Il cyberbullismo? È tutta colpa di Internet!

di Morena Ragone - 25 maggio 2015 - Google +

Negli ultimi anni, il ripetuto allarme lanciato sull’aumento del cyberbullismo ha turbato i sonni di non pochi genitori.

L’enfasi data dai media so è poi rispecchiata, dal 2013, nelle dichiarazioni del Garante per la tutela dei dati personali, Antonello Soro, che ha utilizzato frequentemente il claim del “cyberbullismo in aumento” in numerosi interventi pubblici.

Di certo, quello del bullismo online è un fenomeno complesso, multisfaccettato e di difficile gestione: ma siamo certi che sia in aumento e che non si tratti solo del trasferimento/duplicazione online di comportamenti messi in atto, innanzitutto, nella loro forma analogica?

Nessuno nega l’esistenza del problema – la stessa Commissione europea ha per questo istituito il Safer Internet Day e attua numerose iniziative per sviluppare consapevolezza e responsabilità nell’uso dei nuovi media da parte dei più giovani – né che la rete abbia una potenzialità diffusiva enorme, perfetta per integrare quelle “forme di pubblicità” previste dal nostro codice penale.

Ma neanche stigmatizzare la rete ci aiuta a risolverlo.

A cominciare, per esempio, dalle cifre – i nostri amati dati, troppo spesso piegati alle tesi di parte – diffuse da Save the Children, e che sono state riportate nella relazione allegata al Disegno di legge S. 1261, in discussione dallo scorso 28 aprile 2015, secondo cui due terzi dei minori avvertirebbero il cyberbullismo come una concreta minaccia.

In realtà, il peccato originale delle informazioni diffuse sta nell’aver considerato tutte le forme di bullismo – non solo online, quindi – gonfiando i dati parziali, che invece presentano il cyberbullismo come il 20% circa dei casi generali di bullismo.

Un problema, quindi, online ma soprattutto offline e che, pur nelle sue cifre disaggregate è e resta di primaria importanza.

Il testo del DDL si compone di appena 6 articoli: dalla (molto, troppo?) specifica definizione contenuta nell’art. 1 – “ai fini della presente legge, per «cyberbullismo» si intende qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione e si intende altresì qualunque forma di furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica” – alla istanza di rimozione proposta del genitore o esercente la potestà di cui all’art. 2 – non sarebbe stato meglio attribuire un autonomo potere di iniziativa al minore ultra-quattordicenne?; dalla previsione di un tavolo tecnico per il piano di prevenzione e la redazione di un codice di autoregolamentazione, alla previsione di Linee Guida all’uso consapevole della rete in ambito scolastico – artt. 3 e 4; dalla dotazione finanziaria del Fondo – 265mila euro per il 2015 – alla procedura di ammonimento che precede l’eventuale querela.

Singolare – ma, purtroppo, non nuova nel nostro ordinamento – la previsione dell’ennesima procedura che affida a un soggetto privato la “rimozione di contenuti postati in rete”: analogamente a quanto avviene per il diritto alloblio a opera di Google, la richiesta di rimozione dei “dati personali” del minore presenti in rete deve essere trasmessa al titolare/gestore del sito, e in caso di inottemperanza di quest’ultimo inoltrata al Garante affinché provveda.

Sulla legittimità di procedure siffatte ci siamo espressi in più occasioni: non è certo una autorità amministrativa, né tantomeno un privato a poter decidere cosa rimuovere e perché, e farlo oltretutto in tempi brevi – 2 ore – frutto di una procedura di necessità sommaria.

Che tale modus operandi stia diventando una caratteristica del nostro Paese non fuga il concreto timore che si finirà per rimuovere di tutto un po’, onde evitare ripercussioni.

Ma c’è un punto di interesse notevole, dal mio punto di vista: la scelta di operare sulla formazione continuaanalogamente a quanto accade per la formazione alla guida”, coinvolgendo gli istituti secondari nella diffusione della consapevolezza e dell’educazione alla rete.

Consapevolezza dell’operato in rete, anonimato (in realtà, nella maggior parte dei casi, un falso anonimato), sensazione di impunità sono solo alcune delle tematiche di formazione all’uso della rete e dei nuovi media

Formazione a tutto tondo, per insegnanti e per studenti; da accompagnare – si spera – all’educazione alle regole e al rispetto dell’altro, che travalicano i confini materiali per riversarsi nel mare immateriale dei bit.

Se da una parte si sottolinea la necessaria attenzione nei confronti della parte online delle nostre vite (“Quello che mettete in rete resta. Per sempre. E tra chi lo guarda oggi e chi lo vedrà fra anni, c'è anche chi non vi conosce e potrebbe usarlo contro di voi”, sempre per utilizzare le parole del Garante Soro, tratte da unintervista a Repubblica di qualche anno fa), non esiste attenzione che possa essere esente da una concreta consapevolezza: verso la permanenza delle informazioni in rete, o verso l’uso e l’abuso dei propri e altrui diritti, per esempio.

Consapevolezza che, però, sembra presente solo parzialmente nel nuovo DDL – prevalentemente nella previsione degli strumenti scolastici cui abbiamo accennato – che invece punta l’attenzione sul “lato oscuro” delle nostre emozioni, come se esso fosse prevalente, cosa che spesso ripetono anche illustri personaggi, improvvisatisi esperti di web e affini.

Come sa chiunque sia stato adolescente e senza voler in alcun modo sminuire l’importanza del fenomeno, la discriminazione del diverso è purtroppo caratteristica di certe fasi della vita, di cui l’adolescenza è probabilmente quella apicale, in cui il “gruppo”, l’essere parte di un mondo, micro o macro che sia, avere una identità riconoscibile agli altri costituiscono l’essenza della vita: se la finalità è (fosse?) solo quella della consapevolezza e dell’educazione, credo che pochi di noi si mostrerebbero contrari; ma a volte, alcuni testi di legge lasciano un retrogusto agrodolce, come di non detto, un sottotesto leggibile in controluce.

Sarà questo il caso?

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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