Il difficile rapporto tra editoria tradizionale e modello Open Access

di a cura di Carlo Piana - 30 ottobre 2015

La scorsa settimana è stata la Open Access Week, evento internazionale dedicato alla divulgazione e sensibilizzazione sul tema dell’accesso aperto alla letteratura scientifica.

Io mi interesso genericamente di tutti i campi in cui si realizza un approccio aperto alla gestione dei diritti di proprietà intellettuale, ma quello della letteratura scientifica è un campo che ha in effetti alcune esigenze particolari e alcune peculiarità strutturali. Prima tra tutte la mission cui assolve quel tipo di produzione creativa che appunto è quella di formare menti e sostenere la verità scientifica e non quella di intrattenere. E in secondo luogo il fatto che, nella maggior parte dei casi, gli autori di quel tipo di opere sono già stati “finanziati” e dunque la loro principale fonte di remunerazione non sono certo le “royalties” sulle copie distribuite.

 

IL DIRITTO D’AUTORE NELLA LETTERATURA SCIENTIFICA

Dunque, la funzione di incentivo alla produzione cui assolve tradizionalmente il copyright viene in questo caso molto affievolita a favore di altri meccanismi di incentivo di natura più che altro “reputazionale”; in altre parole il ricercatore non pubblica articoli e manuali tanto per “vendere copie” quanto per far avanzare la conoscenza e aumentare la sua credibilità di scienziato nonché – in termini meno idealistici – per fare curriculum e acquisire punteggi nei concorsi. Non solo; spesso la produzione di articoli, monografie, report che documentino i risultati del lavoro di ricerca sono espressamente richiesti dal contratto di lavoro o dal bando.

Ovviamente la questione è ben più complessa e richiederebbe tutta una serie di distinguo, tuttavia questo breve inquadramento mi sembra più che sufficiente per comprendere quanto l’editoria scientifica debba sottostare a logiche del tutto a se stanti rispetto agli altri campi della produzione intellettuale e creativa.

A ciò si aggiunge il solito dato imprescindibile: la diffusione di contenuti creativi si sta spostando inesorabilmente dalla carta al digitale, rendendo la “copia” sempre più evanescente e rendendo ancora più inadeguata l’applicazione di modelli di business e modelli di gestione dei diritti ancora molto legati alla produzione e distribuzione di “copie”.

Ciò nonostante il mondo dell’editoria scientifica, specie quello italiano, si dimostra ancora poco disponibile al cambiamento. Lo vedo con i miei occhi sia nella mia attività di autore di testi tecnici e divulgativi, sia nella mia attività di consulente sui contratti di edizione.

 

LICENZE OPEN, QUESTE SCONOSCIUTE

Le licenze open (Creative Commons e simili) continuano a risultare una scelta sofferta per buona parte degli editori, che spesso non ne comprendono appieno il senso e il funzionamento dal punto di vista giuridico, benché ormai questi strumenti siano in circolazione da più di dieci anni. Anche di Open Access di parla ormai dal 2003, anno in cui è stato formalizzato il documento-manifesto del movimento (la Dichiarazione di Berlino) e in cui è stata consolidata la definizione del concetto. Definizione che sembra abbastanza chiara e che però continua a essere interpretata in modo fantasioso da molti editori, che preferiscono parlare di “Open Access” in tutti quei casi in cui viene distribuito un contenuto gratuitamente. Eh no, troppo facile così! “Open Access” non significa “gratis” e richiede che ci sia una licenza libera, davvero libera. Se non vi torna, leggete fino allo sfinimento i due semplici requisiti richiesti dalla Dichiarazione di Berlino.

 

L’ESPERIENZA DI ELENA GIGLIA (UNITO) E LA DIFFICOLTÀ DI TROVARE UN DIALOGO COSTRUTTIVO CON GLI EDITORI

Nei giorni della Open Access Week ho avuto il piacere di tenere alcuni seminari assieme a Elena Giglia che, oltre a essere la responsabile dell’Ufficio Open Access per l’Università di Torino, è una delle divulgatrici più attive in Italia su questo tema.

Già in altra occasione Elena ci ha raccontato come sia difficile interagire con il mondo delle case editrici per chi come lei vuole cercare di trovare delle soluzioni praticabili per poter rispondere alle nuove istanze dell’Open Access. Ci ha parlato di una lodevole iniziativa legata all’approvazione del Regolamento Open Access dell’ateneo torinese, che prevede il deposito del lavoro scientifico, ovunque esso sia stato pubblicato, nella versione consentita dall’editore per la diffusione in Open Access (il modello cosiddetto della “green road”). In questa occasione si voleva appunto ottenere un chiaro feedback da parte dei principali editori italiani (per un totale di circa 360) sulla loro posizione in merito al deposito delle loro pubblicazioni in un archivio aperto. Le email sono state spedite già nel 2013 ma ad oggi solo il 15% ha risposto; tra l’altro le risposte provengono in larga parte da editori minori e sono in ampia maggioranza negative rispetto alla possibilità di depositare.

 

D: Immagino che ciò sia stato abbastanza demotivante...

R: Sì, ma non è questo il punto: almeno in quei casi abbiamo ricevuto una risposta. Alcuni fra gli editori maggiori hanno invece replicato, pretestuosamente, di non poter rispondere a fronte delle diverse politiche dei diversi atenei - che nel frattempo si stavano moltiplicando - quando invece lo scopo del censimento era esattamente quello di raccogliere e mettere a disposizione di tutti le risposte rispetto a una e una sola domanda: qual è la versione che consentite per il deposito? La stessa cui hanno risposto oltre 1800 editori internazionali nella banca dati Sherpa Romeo.

 

Dunque come avete potuto portare avanti l’iniziativa?

Il silenzio degli editori, di fatto, ha paralizzato l’applicazione del Regolamento nelle aree umanistiche. Abbiamo dovuto modificare il Regolamento  equiparando il silenzio alla risposta negativa, concedendo la deroga a tutti i prodotti interessati ma penalizzando in questo modo molti nostri autori quanto a visibilità e circolazione del loro lavoro, pur sempre pagato con fondi pubblici. Non dimentichiamo che agli autori nelle scienze umane e sociali spesso è richiesto di pagare la totalità delle spese di pubblicazione.

 

Spero però che comunque ci sia stato qualche risvolto positivo in questa storia...

 Sì, abbiamo aperto un dialogo costruttivo con alcuni editori locali più aperti e disponibili,

per definire insieme un sistema modulare di servizi editoriali con un relativo equo compenso e un contratto che stabilisca a monte i diritti sui lavori pagati con fondi pubblici, prevedendo sempre il deposito di una copia del volume nel nostro archivio AperTO, con Licenze Creative Commons.

 

Sono davvero tanti gli editori che utilizzano a sproposito il termine e spesso anche il logo ufficiale Open Access. Me lo confermi?

Sì. Per esempio sono moltissimi gli editori, anche internazionali, che registrano la propria rivista nella Directory of Open Access Journals ma poi o non definiscono nessuna politica rispetto ai diritti d’autore o negano – a noi è capitato un caso – il deposito, che è invece la prima forma di riuso che in Open Access dovrebbe essere garantita.

Molti editori stanno cercando in tutti modi di “cavalcare” il fenomeno Open Access con atteggiamenti opportunistici, senza la dovuta serietà o sul piano del flusso di lavoro editoriale, con una peer review, per così dire, “disinvolta” o sul piano della gestione dei diritti o ancora sul piano economico: i grandi editori commerciali internazionali propongono un modello “ibrido”, per cui la rivista resta in abbonamento, ma con 3000 dollari il singolo lavoro diviene subito Open Access, generando di fatto grande confusione e soprattutto un doppio pagamento da parte delle istituzioni.

 

Ma l’Open Access è davvero così temibile per gli editori tradizionali?

Da parte di molti editori italiani si nota un atteggiamento diffidente e difensivo a priori, spesso indice di una scarsa conoscenza delle logiche e delle modalità Open, viste come una minaccia. Al contrario, l’Open Access è una grande opportunità di rinnovamento e riposizionamento anche per gli editori. Nella generale crisi dovuta vuoi a una contrazione dei fondi per la ricerca e la pubblicazione, vuoi all’irrompere della rete e delle nuove tecnologie, difficili da assimilare nelle aree disciplinari ancora legate alla carta, la possibilità di sperimentare nuovi modelli di business (Freemium di Open Edition, con il contenuto gratis e i servizi a pagamento, per esempio) o di servizi innovativi (come i commenti, o strumenti per misurare l’impatto utili alla valutazione della ricerca) o anche semplicemente di ottenere una accresciuta visibilità e circolazione in Open Access dovrebbe attirare gli editori, invece di creare timori e chiusure ingiustificate. Alcuni editori giovani e dinamici lo hanno capito, e stanno testando nuove proposte e nuove modalità per continuare a offrire le loro competenze e i loro servizi in modo efficace.

 

Quindi per fortuna ci sono anche casi virtuosi...

Certo! Per fortuna esistono anche fior fiore di editori serissimi che fanno Open Access da anni e offrono piattaforme dotate di servizi innovativi, sia in area scientifica sia umanistica. Valgano per tutti l’editore PLoS, con le sue misure di impatto a livello di singolo articolo, o BioMedCentral, con la sua peer review trasparente, fino ad arrivare agli italiani Ledizioni o Accademia University Press. Posso citare anche DeGruyter, editore tedesco che, da quando è presente sulla piattaforma Open Edition Books, ha visto i suoi volumi rinascere a nuova vita: un successo per loro, ma, auspicabilmente, anche un tassello in più nella circolazione della conoscenza.

 

IN CONCLUSIONE

Insomma c’è ancora un po’ di strada da fare. E per gli editori non è più il caso di prendere tempo con altri pretesti. Anche perché poi succede come sempre che la comunità di fruitori di opere scientifiche cerca soluzioni alternative basate sul “crowdsourcing”, come per esempio nel caso dell’Open Access Button o del provocatorio hashtag #IcanhazPDF che da qualche tempo circola su Twitter.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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