Un baco nella Mela, per ordine di un giudice

di Morena Ragone - 29 febbraio 2016 - Google +

Questo è un caso specifico in cui il governo chiede l’accesso ad alcune informazioni. Non stanno chiedendo una cosa generale, è una richiesta per un caso specifico”.

Forse ha ragione Bill Gates quando dice che “questo è un caso specifico”.

Poche volte mi sono trovata in un così completo imbarazzo nel prendere una posizione su un argomento e, francamente, invidio chi c’è riuscito.

Senza ironia alcuna.

Attori: un giudice e la sua ordinanza - con la quale lo scorso 16 febbraio invita la Apple a collaborare alle indagini di polizia -; l’amministratore Delegato di Apple, Tim Cook, e il suo rifiuto sulla base della sicurezza di tutti; un telefono Apple, un iPhone 5C, usato da un pluriomicida - uno degli attentatori della strage di San Bernandino.

Scena: come spesso accade, due tesi contrapposte:

  • da un lato, i fautori de “la sicurezza prima di tutto”, allo studio di software e captatori informatici per trovare falle da tappare e bug da eliminare;
  • dall’altro, quelli per cui “la privacy non esiste”, “siamo tutti controllati”, “non ho nulla da nascondere”, quindi cediamo allo spionaggio di massa, visto che è già in atto.

Non credo di poter aggiungere nulla alla puntuale disamina fatta da Fabio Chiusi per Valigia Blu - nè ho intenzione di farlo - ma sento l’esigenza di alcune considerazioni di natura strettamente personale.

Cos’ha di peculiare questo “caso specifico”, che lo rende così unico?

Non stiamo parlando di ipotesi di reato, di sospetti, di sorveglianza di massa così costantemente evocata, ma di persone che hanno perso la vita in una delle stragi più cruente della storia statunitense - in un centro per disabili - di due attentatori morti e di uno strumento - un telefono - che potrebbe contenere nomi, date, volti, Verità.

Parliamo di un crimine acclarato, con colpevoli - i soli? - noti.

Da una parte c’è un Giudice, che sulla base di una vecchia norma - significa qualcosa? - chiede a una delle più grandi compagnie al mondo di svelare i segreti di uno tra gli oggetti più desiderati, l’iPhone, e, per prima cosa, di essere messo in grado di leggere il contenuto di quello specifico telefono; dall’altra, l’uomo a capo di quella compagnia, che si appella proprio al fantasma di quella sorveglianza di massa e alla sicurezza della popolazione tutta per opporre il proprio rifiuto a collaborare.

La prima cosa che non mi torna, nella vicenda, è il tentativo di disattendere il legittimo ordine dell’Autorità giudiziaria nell’esercizio delle proprie funzioni: nel nostro Paese ripetiamo a ogni piè sospinto che nessuno, tranne l’autorità giudiziaria, può legittimamente imporre un facere, un comportamento, salvo poi dimenticarlo quando, come in questo caso, dall’altra parte non c’è Google, ma Apple?

I rimedi ci sono, a si chiamano appelli, ricorsi, reclami. Non si fanno a mezzo stampa - di solito - ma all’Autorità giudiziaria anch’essi.

La seconda, è l’appellarsi ad una legge “troppo vecchia”: perché evidenziarlo? Ci battiamo ogni giorno per precisare che non servono nuove leggi per il web, che le vecchie ci si adattano tranquillamente, salvo poi, quando la cosa tocca il nostro iPhone, sottolineare che no, non si può chiedere questo sulla base di una norma così “generale e generalista”?

Ma è la terza considerazione quella che più mi fa compagnia: al di là di qualsiasi valutazione morale - sei “buono o cattivo”, Tim Cook? -  ho letto troppi libri (o visto troppe puntate di Fringe, fate voi) per non pensare che il Ceo di Apple non tenti, prima di tutto, di difendere un segreto commerciale e la fonte del proprio reddito/potere: i propri clienti, così legati al concetto di “esclusività” del brand Apple.

Ma l’impressione che più di ogni altra mi resta, è che nel rifiuto di Cook - al di là della sua, per me, illegittimità - non c’è una mano tesa, un tentativo di conciliazione, la volontà di cercare un confronto e trovare, insieme, una soluzione: c’è - invece, e molto - l’affermazione di un potere basato su logiche commerciali che può - esso sì - sfuggire agli ordini imposti da una autorità giudiziaria a tutti noi comuni mortali.

L’affermazione di un potere economico che veste la maiuscola (diventando Potere) di fronte a uno dei Poteri dello Stato.

“Il dovere giuridico è la situazione giuridica soggettiva del soggetto di diritto che deve tenere un determinato comportamento imposto dalla norma. Il dovere morale ha come referente una norma morale. Sovente dovere morale e dovere giuridico coincidono, ma può anche succedere che un comportamento doveroso dal punto di vista morale non lo sia dal punto di vista giuridico o, addirittura, che dovere giuridico e dovere morale siano in contrasto tra loro, nel senso che il comportamento conforme all'uno è difforme dall'altro”. (fonte Wikipedia)

Ometto volutamente qualsiasi valutazione sulla opportunità o doverosità - che rimetto alle nostre rispettive soggettività, alla morale e al campo dell’etica - ma voglio lasciare la discussione esclusivamente sul piano della legittimità stessa: ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto dovere morale e dovere giuridico spesso non siano la stessa cosa, ma siano tra loro molto lontani.

Perché qui, prima che di sorveglianza di massa, parliamo de un iPhone che “non può essere intercettato”, ed è il messaggio, molto poco subliminale, che passa e arriva al pubblico di riferimento, quasi fosse un ultimo status da esibire.

Perché non parliamo di un capriccio: se in piena logica open source è più sicuro ciò che è sotto gli occhi di tutti, la nostra sicurezza passa anche attraverso i soggetti a cui affideremo la chiave di accesso alla nostra interfaccia con il mondo - per alcuni, mondo esso stesso.

Tim Cook, Mister X, o l’autorità giudiziaria?

Ad ognuno, la propria, personale risposta.

 

Morena Ragone

@morenaragone


prev
next

0 Commenti :

Commento

Captcha

MORENA RAGONE

/media/8293940/morena-ragone-55x55.jpg
SOCIAL MEDIA E TECNOLOGIA
Account twitter Account LinkedIn Feed RSS

Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

Impresa
Foia, tra pochi giorni si parte
14 dicembre 2016
Impresa
Diritti di privativa e apertura: in quale mondo viviamo?
1 novembre 2016
Impresa
Una riforma per la riforma: CAD che pasticcio!
1 novembre 2016

ARCHIVIO