Il valore probatorio di una pagina web

di a cura di Carlo Piana - 15 luglio 2013

Troppe ma davvero troppe volte ho sentito professionisti di indiscussa competenza (avvocati, notai, commercialisti e – ahimè – anche giudici) parlare di fatti illeciti avvenuti sul web e risolvere il tutto con un “mi raccomando, fai una stampata della pagina da tenere come prova!”.

Una frase del genere a chi come me si occupa di diritto in ambito digitale suona davvero bizzarra, perché lascia trasparire una mancata conoscenza delle dinamiche essenziali del computer e di Internet.

La questione di fondo è quella della producibilità in giudizio di una pagina web e soprattutto della solidità di questa prova.

Andiamo per gradi e innanzitutto cerchiamo di capire come funziona un browser web. Quando navighiamo su una pagina web il nostro computer non sta funzionando come un televisore, che riceve un segnale audio-video e ce lo ripropone. In realtà il browser (sia esso Firefox, Explorer, Chrome o altro) scarica una copia temporanea del codice html della pagina e ce lo mostra in versione per così dire decodificata e quindi fruibile dall'occhio umano. Tutto questo in millesimi di secondo, rendendo questo passaggio impercettibile.

Però, se ci facciamo caso, capita a volte di dover aggiornare una pagina per vederla nella versione più recente. Ciò altro non è che la riprova di un concetto fondamentale: cioè che il contenuto che stiamo vedendo sullo schermo del nostro PC non è necessariamente coincidente con quello che è online e che sarà online tra qualche ora. Quante volte ci è capitato di vedere una frase su Facebook, provare a metterci un commento e scoprire che in realtà il contenuto è già stato rimosso in quei pochi secondi necessari a scrivere il commento?

Da qui parte tutta la questione del valore probatorio di una stampata o di una screenshot di una pagina web. Come facciamo a dimostrare in modo incontrovertibile che la nostra stampata o screenshot riproduce effettivamente ciò che è online? La risposta non è facile, anche perché, quand'anche applicassimo una datazione certa (ad esempio con un invio di PEC, con un timbro postale, con una marcatura temporale applicata con firma digitale, etc.), potremmo effettivamente dimostrare che quella stampata o screenshot esistevano a quella tal data; tuttavia non potremmo affatto dimostrare che corrisponde a ciò che effettivamente era online a quella data.

In fondo, se ci si pensa, chiunque senza essere un mago dell'informatica può impostare il browser (vedi strumenti come Firebug) o utilizzare un software di fotoritocco (vedi Photoshop) per modificare in modo anche piuttosto credibile il contenuto della schermata, ad esempio aggiungendo la firma scannerizzata di un soggetto ignaro, inserendo una frase ingiuriosa, cancellando una clausola contrattuale, etc.

Non a caso la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2912/94, ha definitivamente chiarito che, ai fini probatori, non basta produrre la mera stampa della pagina web, bensì è necessario depositarne copia autenticata.

Dunque una via d'uscita c'è, ma è meno semplice rispetto a quello che normalmente si pensa e che, per ignoranza stessa di giudici e avvocati, è entrato anche nella prassi giudiziaria.

Se vogliamo poter dimostrare con massima solidità probatoria un fatto illecito avvenuto a mezzo web abbiamo la necessità che un pubblico ufficiale estragga una copia autentica di tale pagina. In questo caso, avremmo dalla nostra un atto valido e incontrovertibile fino a querela di falso. Nel caso di fatti con rilevanza penale questa estrazione è (o quantomeno dovrebbe essere) effettuata d'ufficio dalla Polizia Giudiziaria. Ma in tutti i casi di contenzioso civile è la parte interessata che deve attivarsi in tal senso, presso l'unico pubblico ufficiale che svolge questi servizi nei confronti di privati: il notaio.

Il Consiglio del Notariato ha emesso delle chiare linee guida che i notai devono seguire per estrarre una copia conforme di una pagina web che offra massima garanzia a livello probatorio.

In mancanza, due possono essere gli esiti delle nostre deduzioni probatorie. Nella migliore delle ipotesi, il giudice accetterà come prova la stampata o screenshot solo se debitamente confermata nella sua veridicità da parte di testimoni; nella peggiore delle ipotesi, qualora la controparte ne disconoscesse la validità sulla base del principio di cui all'art. 2712 cod. civ., ci troveremmo totalmente scoperti dal punto di vista probatorio.

Simone Aliprandi

@simonealiprandi

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9 Commenti :

Inviato da valentino spataro il 15 luglio 2013 alle 16:36

Sempre attento e utile. Due info: 1) cass. 2912/04 del 2004 cioe', c'e' un banale errore di stompa 2) basterebbe applicare la direttiva ue sui documenti firmati con firma asimmetrica per fare un passetto avanti dal calamaio al computer... .-) Complimenti per la chiarezza. Ben scritto.

Inviato da Simone Aliprandi il 15 luglio 2013 alle 20:08

@Valentino: grazie mille per i complimenti (sempre graditi) e per l'importante segnalazione del refuso (argh! proprio sul dato fondamentale dell'articolo). Da quello che ho visto sui social network e sui forum questo articolo ha scoperchiato una vaso di Pandora di dubbi e disorientamento tra gli operatori del diritto di internet. E lo scopo era proprio quello! Gli avvocati dovrebbero iniziare a disconoscere ingiudizio prove che non sono acquisite secondo tutti i crismi previsti dall'ordinamento, e i giudici a valutarle con il giusto peso. -- @emaV: le linee guida sono in rete e sono proprio linkate qui sopra nell'articolo.

Inviato da Diego il 16 luglio 2013 alle 11:05

In realtà anche i Comuni possono dare valore legale ad una copia cartacea (o digitale) di un documento informatico, ai sensi dell'art 18 D.P.R. 445/00. Si pagano 16 euro di bollo e 0,52 euro di diritti di segreteria. Che poi non tutti sappiano farlo è altro discorso, ma questo vale anche per i notai. Ottimo articolo, ed interessante argomento, troppo spesso trascurato o ignorato.

Inviato da Simone Aliprandi il 16 luglio 2013 alle 11:41

Caro Diego, la tua annotazione è interessantissima e potrebbe scoperchiare il vaso di Pandora. Se davvero tutti i comuni (o quantomeno quelli più grandi) si attivassero in tal senso, sarebbe una bella rivoluzione (alla faccia dei notai che spesso snobbano questi lavori perchè poco remunerativi rispetto ad altri e perchè comportano uno sforzo di comprensione delle dinamiche informatiche a cui non tutti sono ben disposti). E aggiungerei... Se non fosse per il pagamento della marca da bollo (che attualmente non è ancora fattibile per via telematica, alla faccia dei bei principi fissati dal CAD), il tutto potrebbe essere fatto tranquillamente in remoto, con la firma digitale del funzionario pubblico e l'invio via pec al cittadino del file firmato e autenticato. Rimangono comunque alcuni dubbi. Ad esempio... I comuni sono "tenuti" a farlo o solo "autorizzati" a farlo? Siamo nel paese in cui non si fa un passo se non c'è una norma che ci obbliga a farlo... specie nel caso in cui non vi è alcun guadagno (0,52 euro). E poi immaginiamo quali sarebbero i tempi di rilascio di qeusti documenti, considerando le code e gli orari ristretti in cui è attivato il servizio presso i comuni. Spesso invece la copia autentica di pagina web richiede una certa urgenza.

Inviato da Diego il 16 luglio 2013 alle 12:02

Osservazione interessante. Il citato art 18 c. 2 dice testualmente "2. L'autenticazione delle copie puo' essere fatta dal pubblico ufficiale dal quale e stato emesso o presso il quale e' depositato l'originale, o al quale deve essere prodotto il documento, nonche' da un notaio, cancelliere, segretario comunale, o altro funzionario incaricato dal sindaco. (omissis)". Il termine "può" indica una possibilità, che però avevo sempre inteso come scelta del cittadino e non come via di fuga per il funzionario a cui viene richiesto. Personalmente non ho mai rifiutato una pratica, e nel mio ufficio i tempi d'attesa e di esecuzione sono minimi. Da 5 anni mi vanto di avere il 99% delle pratiche che dipendono esclusivamente da me evase entro 1 giorno lavorativo ed il 100% entro due, ma mi rendo conto che realtà più grandi non possono offrire lo stesso livello di servizio. Se il Comune è convenzionato, la marca da bollo può essere assolta anche in modo virtuale, facendo quindi tutto da casa, ma noi non ne siamo dotati e non ho mai approfondito la questione.

Inviato da spataro il 17 luglio 2013 alle 14:28

Quindi non c'e' un limiti al tipo di documenti la cui copia il messo comunale puo' autenticare ? ricordo che ad alcuni dicevano che non potevano avere la copia autenticata del libretto di circolazione, ad altri invece le facevano ...

Inviato da spataro il 17 luglio 2013 alle 14:29

emav, il link alle linee guida e' gia' nel testo. Il colore non evidenzia, ma bastacliccare.

Inviato da emaV il 15 luglio 2013 alle 14:11

Sono disponibili in rete queste linee guida?

Inviato da Paoluccio il 16 febbraio 2016 alle 0:01

L'articolo meriterebbe un ulteriore svolgimento lì dove è finito, cioè sulle regole di cui all'art. 2712 c.c., e quindi anche 2719 c.c., che stabiliscono cosa succede in caso di contestazioni sul contenuto di riproduzioni informatiche fotografiche e assimilate e di contestazioni di copie fotostatiche e fotocopie e assimilate.... Non è mai abbastanza chiaro che questi articoli per il caso della contestazione non attivano affatto in capo al giudice un obbligo di penetrante controllo critico sul contenuto documentale contestato (magari a mezzo CTU e ispezioni giudiziali), ma semplicemente autorizzano il giudice a fare uso del ben più altalenante principio del "libero apprezzamento".....

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A CURA DI CARLO PIANA

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DIRITTO NUOVE TECNOLOGIE
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Rubrica in collaborazione con Simone Aliprandi e Alberto Pianon di Array Avvocato esperto di diritto delle nuove tecnologie, si occupa di tutela del software, informatica nei servizi pubblici, antitrust, marchi e nomi a dominio e molto altro.

Noto per l'impegno per il software libero e le libertà digitali, è editor della International Free and Open Source Software Law Review. Nel 2008 ha fondato Array, network di legali specializzati in ICT law - http://arraylaw.eu

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