Di Charlie, social network, assorbenti. E libertà di espressione

di Morena Ragone - 23 febbraio 2015 - Google +

Qual è il confine della libertà di espressione?

Mi trovo spesso a fare riflessioni su questo tema, nel tentativo – forse ingenuo – di dare un indirizzo seppur minimamente razionale all’ondata emotiva che alcuni eventi producono.

È un ragionamento che faccio per me – potenzialmente generalizzabile? – e che mi porta facilmente, forse per forma mentis, a individuare questo confine nell’ambito normativo: se l’art. 21 della Costituzione sottolinea che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e il codice penale individua i reati di calunnia, ingiuria, diffamazione – solo per citare i più noti – alcuni paletti oggettivi sono presto messi.

La libertà di parola consiste, allora, in quello che la legge ci consente di dire, nell’ambito in cui questo dire potenziale si estende.

Ma mi rendo conto troppo spesso che un ragionamento di questo tipo finisce per divenire semplicistico, riduttivo: il confine è davvero sottile, e questo assunto è difficile e spesso – come la cronaca dimostra – anche controverso: da una parte, i giudici – sia di merito che di legittimità – non hanno aiutato, e troppo spesso applicato le norme in modo non uniforme, contribuendo a renderne liquidi i confini, al limite della discrezionalità; dall’altra, come se non bastasse, una forma subdola di condizionamento sociale – molto forte sui social network oggi, probabilmente perché siamo/ci sentiamo più esposti – ci obbliga a sentirci, doverci sentire parte di un sistema.

Integrati e identificati ciascuno nel proprio ruolo, giammai esclusi. Una sorta di modificazione, una capacità di adattamento dell’uomo all’ambiente, che finisce per limitarne la capacità di espressione. La libertà di espressione.

Ma la libertà di espressione incontra anche un altro limite non giuridico: io posso decidere per me, e per me sola, e devo farlo, ho il potere – e forse anche il dovere morale – di utilizzare la mia libertà di espressione nel modo migliore.

Eppure, troppo spesso – come le recenti vicende mostrano – l’emotività porta a generalizzare quello che assoluto non è: il nostro sentire, che è la cosa forse più soggettiva che esista.

 

NOUS SOMMES TOUT CHARLIE?

Un sentire che è invece unico, specifico, che si regge su ciò che siamo – sulla costruzione dell’uomo, della sua sensibilità, della sua cultura ed educazione, sul contesto socio-economico, finanche sulle opportunità – ma che appartiene a ogni singolo individuo.

Generalizzare il sentire individuale porta a tollerare – che brutta parola, la tolleranza, che implica la superiorità di chi sa/pensa di essere migliore e quindi concede al diverso/inferiore di esistere – invece che ad accettare.

Se si crede in un valore, non si può non credere che valga per noi, ma, soprattutto, per chiunque altro.

Poi possiamo discutere di tutto, del perché qualcosa è in quel preciso modo, del perché qualcuno è in quel preciso modo. Possiamo interrogarci sulle cause e sulle soluzioni. Ma credo che mai – e sottolineo mai – sia giusto privare qualcuno di quello che noi stessi rivendichiamo per noi.

E la contraddizione è sempre dietro l’angolo, perché è di difficile applicazione e la sfida è proprio questa: educare con l’esempio – che è un po’ quello che cerca di fare la pedagogia moderna – non con la privazione della libertà di parola.

Accettare che un uomo possa parlare di assorbenti, per fare un esempio – semplice, ma basato su un fatto reale.

Accettare che chiunque possa avere ed esprimere un’idea, seppur diversa, seppur ridicola, seppur grezza, incolta.

Si sarebbero citazioni illustri da fare, ma non le farò: oggi mi interessa sottolineare quanto sia difficile sostenere il diritto alla libertà, quando questa libertà appartiene all’altro.

Charlie Hebdo è stato un simbolo.

In molti non ne hanno – abbiamo – apprezzato lo “stile”, ma si discute della libertà di parola e del gusto?

Il gusto si insegna. Come la libertà. Ma il primo è soggettivo, dipende da molteplici fattori. La libertà, no, è una è una sola. Può esistere solo in tutta la sua grandezza. E la sfida è crederci perché soprattutto gli altri possano affermarla.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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