Riutilizzo dell’Informazione pubblica: l’Italia attua in maniera restrittiva la Direttiva Ue

di Morena Ragone - 15 giugno 2015 - Google +

Come noto, nel 2013 è entrata in vigore la Direttiva UE, che modifica la Direttiva cosiddetta “Psi”, sul riutilizzo dell’informazione pubblica.

Ai sensi dell’art. 2, infatti, gli Stati Membri avrebbero dovuto darvi attuazione nei propri ordinamenti entro il 18 luglio 2015.

Il Governo ha provveduto ad effettuare il recepimento con un decreto legislativo, approvato in Consiglio dei Ministri lo scorso 18 maggio; la bozza è stata pubblicata solo da pochi giorni sul sito del Governo, e contiene alcune modifiche al Decreto sul riutilizzo dell’informazione pubblica – 24 gennaio 2006, n. 36 – nonché al Codice dell’Amministrazione Digitale – D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82 – al fine di coordinarli con le novità della normativa europea.

Con riserva di maggior approfondimento successivo, ci limitiamo in questa sede a segnalare alcune incongruenze e criticità che emergono da una prima analisi del testo proposto dall’Esecutivo.

Se da una parte esso ricalca il contenuto della Direttiva (già censurata in alcune sue disposizioni), dato il vincolo di scopo, lascia perplessi l’indirizzo restrittivo seguito, nonostante i margini di manovra esistenti per ridurre al minimo l’impatto delle problematiche prodotte dalla Direttiva comunitaria.

Infatti, se da un lato la bozza di decreto modifica l’articolo 1, comma 2, del D.Lgs. n. 36/2006 – proprio in considerazione del cambiamento di rotta avvenuto nel periodo 2003/2013, ossia nel lasso di tempo tra l’adozione della prima Direttiva e la seconda – elidendo, quindi, il mancato obbligo di consentire il riutilizzo delle informazioni pubbliche, dall’altro contiene alcune previsioni che ne frenano l’apertura.

Partiamo dalla novella dell’articolo 3, che aumenta il novero dei casi di documenti esclusi dall’applicazione del Decreto in esame, in maniera che sembra essere troppo estensiva: per esempio, è corretto – anche a seguito del parere del Garante di qualche settimana fa – aver inserito il limite del rispetto della normativa sui dati personali – implicito, va da sé, nel rispetto dell’ordinamento giuridico nel suo complesso – ma si corre il rischio che tale riferimento sia usato con troppa leggerezza dalle PA – “non è possibile per la privacy”, una delle frasi ricorrenti – come falsa giustificazione per chiudere i dati, in assenza di chiare indicazioni sulle modalità e del significato molto ampio dell’accezione “dati personali”, come l’art. 4 del codice ci ricorda.

Assai curiosa è poi la modifica intervenuta sull’articolo 5, il cui comma 1 è così sostituito: “Il titolare del dato adotta prioritariamente licenze aperte standard ovvero predispone licenze personalizzate standard e le rende disponibili sul proprio sito istituzionale. Nei casi di riutilizzo di documenti contenenti dati personali il titolare del dato adotta licenze personalizzate anche standard”. Appare quantomeno un ossimoro la dizione “licenze personalizzate standard”: si tratta di licenze standard, o di licenze personalizzate? L’espressione genera non poca confusione.

Ma il vero punctum dolens è costituito dalla novella dell’articolo 7 del Decreto Psi, inerente la tariffazione: nel ribadire la consapevolezza del vincolo di scopo derivante dalla Direttiva, pare grossolano l’errore del Governo di non prevedere, molto semplicemente, che fossero comunque fatte salve le disposizioni di maggior favore già esistenti nel nostro ordinamento, compatibili con la Direttiva comunitaria.

Detta mancata previsione facilmente e prevedibilmente potrà indurre le PA a dare attuazione “al ribasso” alla normativa sul riutilizzo, soprattutto in tempi di bilanci in crisi.

Non si comprende, però, perché lo Stato italiano si sia discostato dal principio europeo del costo marginale, che sembrava acclarato anche a livello internazionale: il nuovo articolo 7, infatti, prevede la messa a disposizione gratuita o, al più, al costo effettivo di riproduzione e divulgazione.

Parimenti non si comprende perché si compia una differenziazione (o discriminazione) tra il costo da sostenere qualora il riutilizzo sia a fini commerciali o quello previsto per riutilizzo non commerciale: stiamo parlando di dati aperti – quelli che, al massimo, prevedono come uniche limitazioni la citazione della fonte e il rispetto dell’integrità – e di dati “non commerciali”, quindi non aperti? Insomma, dopo i notevoli progressi avutisi con il Decreto Trasparenza e con l’introduzione del principio di “open by default” inserito nell’articolo 52, comma 2 del decreto legislativo CAD, l’indirizzo restrittivo adottato con la presente proposta di decreto attuativo sembra effettivamente un passo indietro, cui porre rimedio ben prima della sua approvazione definitiva.

 

Morena Ragone

@morenaragone

Francesco Minazzi

@digitjus


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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