Arriva una sentenza americana sulle Creative Commons (ma ci dice cose che sappiamo già)

di a cura di Carlo Piana - 4 settembre 2015

Ci sono persone che le cose non le capiscono davvero finché non ci sbattono la testa. Succede anche in campo legale: soggetti a cui vari avvocati hanno consigliato di lasciare perdere perché non ci sono i presupposti per una causa che però insistono e prima o poi trovano lo stesso il modo di andare di fronte al giudice (che gli dà torto). Il lato positivo è che a volte questi soggetti contribuiscono a creare utili precedenti giurisprudenziali.

Tra le numerose e curiose novità giuridiche (vedi articolo precedente) di queste settimane estive, una delle più interessanti riguarda una decisione giurisdizionale (tecnicamente una “memorandum opinion”) dedicata all’applicazione delle licenze Creative Commons ed emessa il 18 agosto scorso dalla District Court for the District of Columbia.

Il pretesto è guarda caso l’utilizzo commerciale di una fotografia prelevata dalla piattaforma Flickr.com. Dico “guarda caso” perché non molto tempo fa si era discusso proprio di un diffuso fraintendimento delle licenze Creative Commons (o, più in breve, “CC”) e dei loro meccanismi di base da parte dei fotografi (per lo più non professionisti) che frequentano regolarmente Flickr. Un fotografo si era lamentato del fatto che Flickr aveva utilizzato a scopo commerciale una sua fotografia; peccato che era stato lui a scegliere di diffondere le sue opere con una licenza CC che permetteva anche gli usi commerciali. Quindi la lamentela era del tutto insensata e lasciava appunto pensare che il tizio non avesse minimamente afferrato il concetto. Non solo; altri suoi colleghi gli hanno espresso sostegno, costringendo addirittura Flickr a fare pubblica ammenda (più per una questione di immagine che per una questione di diritto), nonostante non avesse affatto torto. Niente da fare: puoi mettere tutti i disclaimer che vuoi e scrivere le licenze nel modo più semplice possibile (e le CC sono davvero a prova di idiota, e in più pubblicano una versione “human readable”, leggibile da un essere umano ‒ inteso come non giurista...), ma in molti non leggeranno comunque e si sentiranno pure titolati a sollevare inutili polveroni.

Nel caso di cui parliamo ora, invece, il fotografo (tale Art Dragulis) non si è accontentato del polverone ed è andato fino in fondo, pur con gli stessi insussistenti argomenti, chiamando in causa per violazione di copyright la casa editrice Kappa Map Group, che aveva utilizzato una sua immagine per la copertina di un suo atlante, prelevandola proprio da Flickr tra le immagini con licenza libera (una Attribution-ShareAlike 2.0).

 

CCdecision -photo 

A sinistra l’immagine originaria; a destra la copertina dell’atlante.

 

Il giudice non ha fatto altro che ribadire l’ovvio. Ma visto che forse non è così ovvio per tutti è utile indicare i punti cardini del memorandum. Innanzitutto il giudice chiarisce fin da subito che l’utilizzo fatto della fotografia non eccede gli scopi della licenza CC BY-SA, interpretando il contenuto letterale della licenza, anche alla luce di come certi termini vengono comunemente intesi (citando per giunta il fatto che Wikipedia può in certi casi essere usata come strumento per accertare quale possa essere il significato comune di un’espressione).

Successivamente si concentra sul concetto di “opera derivata” (ed è forse questa la parte più interessante del provvedimento) ricordando che la clausola ShareAlike (“Condividi allo stesso modo”) si applica solo alle opere derivate e che però l’atlante pubblicato dalla convenuta non rappresenta un’opera derivata a cui possa applicarsi tale clausola.

Inoltre, il giudice dà atto che la convenuta ha comunque inserito nel libro il corretto Uniform Resource Identifier (URI) della licenza e ha reso la giusta “attribuzione” al fotografo per la sua opera. Quindi di fatto la Kappa Map Group non ha affatto fornito una incompleta o omissiva informazione sullo status di copyright della foto.

Ciliegina sulla torta (d’altronde prevedibile, visti i presupposti), la corte non riconosce all’attore il diritto al spese legali.

Molto spesso si vedono usare strumenti giuridici, come le licenze pubbliche sul software, sui dati, sui contenuti, senza comprendere effettivamente quali sono gli effetti di tali usi e a volte nemmeno quali sono i diritti che si debbono e si possono salvaguardare, salvo poi pentirsene a posteriori. È vero che un certo margine di incertezza esiste sempre e che le questioni giuridiche risultano di difficile comprensione per molti; ma è anche vero che - siamo onesti - per comprendere il senso di una Creative Commons non serve un master in diritto della proprietà intellettuale. Quasi sempre è sufficiente un po’ di pazienza e attenzione nel leggere le condizioni previste dalla licenza per evitare di prendere cantonate. Tra l’altro, per chi proprio mancasse delle nozioni di base, la rete è ormai piena zeppa di materiale informativo ben fatto, chiaro, disponibile in tutte lingue e in tutti i formati (libri, slides, video) che aiuta a comprendere i meccanismi di base del diritto d’autore e dell’open licensing. Non c’è bisogno di disturbare un giudice (pagando gli avvocati) per farseli spiegare.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0


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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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