Siae: scaduto il tempo per la riforma. Ma a “tutti” piace il monopolio

di a cura di Carlo Piana - 7 aprile 2016

Torniamo a parlare di Siae. Per l’ennesima volta. Ma in questi giorni sono vari gli avvenimenti che la vedono protagonista. Primo tra tutti l’arrivo della fatidica scadenza del 10 aprile 2016 imposta dall’Unione Europea con la Direttiva Barnier (approvata ormai più di due anni fa), di cui abbiamo già parlato in precedente articolo del 2014.

Quella è la data ultima entro la quale tutti gli stati membri avrebbero dovuto aggiornare le rispettive legislazioni nazionali sul tema della gestione collettiva dei diritti, allineandosi secondo alcuni principi comuni mirati a creare un mercato dei diritti d’autore di respiro davvero trasnazionale e non più solo nazionale. Su molti di questi principi la normativa italiana nonché quella interna alla Siae (statuto e regolamenti vari) richiedono un intervento sostanziale, che andrebbe a impattare non poco su dinamiche che invece sembrano essersi incancrenite ormai da anni.

La direttiva consta di 45 articoli abbastanza precisi sugli obblighi di trasparenza ed efficienza della governance, di digitalizzazione dei meccanismi, massima equità nella rappresentanza dei soci; tuttavia non dice nulla sul tanto discusso nodo del monopolio legale e su altri temi chiave del mercato dei diritti, lasciando quindi su quel piano buona discrezionalità agli stati membri. Non è quindi sufficiente un decreto di recepimento fatto con un semplice “copiaincolla” come a volte avviene su tematiche molto tecniche. Qui la tematica è sì tecnica ma anche molto delicata politicamente per gli interessi e gli equilibri che va a toccare.

Nonostante i 25 mesi trascorsi dall’approvazione della direttiva, il legislatore italiano è riuscito a non trovare il tempo e l’occasione per redigere un decreto legislativo di recepimento, esponendo così l’Italia al rischio dell’ennesima procedura di infrazione da parte dell’Ue.

Tra l’altro, per come è oggi la prassi in fatto di delega legislativa per il recepimento di direttive europee, non abbiamo nemmeno certezza di quale sia lo stato dei lavori; non si sa se ci sia una bozza già pronta che attende semplicemente un’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, né si sa se c’è un disegno di legge “dormiente” sul tavolo di qualche commissione parlamentare.

Sappiamo però che il tempo è scaduto e che ciò non è cosa buona, poiché al di là delle possibili sanzioni Ue, aumenta il rischio che poi si facciano le cose di fretta e soprattutto con ancor meno trasparenza (proprio con il pretesto dell’urgenza). Sappiamo anche che è stata costituita una “Commissione speciale Direttiva Barnier” in seno al Comitato consultivo permanente sul diritto d’autore (organo consultivo costituito già nel lontano 1941 e presieduto dal 2010 dall’avvocato Paolo Marzano), ma appunto, per la poco trasparenza con cui il tutto è stato gestito, non è possibile conoscere con precisione lo stato dei lavori.

Questa commissione lo scorso settembre aveva aperto una call (in realtà poco pubblicizzata e con tempi davvero troppo stretti) per raccogliere brevi “position paper” sull’argomento, riservandosi poi di ascoltare i proponenti per maggiori delucidazioni.

Sulla webtv della Camera dei Deputati si trova il filmato integrale dell’audizione del Presidente Siae Filippo Sugar, ascoltato per circa un’ora dalla Commissione Cultura lo scorso 3 febbraio. Nell’occasione Sugar si è espresso fermamente a favore del mantenimento della situazione di monopolio (legale o de facto secondo lui è indifferente), adducendo argomentazioni non del tutto convincenti (si veda a tal proposito le critiche puntuali mosse da Adriano Bonforti di Patamu.com) e soprattutto contraddicendo le dichiarazioni che egli stesso aveva rilasciato nel 2010 in un’intervista a Repubblica.

Nei giorni appena successivi a Pasqua, è stata invece la volta del Ministro Franceschini, che, ascoltato dalle Commissioni Cultura di Camera e Senato, si è espresso anch’egli a favore del mantenimento dello status quo, pur nell’urgenza delle riforme richieste dalla Ue. Francescini, che non molto tempo fa si era mostrato favorevole all’idea della liberalizzazione, ha sostenuto la tesi secondo cui: “La Siae ha bisogno di una profonda e urgente riforma, ma nelle condizioni attuali conviene al Paese presentarsi in Europa e al mondo con una sola società invece che puntare sulla liberalizzazione” (fonte: sito Anem.it). Una questione di “potere contrattuale” nelle trattative internazionali sul copyright, insomma. O forse l’ennesimo pretesto per spostare la questione ancora un po’ in là nel tempo?

Nel frattempo le varie community interessate si stanno mobilitando spontaneamente e si stanno attivando con iniziative di divulgazione e informazione che hanno il merito di aumentare la consapevolezza su questi temi e far pressione sulle istituzioni per una maggior trasparenza in questa fase di transizione.

Nel mio piccolo ho provato a destare un po’ di curiosità sul tema del monopolio con l’espediente narrativo dell’articolo-pesce d’aprile, paventando una improbabile acquisizione di Soundreef da parte di Siae. A volte l’ironia è la chiave; quando si dice ridiamo per non piangere...

Questa sera a Roma si terrà una sorta di “stati generali” delle realtà che spingono per superare lo status quo nella gestione collettiva dei diritti d’autore in Italia (l’evento si intitola “Tutta un'altra musica. Prospettive future per il mercato del diritto d'autore in Italia dopo la Direttiva Barnier” e sarà interamente trasmesso in streaming) e per l’occasione verrà presentato un documento-manifesto che poi sarà aperto alla firma di chiunque ne condividesse i principi. Patamu ha da tempo lanciato una petizione per chiedere al legislatore italiano di abolire il monopolio Siae. Intanto nei giorni scorsi il deputato Cristian Iannuzzi ha presentato una prima bozza per una legge di riforma della Siae, aperta alla discussione in rete.

Insomma, qualcosa si sta muovendo; tranne ovviamente all’interno delle istituzioni che dovrebbero concretamente e urgentemente occuparsi del tema.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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