La pseudo-legge dei social network, tra utopia e anarchia

di a cura di Carlo Piana - 12 luglio 2016

Facebook, Youtube, Twitter, LinkedIn, social network in genere: non possiamo più vivere senza, pare. Sono una parte integrante del modo di vivere di molti utenti, cittadini. Una città, o forse meglio, uno Stato virtuale le cui leggi sono dettate... da chi, con quali criteri, con quali rimedi contro le ingiustizie? Se ci fermiamo a pensare, le stesse idee di Stato di diritto e democrazia, in questo particolare mondo, non valgono poi tanto.

 

UN POST CANCELLATO, UN ACCOUNT SOSPESO

Mirko Volpi, oltre a essere un amico di vecchia data, è un mio conterraneo lodigiano e l'autore di un simpatico libro che fotografa in modo davvero sagace la cultura e la forma mentis tipiche delle campagne padane dove appunto siamo cresciuti. “Oceano padano” è il titolo dell’opera con editore Laterza e con protagonista un piccolo paese agricolo tra Lodi e Treviglio chiamato Nosadello. Ma oltre a essere autore del libro, Mirko è un intellettuale ironico e un po’ fuori dagli schemi (allievo ideale di Maurizio Milani), molto attivo sul web sia attraverso i suoi canali social sia attraverso alcune testate web per cui scrive. Dietro questa sua maschera “mediatica” c'è però un Mirko Volpi accademico, ricercatore in Linguistica italiana presso l’Università di Pavia, cultore delle opere dantesche e ottimo conoscitore dell'evoluzione della lingua italiana.

Giustamente vi starete chiedendo: perché ci stai parlando di lui? E perché parlarne in una rubrica dedicata al diritto delle nuove tecnologie? La risposta sta in un episodio (lasciatemi dire, abbastanza fastidioso) avvenuto su Facebook, che lo ha visto protagonista qualche tempo fa. Ora vi racconto.

 

A NOSADELLO NON CI SONO “CULATTONI”

Il giorno 17 maggio è la giornata mondiale contro omofobia e in quella occasione sulla sua bacheca Facebook Mirko scrive una battuta con una sottile vena provocatoria ma sicuramente con tono bonario. Testualmente la frase è: “A Nosadello non lo sappiamo proprio cos’è l’omofobia, non c’è nemmeno un culattone, in paese”.

La battuta mi ha strappato subito un like perché ne ho subito colto il vero spirito. Di certo Mirko non vuole prendersela con i “culattoni”, ma piuttosto vuole creare un banale paradosso linguistico e nello stesso tempo stigmatizzare simpaticamente coloro che, essendo ancora legati a modi di dire e stereotipi un po' superati, utilizzano ancora certe parole.

Solo qualche giorno dopo scopro che non solo il post è stato rimosso da Facebook in quanto considerato contrario ai famosi “standard della comunità”, ma anche che il profilo di Mirko è stato sospeso per quattro giorni a titolo di punizione esemplare.

La questione di fatto è stata già dettagliatamente ricostruita da Mirko in un articolo su “Il Foglio” (e poi commentata anche dallo stesso direttore della testata), quindi non vado oltre. Vorrei quindi soffermarmi sulle riflessioni più strettamente giuridiche che un episodio del genere può innescare.

 

TERMINI DI SERVIZIO DI PIATTAFORME WEB: CHE TIPO DI NORME?

Avevo già segnalato perplessità sui meccanismi che governano queste rimozioni di contenuti da piattaforme social come Facebook e l'avevo fatto commentando un episodio simile successo a un altro mio amico molto attivo sul web (Francesco Lanza), che si vide inspiegabilmente cancellare la frase “Essere italiani dovrebbe essere illegale”, che tra l’altro non ha nulla di volgare o di violento.

Anche quella volta il dubbio creatosi nella mia testa di giurista era legato sia alle norme applicate sia al procedimento con cui queste vengono applicate.

Innanzitutto chiediamoci: che tipo di norme sono? Risposta: sono norme di carattere contrattuale e di diritto privato, per intenderci equivalgono allo statuto o ancor meglio al regolamento interno di un'associazione culturale a cui ci siamo iscritti. Nel mondo del web normalmente si chiamano termini di servizio (Terms of Service, da cui l’acronimo ToS) o condizioni d'uso, e vengono accettati dagli utenti all'atto della prima registrazione. Le modifiche che ogni tanto si rendono necessarie vengono prima notificate agli utenti e poi accettate dagli stessi implicitamente con la semplice prosecuzione nell'uso della piattaforma. Questo il meccanismo generalmente applicato e che tutti voi avete almeno una volta avallato.

 

STANDARD DELLA COMUNITÀ… MA SENZA COMUNITÀ

Facebook però non li chiama “termini di servizio” o “condizioni d'uso” come fanno tante altre piattaforme ma, con un gioco ermeneutico discutibile, li chiama “standard della comunità”, cercando di far passare il concetto che si tratti di regole scelte e adottate dalla community. Niente di più falso: gli utenti non possono fare altro che aderire a queste norme senza alcuna possibilità di commentarle, votarle, modificarle, ecc.. Esse vengono scritte a tavolino in ufficio di Palo Alto da qualche dirigente di Zuckerberg.

In altre parole, il concetto di community è completamente diverso e qui è palesemente abusato. A ben vedere, non esiste alcuna community, esiste solo una piattaforma commerciale che (tengo a sottolinearlo) legittimamente impone delle regole a tutela e garanzia della sua piattaforma e degli investimenti fatti per costruirla e promuoverla.

A proposito… li avete mai letti? Fatelo almeno una volta: eccoli.

 

NORME PRIVATISTICHE CHE DI FATTO PREVALGONO SULLA LEGGE

Qualcuno giustamente fa notare che abbiamo a che fare con la nazione più popolosa del mondo (1,7 miliardi di utenti), i cui “cittadini” provengono dalle più svariate e differenti culture; e che l'assenza di regole e controllo la farebbe presto implodere e la porterebbe presto all'autodistruzione.

Tuttavia il mio dubbio è proprio legato a come queste regole vengono scritte e imposte a questi "cittadini". Non sono norme che la community ha discusso e adottato, ma sono norme scritte e approvate in un ufficio di Palo Alto.

Certo è che queste regole non possono sovrapporsi né sentirsi prioritarie rispetto alle leggi e ancor più ai principi costituzionali dei vari Stati sovrani, da cui provengono i membri della “comunità”. Eppure di fatto l'episodio successo a Mirko dimostra che questa è la deriva che il mondo del diritto sta prendendo. Il comportamento di Mirko sarebbe coperto da secoli e secoli di principi sul diritto di satira e sulla libertà di espressione; tuttavia rappresenta una violazione dei famigerati standard della comunità e quindi fa scattare una sanzione interna.

 

CHI SONO I “GIUDICI” DI QUESTE NORME?

Ora però mi sorge un altro quesito (e così passiamo al secondo nodo della nostra riflessione giuridica): chi è che prende in esame queste segnalazioni e poi decide se l'episodio è o meno in conflitto con gli standard della comunità? Giudici, avvocati, esperti di risoluzione alternativa delle controversie, esperti di etica? O più semplicemente degli impiegati di Facebook "addestrati" alla mansione?

Lasciatemi dire (e non è uno slancio verso la conservazione della categoria cui appartengo) che per gestire certe situazioni ci vuole una forma mentis da giurista; una forma mentis che si acquisisce con anni e anni di studi giuridici e possibilmente di pratica professionale, e non semplicemente con qualche corso di formazione interno.

Invece, come racconta un interessante articolo di Wired, si tratta più che altro di semplici impiegati non particolarmente qualificati e che svolgono per 10 ore al giorno un’attività non proprio gratificante. L’articolo parla di “rimuovere costantemente immagini di peni e dacapitazioni”; ma concorderete con me che l’immagine di un pervertito che si masturba e l’immagine del noto quadro L’origine du monde non possano essere considerate sullo stesso piano. Eppure tempo fa qualcuno negli uffici di Facebook ha pensato che lo fossero (ricorderete la diatriba emersa nel 2014).

 

CONCLUSIONI

Come abbiamo spiegato diffusamente in altri articoli, Internet è per sua natura un media senza confini e dunque più di tutti gli altri media ‒ e direi anche più di tutti i fenomeni socio-culturali contemporanei ‒ pone seri problemi di regulation e di governance. La Legge (quella con la L maiuscola, approvata dai legislatori secondo il principio della rappresentanza politica) è ancora tendenzialmente impostata su base nazionale e dunque fa fatica a inquadrare e gestire efficacemente un fenomeno così globale e senza frontiere; e forse questo è proprio l’aspetto che rende Internet un media più libero di altri.

Inoltre i legislatori hanno dei tempi spesso molto lunghi e non riescono nemmeno a star dietro ai ritmi dell’evoluzione di un fenomeno come Internet. La soluzione più semplice, ma non necessariamente la migliore, diventa quindi quella delegare la regulation a soggetti privati, secondo logiche di diritto privato e ovviamente più agili. Che poi è quello che sta succedendo, come si può facilmente capire dagli episodi raccontati e commentati in questo articoli. Ma temo che questa deriva possa presto sfuggire di mano e che questo media più libero di altri rischi di diventare meno libero se si lascia che siano soggetti commerciali (e sempre più monopolisti) a regolamentarlo.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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