Don’t feed the algorithm. L’oblio sfuggente e le dure dinamiche di Internet

di a cura di Carlo Piana - 20 settembre 2016

Un fatto di cronaca estremamente triste e drammatico, un suicidio, accaduto in questi giorni, ci spinge a riflettere seriamente sulle dinamiche che reggono Internet: un medium strano e profondamente diverso da tutti gli altri, purtroppo ancora oscuro per buona parte delle persone che comunque lo utilizzano.

Come sappiamo Internet annulla tempi e distanze; ha dei tempi velocissimi e ha un impatto potenzialmente globale, tant'è che è possibile diffondere una notizia in pochi secondi in tutto il pianeta; al di là che essa sia una notizia vera o falsa, verificata/verificabile o del tutto apodittica, innocua o dannosa, “pulita” o lesiva di qualche diritto.

Ma l'aspetto più delicato e controverso è che questo medium, a differenza di quelli precedenti, non è governato tanto da persone quanto da algoritmi.

Le persone possono essere crudeli, ma gli algoritmi possono a volte portare a effetti più devastanti. D'altronde anche l'essere umano più abbietto ha comunque capacità di giudizio e un barlume di empatia; l'algoritmo è asettico, automatico, matematico, “neutro”... una neutralità che da un lato può sembrare sintomo di equità ma che in alcuni casi può trasformarsi in cinismo.

Esempio emblematico di questo terrificante cinismo degli algoritmi è appunto ciò che sta succedendo in questi giorni. Una giovane donna si suicida perché non riesce più a sopportare la fastidiosa notorietà che il popolo di Internet le ha tributato; e qual è il principale effetto che ottiene? Che ora tutti i media, e non più solo Internet, parlano della sua storia e fanno riecheggiare il suo nome: i tg nazionali, i talk show della seconda serata, i rotocalchi, i quotidiani di cronaca, le riviste di gossip... Con buona pace dei parenti della defunta, che nel giro di poche ore si trovano non solo a dover fronteggiare il dolore della triste perdita, ma anche a dover convivere con questo rinnovato e accresciuto riverbero mediatico (per altro legittimo, in virtù del sacrosanto diritto di cronaca).

Ad ogni modo, anche solo rimanendo nell'ambito di Internet, pensiamo: se prima solo una fetta ristretta dei navigatori conosceva il suo nome e il “misfatto”, ora invece le parole chiave legate alla vicenda (tra cui principalmente il nome dalla donna ormai defunta) sono finiti in cima alle pagine di tutti i motori di ricerca e sono entrati nei cosiddetti “trending topics” dei social media.

Si chiama “effetto Barbra Streisand” e ne parlammo in un altro nostro articolo poco più di un anno fa, dove cercavamo di spiegare che, proprio per i meccanismi delicati di Internet, spesso attivarsi per la rimozione o per la rettifica di una notizia può addirittura essere controproducente. Ogni azione intrapresa, tanto più se porta al provvedimento di un giudice (sentenza o in questo caso ordinanza) che è per sua natura “atto pubblico”, rischia di amplificare l’interesse mediatico sulla vicenda, legittimare ulteriore attività di cronaca, critica e commento (come è giusto che sia in un paese in cui vige la libertà di informazione), allontanare ulteriormente la caduta nell’oblio. Sad (very sad) but true; ancor più in un mondo dove sono gli algoritmi a decidere se dare più o meno visibilità a una notizia.

Non solo (e questo – lasciatemi dire – non è affatto colpa degli algoritmi ma degli esseri umani): siti web che fino a questo momento non si erano occupati di temi legati al diritto di Internet, si sono riscoperti interessatissimi al tema, pubblicando vari post di esperti del settore (più o meno autentici) o ancora peggio post in stile “acchiappaclick”; per esempio, si sono visti articoli che ammiccavano alla possibilità di vedere spezzoni o fotogrammi del video “galeotto”, o nei quali l’immagine principale riportava il triangolino tipo “tasto play”, per far pensare che cliccandovi sopra sarebbe partito un video (o magari proprio “quel” video). Inutile dire che questa sorta di “sciacallaggio internettiano” ha contribuito ancora di più a tenere sempre alta l’attenzione del web (inteso sia come utenti sia come algoritmi) sulla vicenda, quindi ad aumentarne la visibilità e a tenere ben lontana la sua caduta nell’oblio. Insomma, un circolo vizioso difficile da disinnescare, nonostante le ordinanze d’urgenza per la rimozione dei contenuti dal web. In sostanza, – sembra una constatazione sarcastica ma invece è estremamente seria – l’unica soluzione efficace per evitare che video di quel tipo sfuggano di mano con simili strascichi drammatici sembra essere quella di non girarli, o quanto meno di rendersi non riconoscibili fin dall’inizio.

 

P.s.: si noti che in questo articolo volutamente non si fanno i nomi delle persone coinvolte e già oltremodo danneggiate, né vi sono link ad altri articoli che trattano la medesima vicenda, proprio per non dare ulteriore “pane” per i denti degli algoritmi di motori di ricerca e social media. Questa volta forse è meglio così.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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