Il baratto della privacy online e la sindrome da Peri…scoop

di Morena Ragone - 7 aprile 2015 - Google +

Torniamo ancora una volta sul tema della privacy in rete, tema del quale suppongo parleremo per molto tempo, visto che il dibattito non accenna a placarsi.

E non è certo un caso se oggi parlare di privacy vuol dire, soprattutto, parlare dell’operato di giganti del web come Google e Facebook, e di tutti gli altri OTT, troppo spesso assolti con leggerezza - nelle nostre conversazioni da inguaribili ottimisti, appassionati di tecnologie - in nome del progresso, qualunque sia il loro operato.

La società di Mountain View, tra tutte, è quella che negli ultimi tempi ha più spesso monopolizzato l’attenzione di critici e giudici: Google è, tra le altre cose, la principale “depositaria” dell’applicazione del diritto all’oblio, come stabilito dalla famosa sentenza della Corte Europea (Grande Sezione) del 13 maggio 2014, dal momento che, come ricordiamo, il motore di ricerca “è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita”.

Per converso, alla fine di marzo Google è stata protagonista di un altro provvedimento del Garante Privacy, del 14 dicembre 2014 - di recente pubblicazione - con il quale si dichiara l’insussistenza dei “presupposti riconosciuti anche di recente dalla Corte di Giustizia europea nella citata sentenza del 13 maggio 2014 per l’esercizio del diritto all’oblio”, rilevando che, “nel caso di specie, le notizie rinvenibili alla url in questione, in quanto pubblicate nel KK risultano essere assolutamente recenti nonché di pubblico interesse, riguardando un’importante indagine giudiziaria”. Rileva il Garante, tuttavia, che “l’interessato, qualora ritenga che le notizie allo stesso riferibili non siano veritiere, può chiedere l’aggiornamento, la rettificazione e l’integrazione dei dati che lo riguardano contenuti nell’articolo oggetto di ricorso rivolgendo nei confronti dell’editore apposita istanza ai sensi dell’art. 7 del Codice, corredata della documentazione necessaria a provare gli eventi e gli sviluppi successivi che hanno modificato le situazioni oggetto di cronaca giornalistica”.

Un caso, quindi, di non applicazione del diritto all’oblio; ma, se su questo fronte Google sembra ottenere una vittoria, dall’altro riceve una immediata sconfitta: di qualche giorno precedente il provvedimento citato, infatti, è la notizia della condanna della società californiana al risarcimento dei danni provocati ad alcuni cittadini inglesi che, a loro insaputa, se utilizzavano Safari venivano tracciati, anche in caso di diniego al trattamento, tramite i consueti “biscottini”.

E ancora, la probabile (possibile?) condanna multi-milionaria che - dicono i soliti bene informati - l’Antitrust europeo starebbe preparando, vicenda di cui, però, si parla da anni.

E sono sempre i cookies l’elemento incriminato anche nell’operato di Facebook, accusata di installarli - sempre all’insaputa degli utenti - sui computer di chiunque visiti il suo dominio, anche se non iscritto alla piattaforma. Lo studio che proverebbe la violazione è stato condotto dalle Università di Leuven e Libera Università di Brussels, e accende i riflettori anche sulla complessità delle policy, nei cui meandri, quindi, si nasconderebbero veri e propri tranelli per gli utilizzatori. La società di Menlo Park ha addotto l’esistenza di presunti errori nell’indagine e la mancanza di un contraddittorio in merito; ma, al di là dello specifico oggetto di ricerca, sappiamo quanto tutto ciò non sia nuovo per il social network “blu”, e quante violazioni alla nostra riservatezza - da più parti anche volontariamente declinata, probabilmente in assenza di una completa comprensione delle reali conseguenze - vengano perpetrate dalle aziende che operano con i big data.

Un’altra frontiera della privacy è stata infranta, pochi giorni fa, dall’arrivo di una app, Periscope, che consente lo streaming via twitter, e che è immediatamente diventata il nuovo giocattolino dei tanti fan della mela - in quanto al momento disponibile solo per Apple.

Il tempo ci dirà se siamo davanti a una rivoluzione o al classico fuoco di paglia; noto, tuttavia, una certa difficoltà nella selezione delle tecnologie abilitanti, quelle che semplificano davvero il nostro quotidiano operare, la cui selezione critica viene spesso sostituita dalla pulsione a percorrere tutte le novità, le cui ragioni possono essere molteplici e non produttivamente indagabili in questa sede.

Di certo, Periscope ci consente, adesso, di andare - ed essere mandati, anche a nostra insaputa - in streaming a ogni ora del giorno e della notte.

Mentre accade qualsiasi cosa.

Mentre facciamo qualsiasi cosa.

Se è questo il mondo che vogliamo, la direzione è giusta, e allora ha ragione Andrew Keen quando, citando McLuhan, scrive che “plasmiamo strumenti che finiscono per plasmare noi stessi”.

Ed è su questo che rifletto.

Se è davvero questo il mondo che desideriamo costruire.

Un mondo completamente in streaming, fatto solo di luce, che non conosce più ombra.

Avrà ancora un senso?

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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