Muccino e Marquez: tra opinioni, hate speech, hater

di Morena Ragone - 23 novembre 2015 - Google +

La prima volta che ho sentito compiutamente parlare di “hate speech” ero a Gardone Riviera, su una panchina del Vittoriale di D’Annunzio, in compagnia dell’amico Enzo Le Fevre.

Si discuteva - un po’ ante litteram - di social network come possibile luogo di hater ed hate speech, prima che di opinioni.

Prima, molto prima che giornalisti e grande pubblico se ne occupassero quasi quotidianamente, qui da noi in Italia.

Oggi, non esiste più momento in cui i social network non siano utilizzati come un vero e proprio terreno di caccia: se si è fortunati, si cacciano idee e relazioni; se si è sfortunati, si cacciano persone, da massacrare a colpi di tweet.

Allora mi sfuggiva il senso integrale della complessità insita in tutto ciò; ma, nel corso degli anni, gli esempi concreti si sono contati innumerevoli, e mi è sembrato che il problema sia aumentato: i social sono anche un posto di hater ed hate speech.

Non che sia necessario fare o dire molto per incontrarli: il più delle volte, basta esprimere le proprie idee.

E non è sufficiente appellarsi al primo emendamento, o all’articolo 21 della nostra Carta.

L’ultimo a scoprirlo a proprie spese è stato Gabriele Muccino, bravo - e fortunato - regista, reo di aver espresso un giudizio forse troppo tranchant su Pier Paolo Pasolini, in occasione del quarantennale del suo assassinio.

Approfittando della vetrina di Facebook, all’inizio di novembre il regista ha pubblicato un post che comincia con un “so che quello che sto per dire suonerà impopolare e forse chissà, sacrilego?”, preannunciando nell’incipit un disastro che, puntualmente, arriva.

“Per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore - ha proseguito - ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un “non” regista”, uno che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto “cinematico” e cinematografico in tutto il mondo”.

E, infine, chiosando il suo “legittimo e immenso rispetto per Pier Paolo Pasolini poeta e narratore della nostra società quando ancora in pochi riuscivano a interrogarla, provocarla e analizzarla” ha chiuso con un lapidario “il cinema è però altra cosa”.

Parole dirette, facilmente strumentallizzabili - Muccino lo immaginava e ha sfruttato l’occasione, come hanno malignato alcuni? - frutto di un’opinione personale, che il regista, comunque, ha esposto in maniera ampiamente circostanziata.

Non gli è bastato a evitare il “linciaggio social”: un profluvio di critiche - e va bene - e di offese gratuite di ogni tipologia e genere nell’umano immaginario - e non va bene - che, dapprima, hanno spinto il regista a rispondere, con un post in cui si chiede se “è ancora un nostro diritto dire cosa pensiamo”; poi, prevedibilmente, a eliminare l’account e abbandonare il terreno del social network, diventato ingestibile.

Mentre scrivo, l’incidente di Muccino è diventato il penultimo - tra i noti: penso alla pagina Facebook della Honda, sommersa di “critiche” in seguito al comportamento anti-sportivo di Marquez.

Non riassumo la vicenda, dal momento che se n’è parlato fin troppo; ma è evidente come due episodi, diversissimi tra loro, in fondo abbiano più di una cosa in comune: la veemente reazione social - tanto, eufemisticamente, veemente da spingere, nel primo caso, addirittura alla chiusura del profilo.

Quanti ancora ne seguiranno?

La società è ormai mutata, e lo sappiamo, tanto ne abbiamo scritto e parlato: l’eco mediatica è diventata eco socialmediatica, e le azioni e le parole vengono ri-prese, ri-osservate, sminuzzate, triturate e digerite, in un lungo piano sequenza in slow motion, al quale nessuno e nulla sfugge.

La vita e le parole passate ai raggi x.

Lo sa Muccino - ora la sa fin troppo bene - che dall’alto di fama e visibilità, si è trovato in una posizione tanto scomoda, quanto insostenibile - anche qualora la pagina/profilo social non sia amministrata direttamente, ma per il tramite di un social media manager o di uno staff apposito; ma, di contro, lo sa bene chiunque abbia provato a sostenere idee non particolarmente accette.

Perché il rischio concreto è che quella reazione che abbiamo definito veemente degeneri in veri e propri hate speech, come in questi casi.

I social, così, costituiscono un vero, moderno paradosso: avvicinano, conciliano, coniugano, amplificano ma, nello stesso tempo, oppongono, ostacolano, affossano, ingigantiscono.

Qualche tempo fa, con la Mappa dell’Intolleranza - le Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, l'Università Statale di Milano e l'Università “La Sapienza” di Roma, unitamente all’Associazione Vox hanno effettuato un primo monitoraggio dei tweet, geolocalizzati e non, alla ricerca di specifiche parole chiave: ne è emersa un’Italia “a chiazze”, con alcune aree urbane a forte componente di odio.

Non so se, da allora, si siano fatti passi avanti, se gli italiani abbiano imparato a sfruttare al meglio i moderni canali di comunicazione per avvicinarsi, e se questo e futuri studi potranno evidenziarlo; di certo, reazioni come quelle descritte non offrono uno spettacolo particolarmente edificante e non fanno sperare in progressi immediati.

Servirà lavorare - e molto - su plurimi aspetti, dal sociale al giuridico, solo per menzionarne alcuni.

Servirà capire/far comprendere che l’odio social è odio tout court.

E che va tenuto a bada, per rispetto delle persone, della libertà, di se stessi.

 

P.s. Nel momento in cui rivedo l'articolo, i tragici avvenimenti di #Parigi e le troppe parole in libertà, in tv come sui social, mi mostrano una strada ancora molto lunga.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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