procedura (gestita appunto dall’Agcom) per procedere in via amministrativa alla rimozione o all’oscuramento di contenuti non conformi alle norme sul copyright.

L’Agcom, anche per un onere di trasparenza, pubblica sul suo sito tutte le richieste e gli esiti delle relative procedure. Zac! Effetto Streisand anche lì, come dimostrato tra l’altro da una recente e interessante ricerca del Professor Giorgio Clemente dell’Università di Padova.

Internet ha le sue “crudeli” regole e bisognerebbe conoscerle bene prima di scrivere norme con effetti controproducenti.

 

NOTICE AND TAKE DOWN VS DIRITTO ALL’OBLIO: IL FILE ROBOTS.TXT

Molti ora si chiederanno: che cosa c’entra il copyright con la web reputation? C’entra, anche qui per uno strano effetto collaterale. Infatti molti utilizzano lo strumento del form (modulo, formulario) per la rimozione di contenuti contrari alle norme sul copyright per far rimuovere informazioni scomode. I service provider in molti casi non vogliono entrare nel merito e si limitano a rimuovere i contenuti anche se in realtà non c’è una concreta violazione del diritto d’autore.

Inoltre, da quando l’anno scorso è uscita la famosa sentenza della Corte di Giustizia UE sul cosiddetto “diritto all’oblio” (ne avevamo già parlato) molti provider (motori di ricerca, ma anche portali e siti web di informazione) hanno messo a disposizione un form per chiedere la deindicizzazione dei contenuti che, secondo il richiedente, dovrebbero essere lasciati cadere nel dimenticatoio.

Questo “dimenticatoio” in molti casi consiste in un file chiamato “robots.txt” che viene inserito nell’architettura dei siti web e nel quale ci sono stringhe di codice per far sì che i motori di ricerca non indicizzino e quindi non trovino le pagine web su cui è stato esercitato il diritto all’oblio.

Questi file “robots.txt” sono comunque facilmente reperibili e visibili dagli internauti (provate a cercare semplicemente quelli di siti come Repubblica.it e Corriere.it per scoprire un po’ di “gossip”). Quindi ecco che torniamo al solito problema: dove andreste a cercare gli articoli più scomodi e fastidiosi di cui è stata richiesta la deindicizzazione? Proprio in questi file robots.txt, che diventano a tutti gli effetti degli indici di roba deindicizzata. Un vero paradosso; anch’esso senza facile soluzione.

 

CONCLUSIONI

Se difendere l’onore e la reputazione, anche di un’impresa ‒ non solo di un individuo ‒ su Internet è di capitale importanza, occorre conoscere i meccanismi per evitare svarioni anche importanti.

Non c’è una ricetta unica, ogni mezzo, ogni ambiente ha le sue regole sociali e le sue dinamiche. Sapere come muoversi è più un’arte che una scienza. Capire comunque che l’atteggiamento “faccio causa, sempre e comunque” molto spesso fallisce è importante, spesso si ottengono migliori risultati con approcci meno battaglieri e più creativi. A volte non fare niente è ‒ paradossalmente ‒ la cosa giusta da fare. Ma è una decisione che va presa a ragion veduta, caso per caso, social per social, portale per portale, motore di ricerca per motore di ricerca, blog per blog.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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