Lentamente muore Twitter come la nostra umanità?

di Morena Ragone - 21 settembre 2015 - Google +

A partire dal bell’articolo di Luca Alagna su Medium - che, prendendo spunto dai risultati del Washington Post sull’andamento di Twitter nel 2° trimestre 2015, ha analizzato lo stato attuale del social network - e dall’interessante dibattito seguitone con #twitterstamorendo, tra agosto e settembre ho letto almeno una mezza dozzina di articoli che hanno profetizzato, a vario titolo, la morte di Twitter in un futuro più o meno prossimo.

Premetto subito che, pur condividendo in buona parte l’analisi di Luca, non concordo con il titolo del post: a mio avviso, Twitter non sta morendo, ma sicuramente è in cerca d’autore.

Parto dai dati che, pur nella loro ambivalenza, ci raccontano un social con 9,5 milioni di utenti in italia, e più di 288 milioni di utenti attivi nel mondo (2014); un aumento del 61% dei ricavi pubblicitari nel 2015, rispetto allo stesso periodo del 2014; un modesto incremento percentuale (2%?) degli utenti su base annuale.

Certo, è vero che il taglio radicale con gli sviluppatori indipendenti e, ancora, i problemi endemici del social network non hanno favorito un successo planetario analogo a quello di Facebook: che siano frutto di precise scelte strategiche, o, più probabilmente, delle dinamiche proprie dello strumento, fenomeni come quella dei fake account (e fake bot) - che costituiscono una percentuale variabile tra il 30 e il 65% dei followers di ciascuno - contribuiscono notevolmente all’aumento dei numeri a scapito della qualità.

Twitter, a oggi, non sembra più annullare ma, al contrario, ingigantire i famosi “sei gradi di separazione”, e, a dispetto di teorie contrarie, rende sì disponibili, ma non necessariamente accessibili e raggiungibili, un numero ragguardevole di contatti certificati, qualificati, noti.

Di certo, il social com’è oggi strutturato mette in evidenza alcune specifiche tipologie di account:

  • il “citazionista” seriale;
  • il/la belloccio/a che condivide le proprie foto;
  • i novelli Coelho, alle prese con gli aforismi sulla vita;
  • le pop-star/rock-star/tv-star/movie-star e le persone che già godono, a vario titolo, di fama e visibilità;
  • gli account di fantasia/nick/pseudonimi;
  • la twit-star, che possono appartenere a una qualsiasi delle categorie succitate.

Il resto è quello che Alagna nel suo articolo definisce “pubblico indistinto”: tutto ciò che rimane, tolte le categorie di cui sopra, e che non ha fatto in tempo a costruirsi una “identità social” da poter utilizzare all’interno di Twitter.

Ma, per quanto mi riguarda, a questo punto c’è un però.

Un però che somiglia molto a come è fatta la vita, fuori da Twitter: la visibilità data dalla fama - o la fama data dalla visibilità, fate voi - il più delle volte non premia il merito, il contenuto, ma il contenitore, la sagacia rispetto all’intelligenza, la “fortuna” - variamente intesa - rispetto alla competenza.

Questo non impedisce che “l’indistinto” si crei una propria nicchia.

Certo, non sono questi numeri a fare Twitter: per quanto ci si sforzi di farlo - si sforzino, soprattutto, i suoi creatori, che hanno ovviamente la necessità di monetizzare i notevoli investimenti - Twitter resta, per la maggior parte dei suoi utenti, un social di nicchia.

E quella nicchia, come nella vita, può essere gradualmente coltivata, crescere, aumentare giorno dopo giorno, o anche esplodere, se il caso o le circostanze lo consentono; ma tutto, sembrerebbe, in misura molto più contenuta rispetto ai primi tempi e, soprattutto, molto meno frequente.

Forse, è anche questo il fallimento che gli rimproveriamo: aver avuto uno strumento che, per qualche tempo, ci ha illusi di poter annullare le distanze, demolire steccati e costruire ponti e nuovi legami al di là dello spazio, delle gerarchie, delle classi, e vederlo - ora - piegato alle logiche televisive, al pensiero mainstream, ai velleitarismi di massa, creando nuovi steccati e nuove barriere e nuovi gradi e sottogradi di separazione.

“Cerchie” sempre più strette, dove entra solo chi risponde a determinati criteri, esattamente come nella vita, e dove la relazione avviene sempre più per somiglianza e assimilazione, che per apposizione dinamica.

Il peccato, insomma, di averlo reso troppo simile alla vita vera, nella sua parte meno bella.

Ma non solo: la dinamica di Twitter, sintetica e rapida nello scorrere senza sosta della timeline, ha accentuato l’invettiva gratuita, la chiusura, la difficoltà a capire - o anche solo leggere, ascoltare - l’altrui pensiero, senza bollarlo come inadatto, errato, abolendo la riflessione.

Compito sempre nostro, dell’interprete, quello dello sforzo ulteriore, della necessaria pausa per comprendere quello che l’altro pensa/dice/scrive.

Senza, non esiste relazione alcuna, neanche tra le pieghe di un social network.

E anche questo sforzo fa parte della vita come di Twitter: per non far morire, insieme a esso, la nostra umanità, sempre più messa alla prova dal bombardamento di informazioni e immagini e stimoli di ogni tipo, cui siamo sovraesposti, ogni giorno, e che troppo spesso di sommergono convincendoci che nulla più merita il nostro tempo e i nostri spazi.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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