“Carta vince, carta perde”. Giochi di prestigio contro la libera diffusione dei beni culturali

di a cura di Carlo Piana - 11 gennaio 2016

Il nuovo anno si è aperto con un curioso dibattito in merito alla caduta in pubblico dominio del Diario di Anne Frank e dei tentativi di evitarla con mezzi non del tutto condivisibili. Il caso ci dà lo spunto per discutere dei mezzi e mezzucci usati in molti ambiti per negare il pubblico dominio, specie nel caso dei beni culturali.

 

IL CASO ANNE FRANK

Essendo l’omonima autrice olandese morta nel 1945, il passaggio al 2016 segna lo scadere dei famosi 70 anni di durata dei diritti d’autore. L’opera (quantomeno il testo originale in lingua olandese) dovrebbe quindi essere divenuta libera da vincoli di privativa e essere liberamente utilizzabile da chiunque; tant’è che nel web sono comparse varie versioni “non autorizzate”. Ho utilizzato il condizionale perché la questione si è fatta più complicata del previsto, dato che, a ridosso della scadenza del settantesimo anno (guarda caso!), la fondazione svizzera Anne Frank Fonds che gestisce i diritti dell’opera, ha fatto presente che Otto Frank – padre di Anne morto nel 1980 – è stato coautore del famoso diario. Dunque secondo loro bisogna attendere un bel po’ di anni ancora. Non è ancora chiaro se sia solo una boutade o se davvero ci sarà margine per diatribe giudiziarie; ma intanto un po’ di incertezza è stata instillata.

 

I SOLITI GIOCHETTI PER RENDERE ETERNO IL COPYRIGHT

Ne abbiamo già parlato più volte (in particolar modo nell’articolo Il copyright anche dove non c’è, ma anche in Copyright senza confini, usi liberi sempre più limitati), tuttavia si moltiplicano fuori controllo i casi in cui il pubblico dominio viene bistrattato e compresso artatamente attraverso mirati giochi di prestigio, diretti ‒ se non a vantare diritti di privativa realmente esistenti e giuridicamente fondati ‒ quantomeno a buttare fumo negli occhi degli utilizzatori e quindi sfruttare l’incertezza e la paura per sfruttare ancora per qualche tempo un’opera.

Diciamolo una volta per tutte: non se ne può più di questa deriva! Il copyright è un istituto giuridico che ha una sua ragione giuridico-economica se rimane limitato nel tempo, come d’altronde è sempre stato fin dalla sua concezione originaria (risalente ormai al 1700). Non possiamo negare che gli attuali termini di 70 o 95 anni (a seconda dei casi e degli ordinamenti giuridici) siano già oltremodo lunghi, specie in un mercato come quello di oggi in cui buona parte delle opere ha un orizzonte di “vita” molto breve (in termini di commerciabilità). Eppure, come abbiamo già dimostrato, i tentativi per renderlo sostanzialmente eterno continuano imperterriti.

 

ANCHE LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI CI CASCANO

Nel caso del settore privato, questi tentativi possono risultare fastidiosi ma comunque scandalizzano fino a un certo punto: è infatti comprensibile che un privato cerchi di massimizzare il suo guadagno utilizzando anche questi mezzi... salvo ovviamente trovare altri soggetti privati che invece gli contesteranno o semplicemente ignoreranno le sue pretese. A creare scandalo è invece il fatto che questa tendenza sia ugualmente seguita anche dagli enti pubblici, i quali, spesso con il pretesto della tutela dei beni culturali o della privacy, aggiungono barriere anche su opere creative e documenti che invece dovrebbero essere rilasciati come beni pubblici.

Tralascio lunghi e complessi preamboli sul tema del rilascio in modalità “open” di dati e documenti da parte della pubblica amministrazione (cosiddetto “principio open by default” di cui abbiamo già parlato diffusamente in altre occasioni); ma non posso trattenermi dal fare qualche ulteriore riflessione, specialmente in merito alla digitalizzazione dei documenti storici presenti negli archivi pubblici italiani: un patrimonio preziosissimo e, in quanto tale, soggetto a delicati equilibri e a particolari “gelosie” da parte degli enti che li custodiscono e li gestiscono.

In questi anni buona parte di questi archivi si è occupata della digitalizzazione dei propri documenti, tra cui manoscritti, disegni, progetti, fotografie, filmati. Ciò nonostante il frutto di questo lavoro di digitalizzazione (cioè migliaia e migliaia di file ad altissima risoluzione) non è stato condiviso massivamente su Internet, come ci si potrebbe aspettare, ma è rimasto comunque sottochiave.

Soffermiamoci nello specifico su tutto ciò che può essere digitalizzato e quindi poi diffuso sotto forma di un file di immagine; e cerchiamo di mettere in luce le barriere che vengono spesso opposte anche quando il copyright è già venuto meno.

 

LIMITAZIONI CONTRATTUALI (SUBDOLE)

Vi racconto una storia che vi aiuterà a capire. Durante il coffee break di un convegno mi trovai a discutere con la responsabile di un noto museo italiano in cui erano conservati importanti manoscritti e disegni, la quale mi descrisse così la loro policy: “Sul sito del museo trovate le immagini a bassa risoluzione dei nostri; se però qualcuno vuole la versione ad alta risoluzione ci deve pagare tot euro.”

Al che subito risposi con una provocazione: “Ok. Ma se Tizio decide di pagare la somma richiesta per acquisire le immagini ad alta risoluzione e il giorno dopo le mette online sul suo sito come immagini di pubblico dominio, voi gli fate causa? E sulla base di quale diritto di privativa?”.

Dopo un po’ di disorientamento, arrivò la risposta: “Be’, non sulla base di un diritto di privativa, ma sulla base del contratto. Sa... quando qualcuno ci chiede le immagini ad alta risoluzione, noi gli facciamo sottoscrivere una sorta di contratto-licenza nel quale si impegna a non diffonderle e a usarle solo secondo certi limiti”.

Ecco qui comparire il primo dei meccanismi per aggiungere una barriera al libero utilizzo anche quando abbiamo a che fare con opere di pubblico dominio. In altre parole, dove non arriva (più) il copyright, arriva il contratto; il contratto che l’utente è costretto a sottoscrivere se vuole entrare in possesso del bene (in questo caso un file digitale).

 

NORME DEL DIRITTO AMMINISTRATIVO (OBSOLETE)

Fino a qui ci siamo mossi nell’ambito del diritto privato, di cui il diritto dei contratti e il diritto della proprietà intellettuale sono delle branche. Non tutti però sanno che la riproduzione e diffusione di immagini riguardanti in generale la categoria dei beni culturali sono regolamentate anche da norme del diritto amministrativo, e più nello specifico dagli articoli 107 e 108 del Codice dei beni culturali (Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42). Il primo dei due articoli sembra creare in capo alle pubbliche amministrazioni centrali e locali la potestà di “consentire la riproduzione nonché l’uso strumentale e precario dei beni culturali che abbiano in consegna”. Mentre il secondo articolo si occupa dei canoni di concessione e dei corrispettivi per la riproduzione, e precisa ulteriori principi tra i quali è il caso di citare principalmente quelli sanciti dal comma 3-bis, il quale recita: “Sono in ogni caso libere le seguenti attività, svolte senza scopo di lucro, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:

1) la riproduzione di beni culturali diversi dai beni bibliografici e archivistici attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né, all’interno degli istituti della cultura, l’uso di stativi o treppiedi;

2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte a scopo di lucro, neanche indiretto.”

Tali disposizioni, nonostante siano abbastanza recenti, risultano agli occhi di molti abbastanza obsolete e non pienamente in linea con i criteri indicati in questi ultimi anni dall’Unione Europea sul riuso dell’informazione pubblica. Dunque ciò suggerirebbe una certa cautela ed elasticità nella loro interpretazione e applicazione.

Il testo del comma 3-bis sopra riportato è anche esito dello sciagurato emendamento apportato nel 2014 con il cosiddetto Decreto Art Bonus (D.L. 31 maggio 2014, n. 83) che ha nuovamente escluso dalla libera riproduzione i beni archivistici e bibliografici. Il risultato è che per i documenti di archivio e i manoscritti il regime rimane quello restrittivo precedente al decreto; dunque, come efficacemente segnala il sito https://fotoliberebbcc.wordpress.com/, “negli istituti che permettono agli utenti di fotografare si continuano a chiedere un canone per le fotografie (fino a 2 euro a scatto); negli istituti che negano agli utenti la possibilità di fotografare si torna all’obbligo di foraggiare ditte private o fotografi ai quali il servizio di riproduzione è affidato in appalto esclusivo.”

 

NORME REGOLAMENTARI (DISCUTIBILI)

Come se non bastasse, a queste norme di livello primario (in quanto leggi dello Stato) si aggiungono e spesso sovrappongono quelle di livello secondario. Pensiamo per esempio al regolamento di un museo o di una biblioteca pubblica: norme regolamentari specificamente scritte e approvate dall’ente a volte senza aver ben chiaro il quadro delle norme primarie e dunque con il rischio di aggiungere norme contraddittorie o addirittura illegittime poiché in palese contrasto con norme sovraordinate. I tipici cartelli “vietato fotografare” che si trovano ancora in moltissimi musei pubblici (e in alcune biblioteche si trova “vietato fotografare i libri”) sono infatti l’espressione di queste norme regolamentari più che di principi fissati a livello legislativo.

Tra queste norme di livello regolamentare segnaliamo principalmente il D.P.R. 5 luglio 1995, n. 417 (che all’articolo 41 riporta anche le sanzioni per i trasgressori) per quanto riguarda le biblioteche statali; mentre le altre biblioteche pubbliche locali sottostanno a propri specifici regolamenti (adottati per esempio con delibera comunale).

Leggendole appare evidente quanto queste norme appartengono a una cultura della gestione della “cosa pubblica” oggi superata e non più coerente con principi giuridici fissati a livelli più alti (per esempio a livello costituzionale e comunitario). Bisognerebbe verificare sul campo quanto siano effettivamente applicate oppure se, nell’evenienza di una contestazione in sede giudiziale, il giudice sarà verosimilmente portato a disapplicarle.

 

BARRIERE CULTURALI

La peggiore barriera resta però a mio avviso quella di natura culturale. Troppe volte mi sono trovato a discutere con dirigenti di importanti enti pubblici proprio su questi temi percependo da parte loro una particolare gelosia per i beni posti sotto la loro responsabilità. Forse ad alcuni di loro sfugge la sostanziale differenza tra l’essere proprietari di un bene privato e l’essere semplici custodi e gestori di un bene che invece è della collettività.

È il solito problema generazionale del mancato ricambio di personale nelle alte sfere della dirigenza pubblica. Spesso si tratta infatti di persone appartenenti a una generazione formata ed entrata in servizio in tempi in cui la cultura burocratica prevaleva su quella di un approccio manageriale e in tempi non digitali. È dunque difficile far digerire certi temi alle persone che poi prendono le decisioni.

Qualcuno di questi in occasione di un convegno una volta ha obiettato sostenendo che non conosco bene il valore dei beni culturali italiani e dicendo che con gli introiti dei canoni versati ai sensi dell’articolo 108 Codice Beni Culturali il suo ente riesce a pagare due borse di ricerca. Certo, capisco; ma la mia posizione rimane sempre la stessa. Forse è il caso di trovare altri modi per finanziare le borse di ricerca; inventarsi diritti di privativa e barriere che non hanno più ragione d’essere non è la strada.

 

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

 

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A CURA DI CARLO PIANA

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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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