Pruderie, privacy, doppiopesismo: riflessioni a margine del caso Ashley Madison

di Morena Ragone - 8 settembre 2015 - Google +

L’estate in dirittura d’arrivo ha mostrato preoccupanti segnali sul fonte privacy.

Il principale, inquietante aspetto - tipico segnale del doppiopesismo che sta permeando la cultura del nostro Paese - è che il problema, qualunque problema, viene realmente avvertito e compreso solo quando a essere intaccata è la propria sfera personale.

Un limite invalicabile che sembra circondare persone di tutte le età ed estrazione socio-culturale, e che rende impossibile l’immedesimazione, la compassione (cum-patire), la comprensione.

Ovvio, direte voi, le situazioni si comprendono a fondo solo vivendone il contesto, e da un certo punto di vista credo anch’io sia più facile quando l’approccio è diretto; tuttavia, il ragionamento è leggermente più sottile, e riguarda il riconoscimento dei diritti, che non può non essere generale: il famoso chiunque con cui alcune disposizioni illuminate tendono a sostituire le varie categorie ad excludendum, fino a oggi appannaggio dei principali testi normativi - da cui la previsione di norme preventive, sempre se ha senso parlare di preventivo in un mondo, quello giuridico, che solitamente si muove post factum.

Nel delicato passaggio dal ragionamento particolare al generale, spesso si stemperano anche gli spiriti più illuminati, in un discorso che rifugge logica, diritto, ed equità per approdare sul diverso terreno della concessione fideistica, da una parte, e degli egoismi/protezionismi più beceri, dall’altra.

Ne è un esempio la questione Ashley Madison: l’Impact Team, il gruppo di - autoproclamatisi - moralizzatori, che ha sottratto e pubblicato online una quantità ingente di dati appartenenti a “presunti fedifraghi” - unica certezza, l’essere iscritti al servizio - probabilmente ha creduto - o, più verosimilmente, voluto far credere - di fare un favore al mondo, svelando i vizi privati di qualche milione di persone.

In realtà, spostare il piano del discorso sul tema della morale non ci aiuta a vedere il problema per quello che è: il reato, la violazione di sistemi informatici, l’acquisizione, diffusione, “trattamento” di informazioni sensibili di terzi in assenza di qualsiasi autorizzazione.

Quello che comunemente chiamiamo, banalizzando, violazione della privacy.

Se i segreti vuoi sapere, cercali nel disgusto o nel piacere”, recita un antico proverbio: ed è proprio in quest’ultimo che il team li ha cercati, pescando nel bacino (leggi: server) di una tecnologia che ci porta ad autorizzare - quanto consapevolmente è un’altra storia - la comunicazione di dati ed informazioni a terzi, dei quali materialmente perdiamo il controllo, barattandoli con servizi, free o meno che siano, spesso né necessari, né utili.

Allora, appunto, il problema si sposta a monte: il terreno di confronto diviene quello dei diritti che vogliamo che ci vengano riconosciuti, ma che - di contro - dobbiamo riconoscere a nostra volta.

Il rischio collegato - da cui l’abnorme e bigotta ondata moralizzatrice che ha invaso il web, nel caso di cui ci stiamo occupando e non solo - è, a mio avviso, quello dell’osservatore lontano, che dal proprio punto privilegiato, dalla propria presunta torre d’avorio si sente esente da colpa, immacolato, e crede di poter dispensare “grazia e giustizia” a proprio piacimento, sulla base della propria morale e dei propri valori, dei quali lo stesso web diventa inevitabile strumento.

Occorrerebbe, invece, ristabilire un terreno comune, inviolabile - per quanto non statico ma soggetto a continui adattamenti - fatto dei diritti di tutti per tutti. Tra essi, il diritto a che le nostre informazioni siano utilizzate solo per gli usi da noi consentiti e conosciuti, e che il loro controllo torni a chi ne ha la titolarità: ossia noi.

Non parliamo di ipotesi astratte, né di banali dati: ma della nostra identità digitale e della sua conservazione, ricostruendo le mille e mille tracce digitali che ogni giorno disperdiamo tramite gli strumenti del quotidiano.

È questo di cui ci parla il caso Ashley Madison, non di conservatorismo o di pruderie: ci parla di noi e della nostra identità, di quello che siamo, che facciamo, del mondo che giornalmente andiamo a costruire.

Ed è su questo terreno che dobbiamo combattere, con la consapevolezza che l’identità digitale ci appartiene esattamente quanto quella fisica e materiale, con tutte le conseguenze giuridiche del caso.

Ed allo stesso modo di quella corporea va tutelata e difesa.

 

Morena Ragone

@morenaragone


prev
next

0 Commenti :

Commento

Captcha

MORENA RAGONE

/media/8293940/morena-ragone-55x55.jpg
SOCIAL MEDIA E TECNOLOGIA
Account twitter Account LinkedIn Feed RSS

Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

Impresa
Foia, tra pochi giorni si parte
14 dicembre 2016
Impresa
Diritti di privativa e apertura: in quale mondo viviamo?
1 novembre 2016
Impresa
Una riforma per la riforma: CAD che pasticcio!
1 novembre 2016

ARCHIVIO