Siae e Scf “chiudono” le webradio italiane di Radionomy. Ma sorge qualche dubbio

di a cura di Carlo Piana - 15 aprile 2016

Mi ero ripromesso di non parlarvi più di Siae per un bel po' di tempo ma gli eventi di questi giorni sono troppo gustosi per lasciarli cadere nell'oblio.

Oltre alle controverse vicende legate al (mancato) recepimento della Direttiva Barnier, nei giorni attorno a Pasqua un'altra notizia con protagonista la nostra società di gestione dei diritti è circolata in rete, creando non poche perplessità; una notizia con minore visibilità forse perché legata a un settore abbastanza di nicchia qual è quello delle webradio ma che si ricollega a quanto abbiamo già trattato su queste pagine non molto tempo fa (si veda l’articolo “Anche il fenomeno delle webradio fa i conti (salati) con la Siae”).

 

SIAE ED SCF HANNO FATTO CHIUDERE LE WEBRADIO ITALIANE SU RADIONOMY

In quell’articolo avevamo raccontato di strane manovre da parte di Siae volte a riacquisire un po' di controllo nel settore del webradio o quanto meno a diffondere un po’ di “terrore” tra i gestori delle webradio che non fossero in regola con i diritti d’autore. Avevamo anche spiegato che buona parte di queste webradio amatoriali si appoggiavano su una piattaforma chiamata Radionomy, appartenente a una società belga (a sua volta parte della società olandese Radionomy Group S.A.) e regolamentata dalla legge belga.

Ora pare che Siae, supportata anche da Scf (consorzio dei fonografici italiani) per quanto riguarda i diritti connessi, sia riuscita a fare pressioni su Radionomy, sufficienti da farle chiudere tutte le webradio “italiane” presenti sulla piattaforma. Come infatti spiega il sempre puntuale Fabrizio Mondo, “dal 31 Marzo 2016 Radionomy non permette più la creazione di web radio italiane. Se infatti provaste a creare una web radio sul sito radionomy.com, compilando il modulo presente in figura, vedreste che manca l’Italia dall’elenco delle nazioni. [...] Probabilmente le pressioni esercitate su Radionomy da Siae o Scf hanno fatto in modo che la società olandese tagliasse la testa al toro eliminando dall’elenco la lingua italiana, impedendo così ricerche per lingua e facilità di raggiungimento delle stazioni all’interno del network di emittenti radiofoniche intermediate”.

 

QUANDO UNA WEBRADIO PUÒ DEFINIRSI “ITALIANA”?

Chi chiediamo però… “italiane” in che senso? Questa curiosa vicenda pone infatti alcuni interessanti dubbi di inquadramento giuridico e - se vogliamo - di “inquadramento geografico”.

Innanzitutto, teniamo presente che Radionomy, come tutti gli operatori simili, sfrutta il principio della “non responsabilità del service provider” fissato dalla Direttiva 2000/31/CE e scarica così la responsabilità del rispetto del copyright sugli utenti che caricano i brani. In altre parole, quando un utente si registra su Radionomy accetta i termini d'uso, dai quali si deduce che Radionomy depreca il caricamento di musica in violazione del diritto d'autore; ma nello stesso tempo lascia agli utenti in massima libertà di scelta su cosa caricare, mettendosi eventualmente a disposizione per quello che gli americani chiamano notice and take down. D'altro canto così funziona Internet da più di 15 anni e difficilmente potrebbe esistere un servizio utile e innovativo come Radionomy se il suo gestore dovesse fare da “poliziotto” verificando preventivamente tutto ciò che viene caricato (cosa che è pacificamente esclusa dalla Direttiva 2000/31/CE).

 

LA GESTIONE DEL COPYRIGHT SU RADIONOMY

Tuttavia la faccenda non è così chiara, perché comunque Radionomy non è solo una piattaforma con contenuti caricati dagli utenti ma ha anche un sostanziale ruolo attivo nel caricamento dei brani musicali, uscendo così in quel caso dalla copertura della Direttiva 2000/31/CE.

Per chi non sapesse come funziona la piattaforma, su Radionomy è possibile creare delle playlist nonché un vero e proprio palinsesto radio; e per fare ciò il sito mette già a disposizione una marea di brani musicali “precaricati”. Oltre a questi brani musicali precaricati, l'utente ha la possibilità di caricarne di nuovi. 2

Ciò è regolamentato dalla Sezione 6 dei termini di servizio di Radionomy (Radio Producer Agreement), che riportiamo integralmente per massima chiarezza:

Radionomy offers libraries comprised of songs, jingles, and audio content available for Radio Producers to compose their programs. These songs, jingles, and content may not be downloaded. They may only be listened to while streaming.

Songs

Radionomy allows Radio Producers to include the songs listed in the Radio Planner in their musical programming. These songs have been acquired legally and each broadcast involves royalty payments to the relevant copyright holders.

Podcasts

Radionomy allows Radio Producers to include the audio sequences listed in the Radio Planner in their musical programming. This content has been created or acquired by Radionomy who holds the necessary rights and authorizations for reproducing and communicating them to the public on the Site with regards to copyright and related rights”.

Non è ancora ben chiaro cosa sia sfuggito in questo meccanismo, fatto sta che Siae ed Scf ritengono che buona parte della musica italiana o comunque caricata da soggetti italiani non rispetti il diritto d’autore.

C’è da dire che la stessa Radionomy non è del tutto trasparente su questo aspetto. Non sarebbe male poter avere qualche informazione più precisa rispetto all’affermazione (in effetti molto generica) “these songs have been acquired legally and each broadcast involves royalty payments to the relevant copyright holders”. In che senso e in quali termini questi brani sono stati acquisiti legalmente? Alla base c’è forse un accordo forfait tra Sabam (la “Siae belga”) e Radionomy? In tal caso, può essere che questo accordo abbia dei limiti territoriali (per esempio solo per il Belgio)?

 

COMPLICAZIONI “GEOGRAFICHE” E TECNICHE

Se il problema fosse davvero legato a limiti di natura territoriale, ecco emergere uno dei più atavici cortocircuiti del diritto di internet, cioè il problema di un media da un lato così potente e pervasivo e dall’altro difficilmente pensabile in ottica territoriale. Come già aveva dimostrato una storica vertenza tra l'associazione francese Lycra e Yahoo! nel lontano 2000, Internet di per sé è un media senza confini; e tutti i costrutti giuridici che vogliono ingabbiarla in artificiosi vincoli territoriali, si mostrano prima o poi inefficaci. Basti ricordare la più recente vicenda dei link alle partite di calcio di cui abbiamo già discusso in “Pubblicare un link non viola il copyright”.

Non solo; vi è un'ulteriore complicazione sempre legata alla natura di Internet e alla molteplici possibilità che la tecnologia web offre. Molti tra gli utenti italiani di Radionomy, grazie al sistema comunemente chiamato “embedding”, avevano reso fruibili le loro webradio (pur formalmente appoggiate sulla piattaforma belga/olandese) attraverso siti web italiani, nel senso di siti con dominio.it, o comunque appoggiati su server e piattaforme italiane. In altre parole: sito web “italiano”, con webmaster italiano, scritto in lingua italiana, con musica principalmente italiana, ma con incorporato (“embeddato”) un player radio proveniente da un sito belga/olandese.

Insomma un’ulteriore complicazione di natura tecnica in un quadro già abbastanza complesso dal punto di vista giuridico.

Si arriva così al paradosso che molte webradio che passavano musica di autori internazionali (quindi non gestiti da Siae direttamente) sono state chiuse perché “embeddate” in siti con dominio.it, mentre alcune webradio che passano principalmente musica italiana ma “embeddate” in siti con domini non italiani sono rimaste operative (si veda ad esempio il sito Radioitaliauno.be).

 

SIAE E LA MUSICA SUL WEB: UN DIFFICILE RAPPORTO

Sul fronte opposto, c’è da dire anche che Siae non sembra aver ben compreso quale sia il modo più opportuno e sensato di gestire il fenomeno delle webradio. I costi per acquisire una licenza webradio amatoriale sono tra i più alti d’Europa e le categorie applicate da Siae per inquadrare le diverse situazioni sono ancora troppo rigide e approssimative rispetto alla realtà. Sul suo sito Siae parla di “webradio monocanali” definendole come delle “web radio con programmazione predefinita in modalità webcasting radiofonico (flusso continuo), senza possibilità per l’utente di ottenere una programmazione personalizzata o di interagire con le programmazioni offerte allora hai bisogno di una licenza AWR”, e le considera comunque una sottospecie di sito web con musica. Inoltre le suddivide in sole tre categorie: web radio commerciali e aziendali, web radio di istituzioni ed enti no-profit, web radio personali; tuttavia molti hanno segnalato che l’universo delle web radio è ben più variegato e complesso e che dunque sarebbe opportuna una revisione di questo approccio.

Tra l’altro, nella stessa pagina web, subito dopo Siae precisa che, oltre alla licenza per i diritti d’autore sulla musica, “se si utilizzano registrazioni originali delle opere (tratte da cd-audio, dvd, siti internet) è necessario contattare preventivamente le case discografiche ed ottenere la loro autorizzazione”, chiamando in causa quindi anche i titolari dei diritti connessi (Scf, Nuovo Imaie, etc.) e complicando ulteriormente la situazione.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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