Verso atti giudiziari standardizzati: evoluzione del processo o svilimento del ruolo degli avvocati?

di a cura di Carlo Piana - 25 gennaio 2016

Se la completa sostituzione degli avvocati con sistemi automatizzati (fenomeno di cui abbiamo già parlato in un altro articolo) è ancora un’ipotesi abbastanza lontana, si pone invece come questione molto attuale quella della standardizzazione degli atti giudiziari. Recentemente ne hanno parlato anche Cassazione e CSM e, in questi anni di transizione a un sistema giudiziario interamente informatizzato, forse è il caso di iniziare a rifletterci seriamente.

Il passaggio al processo telematico porterà probabilmente a una mutazione genetica nei contenuti degli atti: se ne vedono le prime avvisaglie con moniti e provvedimenti normativi che, per la prima volta, si occupano non della forma esterna, ma del contenuto (per esempio, della lunghezza) degli atti delle parti nel processo. È il primo passo verso un’ingerenza profonda del legislatore sulla libertà dell’Avvocato di difendere il proprio assistito? Arriveremo a un processo in cui saranno gli algoritmi a dettare le sentenze?

Spingere l’informatizzazione dei processi ‒ quello giudiziario è solo un esempio ‒ senza modificare ciò che vi sta alla base è una letterale chimera, velleitaria e innaturale. Già da subito, tale spinta porta con sé quesiti relativi alla gestione informatizzata dei documenti, dato che, in prospettiva, tutto dovrà essere digitale “nativamente” e quindi il flusso delle informazioni dovrà necessariamente essere pensato per poter essere correttamente gestito con criteri informatici.

Non a caso buona parte delle norme tecniche sul processo telematico si occupano (a volte in modo anche errato) di formati di file e protocolli di comunicazione. Ma il processo telematico è agnostico rispetto ai contenuti “ideologici” dei documenti che si scambiano, occupandosi al massimo della tipologia di atto e di alcuni meta-contenuti minimi. In altre parole, sostituisce alla carta un surrogato tecnologico della carta. Tanto è vero che molti magistrati pretendono le “copie di cortesia”, frustrando così lo scopo principale della digitalizzazione; tanto è vero che il più recente processo amministrativo ha sostituito l’appellativo “telematico” con “digitale”.

 

LIBERTÀ DI FORMA... FINO A CHE PUNTO?

Il nostro sistema processuale (soprattutto nel modello civile) è indubbiamente molto documentale e poco orale; l’interazione tra le parti e il giudice è basata in ampia parte sulla presentazione di documenti scritti e in minor parte sulla discussione in udienza. Preferisco precisarlo per coloro che, non avendo studi giuridici alle spalle, hanno un’idea distorta a causa dei processi dei film americani (o ancora peggio dei finti processi di Forum).

Atteso il principio generale della “libertà di forma” fissato dall’articolo 121 Codice Procedura Civile (secondo cui “gli atti del processo, per i quali la legge non richiede forme determinate, possono essere compiuti nella forma più idonea al raggiungimento del loro scopo”), sappiamo che di fatto buona parte degli atti processuali (specialmente quelli in ambito civile e amministrativo, un po’ meno in ambito penale) rispondono a una tipizzazione abbastanza solida.

Gli anni del praticantato e i corsi di preparazione all’esame di abilitazione forense servono proprio per acquisire la massima dimestichezza con questi fondamentali “strumenti del mestiere”. Ora c’è Internet e gli appositi siti che riportano i modelli di riferimento, una volta ci si affidava ai fondamentali “formulari”. Bisogna però notare che questi modelli non si basano tanto su norme di legge che li descrivono e li tipizzano “dall’alto”, quanto sulla prassi giudiziaria e sull’esperienza di avvocati e giudici che si sono trovati a fronteggiare le più svariate situazioni.

Se guardiamo però un’altra norma essenziale del Codice di Procedura Civile (tra quelle da imparare a memoria per l’esame), l’articolo 125, vediamo che il legislatore si preoccupa più che altro di stabilire i requisiti minimi per la validità ed efficacia degli atti, ma raramente si preoccupa di fornire indicazioni sulla loro strutturazione. Sul presupposto (corretto) della libertà delle forme e del raggiungimento dello scopo (articolo 156 del Codice di Procedura Civile, oltre al già citato articolo 121), la giurisprudenza si è occupata spesso di liberare il difensore dell’onere di usare formulazioni precise o di rispettare rigidi formalismi, una volta che gli elementi fondamentali necessari potessero essere considerati rispettati.

A una strutturazione di massima dei contenuti fondamentali dell’atto, corrisponde quindi libertà del “principe del foro” di scegliere come impostare gli atti così che, secondo la sua sensibilità ed esperienza, possano raggiungere lo scopo. E in questo c’è anche un aspetto – per così dire – psicologico che porta l’avvocato più scaltro e camaleontico a impostare gli atti in modo che il giudice li legga, li comprenda, li accolga più facilmente e anche a evitare scelte stilistiche che possano indispettire il giudice. Mai e poi mai il modo di esporre le argomentazioni giuridiche e fattuali viene toccato dalle regole.

 

RICORSO INAMMISSIBILE PERCHÉ TROPPO LUNGO

Questa libertà è però spesso abusata, specie nella scelta della lunghezza degli atti, andando ad appesantire ulteriormente l’attività degli uffici giudiziari, già oltre modo lenti e ingolfati. Nel 2014 la Corte di Cassazione ha addirittura colto l’occasione per fare giurisprudenza proprio su questo aspetto e stabilendo (con la sentenza n. 20589 del 30 settembre 2014) che un ricorso eccessivamente lungo può essere dichiarato inammissibile per violazione dei principi del giusto processo (articolo 111 Costituzione e articolo 6 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) e per una questione di buon senso ed economicità (l’esigenza di non gravare lo Stato e le parti di oneri processuali superflui).

Dice la Suprema Corte: “Il rispetto del canone della chiarezza e della sinteticità espositiva rappresenta l’adempimento di un preciso dovere processuale il cui mancato rispetto, da parte del ricorrente per cassazione, lo espone al rischio di una declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione.

Non si tratta di un principio innovativo, anche se la sanzione di inammissibilità dovrebbe probabilmente essere stabilita espressamente per legge e non per interpretazione. Una severa limitazione della dimensione degli atti, fatta rigorosamente rispettare, è presente nelle regole procedimentali della Corte di Giustizia Ue, alla quale poche eccezioni vengono concesse. In caso di violazione, il cancelliere invita a ridurre, assegnando un nuovo termine, e rifiutando di inserire l’atto nel fascicolo di giudici.

 

IL CSM PARLA DI TIPIZZAZIONE

Lo scorso mese di maggio il Consiglio Superiore della Magistratura, chiamato a esprimersi sulle problematiche innescate dalla delicata fase di passaggio al processo telematico, ha diffuso il documento “Monitoraggio e studio delle problematiche attuative del Processo Civile Telematico”. Al paragrafo 7, intitolato “Il P.C.T. e il lavoro del giudice”, tra le varie linee di intervento auspicabili si suggerisce anche di “incentivare la ‘tipizzazione’ degli atti, con l’introduzione di regole in ordine alla loro forma rendendo cogente l’impegno alla sinteticità e consentire (anche sotto il profilo normativo) il ricorso all’ipertesto specialmente per l’indicizzazione dei documenti.”  Sintomo che il tema desta interesse anche nelle alte sfere della magistrature e viene percepito come strategico per una efficiente evoluzione del sistema.

Interessante il riferimento ai concetti di “ipertesto” e di “indicizzazione”. La prospettiva sarebbe quindi quella di atti giudiziari strutturati secondo uno schema ben definito, anche sul piano strettamente informatico (per esempio secondo chiare tag Xml, come avviene già ora per le fatture elettroniche).

 

I PROSPETTI MILANESI

Giuseppe Sileci su IlSole24Ore.com segnala anche l’interessante caso dei “prospetti milanesi”: un primo passo (per ora a livello sperimentale) verso una maggiore standardizzazione degli atti.

“[...] Sempre in nome della ragionevole durata del processo, e dunque al precipuo scopo di accelerare il lavoro dei Giudici, a Milano la Commissione mista avvocati–magistrati sta studiando la opportunità di inserire, all’inizio degli atti introduttivi (citazione e comparsa di risposta) dei giudizi aventi a oggetto azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori di società di capitali, due prospetti riepilogativi, da riempire con indicazioni del tutto sintetiche […] e senza alcuna incidenza sul contenuto vero e proprio dell’atto difensivo, la cui modalità di redazione è compito proprio della difesa”.

Non sono sicuro se questo sia il modo ottimale di procedere; si rischierebbe infatti di creare prassi diverse da tribunale a tribunale, e comunque in queste commissioni “miste” i magistrati hanno sempre maggiore voce in capitolo. Ma di certo questo può essere un utile “progetto pilota” per pensare una normativa nazionale più organica e lungimirante.

 

E I PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE?

Fin qui abbiamo parlato solo degli atti giudiziari, quindi dei documenti dagli avvocati, ma più o meno le stesse riflessioni valgono per i provvedimenti del giudice. Anche in questo caso il diritto processuale si preoccupa di dire quali sono i requisiti minimi di sentenza, ordinanza e decreto e di dire quando il giudice si esprime con ciascuno delle tre tipologie. Ma sulla strutturazione e “formattazione” dei provvedimenti, ogni giudice ha libertà assoluta.

Ne deriva che per esempio alcuni giudici distinguono espressamente la parte di “fatto e di “diritto” e altri che invece ne fanno un tutt’uno; oppure che alcuni giudici, quando una delle parti della causa è un’azienda, indicano in sentenza la partita Iva delle aziende, mentre altri indicano solo la sede sociale, creando possibili confusioni negli occhi di coloro che leggono solo la sentenza senza poter vedere gli atti processuali. Senza parlare delle modalità con cui sono citati i precedenti (conformi e difformi), che è una parte importante per creare il diritto “vivente”, cioè quel diritto applicabile al caso concreto grazie non solo alla nuda norma, ma anche all’applicazione fatta dai giudici (quanto più costante, quanto più affidabile).

Anche qui forse il passaggio a un processo interamente telematico e a provvedimenti redatti dal giudice con un word processor (o in futuro attraverso un’apposita “consolle giudice”) porterà inevitabilmente a una maggior standardizzazione. Cosa che per altro gioverebbe poi la gestione, archiviazione, indicizzazione e forse addirittura “ipertestualizzazione” dei provvedimenti.

 

CONCLUSIONI

Si vedono dunque le avvisaglie di un intervento rispetto al merito degli atti del processo, in un ambito, quello della difesa dei diritti, in cui l’utente esterno (l’Avvocato) è coperto da un ruolo costituzionalmente garantito all’interno del processo stesso.

Alcuni colleghi forse percepiranno questa spinta verso una maggiore standardizzazione come un’eccessiva compressione della loro libertà intellettuale e della loro “creatività” ermeneutica. Bisogna però anche essere onesti e ammettere che può esserci davvero poca creatività in un procedimento di ingiunzione o di convalida di sfratto; e quindi forse in quei casi non è così un male che la speditezza del procedimento acquisti passi in primo piano.

La digitalizzazione delle procedure comporta cambiamenti, non solo nel modo di comunicare, ma anche in ciò che va comunicato. Cercare di trapiantare il modello cartaceo in un mondo di bit è del tutto sterile, pretendere che nulla cambi è inutile.

 

Simone Aliprandi e Carlo Piana

@simonealiprandi

@carlopiana

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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