C’è Pikaciu in giardino, chiama l’Avvocato!

di a cura di Carlo Piana - 21 luglio 2016

Il mondo virtuale incontra il mondo reale nelle “realtà aumentata”; e il successo del gioco Pokémon Go ha portato il fenomeno all’attenzione di tutti. Anche l’apparato legale ci entra, e in modo non certo virtuale. Le conseguenze, non solo per i giocatori, sono le più diverse, quelle non certo evidenti delle norme sulla privacy in caso di danni.

 

CACCIARE I POKÉMON IN REALTÀ AUMENTATA

Tutti parlano della nuova mania del momento: il gioco Pokémon Go che sfruttando la geolocalizzazione su Google Maps permette di cacciare i personaggi Pokémon in realtà aumentata. Qualche curiosità dal punto di vista giuridico è già emersa.

I giocatori di questo nuovo gioco, attivando la localizzazione Gps del loro smartphone e avviando l'apposita applicazione, si divertono a girare per città, parchi e luoghi pubblici, cercando di catturare i personaggi Pokémon. Si chiama appunto “realtà aumentata” poiché con questa tecnologia si sfrutta la geografia reale per aggiungervi delle presenze virtuali. Una sorta di Second Life (se qualcuno se lo ricorda) in cui non ci si muove all'interno di ambienti immaginari e virtuali, ma in vie, piazze e luoghi realmente esistenti.

Ciò porta a bizzarri assembramenti di persone le quali, con in mano il loro smartphone, si affrettano a rincorrere i personaggi da catturare. Emblematico è stato il video diffuso in questi giorni in cui si vedono decine di persone radunarsi a Central Park per rincorrere un personaggio molto raro (e che quindi attribuiva un alto punteggio).

 

È PROPRIO IL CASO DI FARLO IN CIMITERI E CENTRI DI CONCENTRAMENTO?

Un gioco di questo tipo pone questioni indubbiamente pregnanti sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista morale.

A livello morale ad esempio qualcuno ha fatto notare quanto sia inopportuno mettersi a giocare a caccia di Pokémon in luoghi come cimiteri, chiese e... ex campi di concentramento nazisti. Ebbene sì, è successo anche quello: qualcuno è stato sorpreso a giocare all’interno di Auschwitz (si legga a tal proposito l’articolo di LaStampa.it “Dove è giusto andare a caccia di Pokémon?”). È ovvio che giocare in questi luoghi, anche quando non viola una norma giuridica specifica, risulta poco rispettoso nei confronti delle altre persone che stanno facendo una visita per ben altri motivi e con ben altro spirito. Ma se il buon senso e la buona educazione non bastano, bisogna correre ai ripari aggiungendo apposite norme nei regolamenti interni di questi luoghi – per così dire – “sensibili”; cosa che infatti sta già succedendo.

 

LE QUESTIONI GIURIDICHE EMERGENTI

Spostandoci sul lato più strettamente giuridico, in effetti questo tipo di tecnologia pone serie preoccupazioni relative al rispetto del codice della strada nonché più in generale alla tutela dell'ordine pubblico. Il rischio maggiore è legato alla caccia di Pokémon fatta in automobile, con grande rischio di distrazioni e di incidenti dovuti anche semplicemente alla maggiore densità di veicoli in prossimità delle vie e degli incroci in cui sono presenti i personaggi più ricercati. Sulle autostrade Usa sono già comparsi cartelli e avvertimenti che esortano gli automobilisti a non giocare mentre si è alla guida. Ma ci sono altri rischi più genericamente di ordine pubblico legati alla non facile gestione da parte ad esempio delle forze dell’ordine di assembramenti non previsti di persone in luoghi e orari normalmente a bassa frequentazione.

Di ipotesi potremmo farne varie, fino a sfociare nel paranoico. Soffermiamoci piuttosto su alcuni quesiti relativi al rispetto della proprietà privata e alla gestione dei dati personali raccolti e riutilizzati all'interno del gioco.

In sostanza, ci si chiede: chi e secondo quali criteri decide dove mettere i Pokémon da catturare e soprattutto dove mettere i cosiddetti Poké Stop? Nei Terms of service non è precisato nulla in merito e le Trainer guidelines sono molto (forse troppo) generiche, e a ben vedere si occupano più che altro di come gli utenti devono comportarsi durante il gioco e non tanto a dove i titolari del gioco possono posizionare i Pokémon. Ad esempio si mette in guardia l’utente dicendo “Please do not trespass, or in any manner gain or attempt to gain access to any property or location where you do not have the right or permission to be”.

 

PROPRIETÀ PRIVATA… IN CHE SENSO?

Il principio generale sembra quindi quello di non posizionarli in proprietà private. Ma è davvero così? In rete circolava il beffardo cartello del proprietario di un giardino che lamenta troppi assembramenti sulla sua proprietà (emblematica l’immagine circolata su Twitter, che riportiamo qui sotto): probabilmente si tratta di uno di quei giardini all'americana, che degradano direttamente verso la strada, senza muretto o siepe di chiusura, cioè un classico esempio in cui la proprietà privata non è così ben delimitata rispetto al suolo pubblico.

 

Immagine -articolo -poke ́mon

 

Altro esempio: l'altro giorno ero in piscina e sui lettini a fianco al mio c'erano due ragazzi che cercavano Pokémon. La piscina in questione, pur essendo aperta al pubblico e accessibile dietro pagamento di un biglietto, è comunque tecnicamente una piscina privata, proprietà di una società privata. Lo stesso dicasi per centri commerciali, ristoranti, discoteche: tutti luoghi aperti al pubblico ma di proprietà privata.

Aspettare prima di dire che è la classica disquisizione da giurista sulla lana caprina. Al di là della distinzione non proprio irrilevante tra “luogo di proprietà privata non accessibile al pubblico” e “luogo di proprietà privata accessibile al pubblico”, c'è un ulteriore risvolto che a mio avviso necessita una riflessione. Qualcuno si è posto il problema se i titolari di questi luoghi privati e accessibili al pubblico (che spesso hanno anche responsabilità legate alla sicurezza delle persone che vi accedono) gradiscano o meno la presenza di Pokémon nella loro proprietà?

 

IL POSIZIONAMENTO DI POKÉMON COME LEVA DI MARKETING

Sicuramente ci saranno alcuni titolari di ristoranti, piscine, discoteche che considerino la presenza di Pokémon sulla loro proprietà come una interessante occasione di business. D'altronde, se si spargesse la voce che ogni sabato sera nella discoteca X compare un rarissimo Pokémon da catturare, di certo il locale farà il pienone. Be', se io fossi Niantic (l'azienda che ha sviluppato il gioco) inizierei a pensarci e a mettere in vendita il posizionamento di Pokémon presso esercizi commerciali aperti al pubblico. “Tu titolare di discoteca o centro commerciale vuoi avere tanta gente che passa di lì? Ci paghi e noi ti piazziamo qualche Pokémon raro!”. Anzi, sono sicuro che ci stanno già pensando o addirittura lo stanno già facendo. Una nuova e potentissima forma di advertising; non ci vedo nulla di male, è il gioco del mercato.

Ma se al contrario io sono un titolare di esercizio commerciale che non gradisce assembramenti di giocatori (ad esempio per una questione di stile e immagine del proprio locale, oppure appunto per ragioni di sicurezza), a chi posso rivolgermi? È tutto in mano a Niantic in modo insindacabile? Non andrà per caso a finire che sarò costretto a pagare anche per avere la certezza che non vengano posizionati Pokémon nei miei locali?

 

TUTTO GRAZIE AI DATI GEOGRAFICI RACCOLTI CON INGRESS

Facciamo però un passo indietro per capire come la Niantic sia arrivata a questa potentissima e dirompente idea. Prima di lanciare Pokémon Go (in collaborazione con Game Freak, The Pokémon Company e Nintendo), l'azienda californiana aveva lanciato nel 2013 Ingress, gioco sempre basato sulla geolocalizzazione e su una versione embrionale di realtà aumentata, ma che aveva avuto un impatto su un numero più ridotto di utenti (tendenzialmente “nerd”) e una limitata eco mediatica rispetto alla nuova creatura (che oggettivamente è passata anche sui media più generalisti).

Tra i due giochi la differenza più interessante ai fini della nostra analisi è che Ingress aveva tutto un sistema di controllo distribuito grazie al quale, dietro segnalazione, la community dei giocatori poteva segnalare se qualche punto di interesse risultava problematico per qualsivoglia motivo. Non so se funzioni così anche in Pokémon Go, anche se stando alle dichiarazioni di Niantic si stanno attivando in quella direzione.

A ogni modo, è proprio grazie alla pregressa diffusione di Ingress che Pokémon Go è riuscito a risultare così perfetto e performante fin dall'inizio. Infatti la community di Ingress aveva a suo tempo già fornito tutta una serie di dati georeferenziati molto dettagliati grazie ai quali Niantic era riuscita a tracciare tutta una fitta serie di “punti di interesse” (così si chiamano in gergo). Unendo questi dati con quelli di Google Maps e Google StreetView, il risultato è stato potentissimo.

Non solo: sempre grazie alla spinta della cosiddetta “gamification” di massa, i cacciatori di Pokèmon continuano a fornire ai produttori del gioco (e indirettamente anche a Google) una massa incomparabile di dati geografici che possono poi essere riutilizzati in altro modo.

 

QUESTIONI DI PRIVACY CHE FORSE NESSUNO HA (ANCORA) CONSIDERATO

Ecco che a questo punto non può non porsi il problema della tutela della privacy e della gestione dei dati personali che gli utenti sono “costretti” a fornire per poter avere un’esperienza di gioco piena ed efficace. La cosa ha ben più ramificazioni di quanto uno si immagini. Innanzitutto, è un gioco che sfrutta un terminale e tecniche di geolocalizzazione, come tale è ovviamente soggetto all’obbligo di notificazione al Garante. I gestori del gioco l’avranno fatta? Sul registro non risulta alcuna notifica né di Nintendo, né di Niantic. Non vi è dubbio che il trattamento sfrutta apparecchiature situate sul territorio, e nemmeno in modo casuale (direi, anzi, intenzionale), dunque mi pare proprio si applichi (anche) la legge italiana. Non è impossibile che arrivi presto un provvedimento che chiude il gioco sul più bello.

L’aspetto più “interessante” del versante privacy delle questioni legali, però, non è per gli utenti (i quali, pure, forniscono “volontariamente” una messe impressionante di dati il cui utilizzo è tutto tranne che controllato), ma è per i titolari di quei luoghi in cui vengono collocati i Pokémon. È opinione piuttosto solida che un indirizzo, soprattutto un indirizzo privato, sia un dato personale e dunque sia soggetto agli obblighi generali di corretto utilizzo. Una norma che pochi prendono in considerazione, ma che risulta spesso molto importante, è quella per cui il trattamento di dati personali è un’attività pericolosa ai sensi dell’art. 2050 del Codice Civile, come tale è sufficiente per il danneggiato provare il nesso causale tra il trattamento (quella posizione geografica rientra/non rientra tra quelle potenzialmente utilizzabili per il gioco) e il danno, la colpa è presunta: sta al titolare del trattamento provare di aver fatto tutto quanto possibile per evitare il danno.

Proprio recentemente la Cassazione è espressa in tal senso in un caso che apparentemente è del tutto slegato. Un titolare di home banking ha osservato come il proprio Pin è un dato personale, che la banca non aveva dimostrato di aver fatto tutto quanto il possibile per proteggerlo (la banca, non il titolare) dalle conseguenze di un potenziale phishing, per cui l’istituto è stato condannato alla restituzione delle somme prelevate indebitamente tramite bancomat (Cassazione civile, sez. I, 23/05/2016 n. 10638).

Il che potrebbe succedere la prossima volta che un flash mob di smartphone-dotati si materializza sul mio prato urlando “è qui, è qui!”, o che un frescone col naso incollato allo schermo finisce nel lago pensando fosse un giardino pubblico.

Sì, forse siamo un po’ paranoici; ma ci premeva cercare di mettere in guardia su tutte le potenziali problematiche giuridiche. Più che altro perché è abbastanza prevedibile che altre aziende produttrici di giochi e applicazioni seguano il modello nei prossimi mesi.

 

Simone Aliprandi e Carlo Piana

@simonealiprandi

@carlopiana

 

- - - - - - -

Articolo sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0.


prev
next

0 Commenti :

Commento

Captcha

A CURA DI CARLO PIANA

/media/5648275/piana.png
DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
Account twitter Account LinkedIn Feed RSS

Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

Impresa
Se le leggi offrono poca ospitalità alla sharing economy: i problemi sollevati da AirBnB
30 novembre 2016

Grane legali per Facebook. Quando i social media diventano veicolo di contenuti illeciti
17 novembre 2016

"Secondary ticketing” o bagarinaggio 2.0?
3 novembre 2016

ARCHIVIO