Anche il fenomeno delle webradio fa i conti (salati) con la Siae

di a cura di Carlo Piana - 11 dicembre 2015

Tizio ha una webradio chiamata “Tizio webradio” sul suo dominio www.tiziowebradio.it ma di fatto in quel sito non viene fatto altro che l’embed di una webradio che è fornita dalla piattaforma www.sitoperwebradio.com/tizio, gestito da un service provider negli Stati Uniti. Di fatto la diffusione della musica avviene tra un fornitore di servizi straniero e un cliente italiano, Tizio sceglie solo la “scaletta”. Un bel giorno Tizio riceve un’email dalla Siae, nella quale si intima di ottenere una licenza per webradio; ma è una richiesta legittima?

Ne abbiamo già parlato in vari articoli (alcuni poi confluiti nel libro Siae: funzionamento e malfunzionamenti) e ancora una volta in rete si sente qualcuno che segnala disagio per il modo con cui la Siae si approccia alle nuove forme di diffusione di opere creative poste dal web e dalle tecnologie telematiche.

 

IL PROBLEMA

Ad accendere nella nostra testa una lampadina su questo specifico tema è stato un post comparso sul profilo Facebook di Fabrizio Mondo, esperto del settore conosciuto tramite connessioni comuni sui social network. Fabrizio oltre ad avere un blog dedicato a questi temi e a spendersi in attività di informazione e divulgazione su questi temi, ha di recente pubblicato un libro intitolato Creare e gestire una Web Radio professionale e ha lanciato Zeptle.com, servizio di aggregazione radiofonica che attribuisce ad ogni radio un numero di canale sullo stile del digitale terrestre televisivo.

Nel suo post Facebook esordisce ponendo un quesito interessante: “La Siae invia delle comunicazioni alle webradio (anche se utilizzano Radionomy) invitandole a stipulare la licenza Awr (Autorizzazione per Webradio). Fermo restando che l'obbligo di legge è reale, e che invito le emittenti a risolvere i problemi NON trasmettendo il loro repertorio, vorrei fare un paio di considerazioni. Se io sul mio sito metto un player di Radio Deejay, devo pagare una licenza (considerato che Radio Deejay già paga una licenza a Siae)?

Effettivamente una webradio, come è implicito nella parola stessa, è uno strano ibrido tra sito web, radio indipendente, repository di podcast (quindi di file a loro volta ibridi tra musica e parlato) che pone questioni giuridiche non banali.

Dunque è necessario qualche commento per mettere a fuoco gli interessanti spunti avanzati da questo fenomeno sempre più diffuso.

 

CHE TIPO DI MUSICA PUÒ PASSARE IN UNA WEBRADIO?

Innanzitutto è importante ribadire (come giustamente anche Fabrizio fa) il principio generale per cui non è consentito caricare sul web contenuti di cui non si detengono i diritti o di cui non si sono ottenute le necessarie autorizzazioni. Inoltre, qualsiasi piattaforma di hosting per contenuti creativi (da YouTube per i video a Instagram per le immagini) chiede ai suoi utenti di impegnarsi a non caricare materiale che sia in violazione dei diritti di terzi (e lo fa precisandolo all’interno dei termini d’uso che l’utente accetta all’atto della registrazione).

Se RadioDeejay fa passare nella sua programmazione tutta la musica mainstream del momento è perché versa fior fiore di royalty ai titolari dei diritti (attraverso la Siae o grazie ad accordi diretti con le case discografiche) al fine di ottenere le necessarie licenze. E in effetti non ha senso che chi semplicemente incorpora nel suo sito (per mezzo del cosiddetto “embedding”) un player di RadioDeejay paghi nuovamente una licenza.

Se però Tizio vuole creare la sua web radio personale, cioè una webradio in cui è lui a caricare e amministrare i contenuti, deve anch’egli ottenere le dovute licenze oppure utilizzare solo musiche di libero utilizzo (musica di pubblico dominio o rilasciata con licenze libere come le Creative Commons).

Che poi questo principio generale sia spesso ignorato e che Internet sia diventato una sorta di Far West del copyright è tutt’altra faccenda. Quello che dobbiamo però tenere presente è che se carichiamo sul web qualcosa di cui non abbiamo i diritti qualcuno prima o poi potrà agire per farlo rimuovere (sfruttando il meccanismo del cosiddetto “notice and take down”) o anche per chiedere un risarcimento del danno (caso più macchinoso e quindi più raro).

 

LE PIATTAFORME COME RADIONOMY

Chi non dispone delle competenze e delle tecnologie per mettere in piedi una sua webradio, può appoggiarsi su piattaforme dedicate che permettono di realizzare una webradio senza in realtà caricare i contenuti sul proprio sito web. Ci si registra, si apre un account e si caricano i file audio direttamente sui server della piattaforma prescelta. Dopo di che, attraverso la tecnica dell’embedding, è possibile rendere fruibile su qualsiasi altro sito la webradio così realizzata.

La più nota di queste piattaforme è Radionomy.com (società belga), ma ce ne sono anche altre che ripercorrono più o meno lo stesso modello.

Delle implicazioni a livello di diritto della proprietà intellettuale della tecnica dell’embedding (tra l’altro utilizzatissima sul web; basti pensare all’embedding dei filmati di YouTube) abbiamo già parlato in occasione del commento a una importante sentenza della Corte di Giustizia UE in cui sostanzialmente si è chiarito che pubblicare un link, in sé, non è mai una violazione del copyright.

La questione però è un’altra: chi è di fatto il responsabile del caricamento dei contenuti coperti da copyright? Non certo Radionomy che, come tutti gli Internet service provider, rimane asettico rispetto ai contenuti caricati sui suoi server e si preoccupa solo di fornire un servizio di hosting (impegnandosi a rimuovere dietro segnalazione i contenuti “illeciti”). Dal punto di vista quindi della legge (e in questo caso si fa riferimento principalmente a i principi della direttiva 2000/31/CE) il responsabile rimane il titolare dell’account che concretamente sceglie, carica e amministra i contenuti della webradio.

 

LA LICENZA AWR DI SIAE E RELATIVE PROBLEMATICHE

Qui entra in gioco Siae la quale, in nome e per conto dei titolari dei diritti delle musiche caricate in queste webradio “amatoriali”, si sente legittimata a rivolgersi ai responsabili delle webradio stesse chiedendo loro la sottoscrizione di un “abbonamento”: il già citato contratto-licenza Awr.

Questa licenza (il cui testo integrale si trova sul sito ufficiale di Siae) per le radio che non hanno introiti ha un costo di 400 euro (+Iva) e va rinnovata annualmente.

A questo punto però si pone un altro problema: se Radionomy ha già un accordo con Sabam (omologa belga di Siae con cui Siae ha rapporti commerciali diretti e accordi bilaterali) c’è il rischio di pagare il diritto d’autore due volte per la stessa utilizzazione; un rischio che tra l’altro è sempre dietro l’angolo in un mercato dei contenuti creativi complesso come quello di oggi.

Il problema è acuito dal fatto che, nonostante qualche recente passo avanti da parte di Siae nella direzione della maggiore trasparenza, anche in questo caso le informazioni disponibili sono un po’ farraginose. Per esempio se un determinato servizio copre anche gli utilizzi commerciali, e dunque se quel contenuto possa essere lecitamente veicolato su siti aziendali o con palese vocazione di promozione commerciale. La stessa licenza Awr (di cui, ai fini della nostra riflessione, si segnalano in particolare gli articoli 3.3, 11.4 e 11.5) non risulta affatto di facile comprensione; non lo è per noi “specialisti” del settore, figuriamoci per chi ha creato una webradio con approccio “da amatore” e non nell’ambito di un’attività strutturata e con finalità commerciali.

Inoltre, nei casi di utilizzo della piattaforma Radionomy, sarebbe fondamentale poter sapere con precisione quale sia la copertura degli accordi che Radionomy ha sottoscritto con Sabam. Sul sito Radionomy.com non sembra trovarsi una pagina web ad hoc, ma ci sono solo discussioni tra gli utenti nei forum del sito.

In conclusione, quindi, è difficile fornire un inquadramento completo e definitivo di questo interessante risvolto del diritto d’autore contemporaneo. Ma confidiamo di aver comunque reso un’utile servizio condividendo le riflessioni fatte in questi paragrafi.

 

Simone Aliprandi e Carlo Piana

@simonealiprandi

@carlopiana

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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