Economia collaborativa: giusto regolamentarla, ma come?

di Morena Ragone - 25 marzo 2016 - Google +

In legalese si parla di “Disciplina delle piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi e disposizioni per la promozione dell'economia della condivisione”, ma per tutti è la proposta di legge sulla sharing economy.

Stiamo parlando dell’atto C.3564, che lo scorso 27 gennaio 2016 è stato depositato alla Camera per l’inizio del consueto iter di formazione della legge.

Una normativa rivoluzionaria nell’idea - l’Italia sarebbe il primo Paese europeo a dotarsi di un simile testo di legge, anche se se ne discute, e molto, a livello di Commissione europea, che ha organizzato alcuni incontri sul tema come “sorvegliata speciale” - e abbastanza ardita nell’adozione, con una idea di fondo che emerge con chiarezza: la necessità di portare alla luce i ricavi - più o meno ingenti - di buona parte delle piattaforme digitali basate sull’economia collaborativa e tassarne gli utili.

Nulla di male in questo, tutto sta a vedere come viene fatto.

Ma procediamo con ordine.

La scheda sul sito della Camera non presenta ancora alcun documento, per cui, volendo leggere il testo, è necessario consultare quello pubblicato dal sito delle testate giornalistiche; in realtà, l’articolato si può leggere e commentare - fino al prossimo 31 maggio - su Making Speech Talk, a questo link.

Il testo si compone di 12 articoli, con il dichiarato scopo di “riconoscere e valorizzare la sharing economy, di promuoverne lo sviluppo e di definire misure volte in particolare a fornire strumenti atti a garantire la trasparenza, l’equità fiscale, la leale concorrenza e la tutela dei consumatori”.

Già l’incipit della relazione introduce quello che - come vedremo più in dettaglio - sarà il punto nodale della proposta, ossia il problema della tassazione.

Ma, visto che - come sappiamo - nella pratica si conoscono numerose forme di sharing economy, l’articolo 2 ne enuclea una definizione valida ai fini dell’applicazione della presente (proposta di) legge come “l’economia generata dall’allocazione ottimizzata e condivisa delle risorse di spazio, tempo, beni e servizi tramite piattaforme digitali”, precisando che “i gestori di tali piattaforme agiscono da abilitatori mettendo in contatto gli utenti e possono offrire servizi di valore aggiunto”, che “i beni che generano valore per la piattaforma appartengono agli utenti” e che “tra gestori e utenti non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato”, e sottolineando che “sono escluse le piattaforme che operano intermediazione in favore di operatori professionali iscritti al registro delle imprese”.

L’articolo 3 individua Agcm come l’Autorità competente a regolare e a vigilare sull’attività delle piattaforme digitali di sharing economy, specificandone le competenze, e istituisce il Registro elettronico nazionale delle piattaforme di sharing economy, cui tutti i soggetti che operano in Italia devono iscriversi, previa predisposizione del documento di politica aziendale - sottoposto a valutazione sempre da parte di Agcm - di cui al successivo articolo 4. Quest’ultimo articolo regola anche i sistemi di pagamento elettronico e l’identificazione univoca dei soggetti.

In sintesi: ti obbligo a operare in Italia con una stabile organizzazione, e poi ti chiedo di registrare - e sottoporre al vaglio di Agcm - l’intera attività.

Ma veniamo al punto, l’articolo 5, che interviene sulla fiscalità prevedendo che chi svolge una microattività non professionale a integrazione del proprio reddito da lavoro sia soggetto a una tassazione fissa del 10 % su tutte le transazioni, operata direttamente dai gestori delle piattaforme di sharing economy che agiscono da sostituti d’imposta per i redditi generati dagli utenti operatori.

Nel caso, invece, in cui i redditi dell’utente operatore oltrepassino la soglia stabilita, la somma eccedente si cumula con gli altri redditi e assoggettata alla corrispondente aliquota ordinaria.

Per procedere in tale direzione, la normativa ha previsto che “a tale fine, i gestori aventi sede o residenza all’estero devono dotarsi di una stabile organizzazione in Italia”; disposizione di complessa applicazione - soprattutto per le realtà emergenti - e di dubbia compatibilità con la normativa comunitaria in tema di libera prestazione di servizi, la quale prevede che tutte le società con sede in uno degli Stati dell’Unione europea possano prestare i propri servizi in Italia senza limitazioni che non siano giustificate da motivi di ordine pubblico.

Questione affrontata diverse volte, anche in altri Paesi membri, e ancora di difficile definizione.

Ovviamente - come chiarito dagli stessi firmatari della proposta - tale articolato non vale a legittimare attività già dichiarate incompatibili con l’attuale normativa presente nel nostro Paese - per esempio, legittimare Uber Pop - ma solo a disciplinarne la fiscalità generale e i principali obblighi generici - piano delle attività, registrazione, controlli - lasciando alla normativa secondaria la predisposizione delle procedure di dettaglio, distinte per settore commerciale.

Ogni specifica attività, infatti, presente differenti problematiche: per esempio, le attività di Airbnb che, al di là della questione fiscale qui affrontata - e che certo non è di poco conto - pongono seri problemi anche sul fronte della registrazione delle presenze a fini di antiterrorismo, soprattutto nel particolare momento storico che stiamo attraversando.

Questioni di dettaglio, come abbiamo detto, che la proposta lascia alla normativa secondaria.

Che tutto questo serva, è indiscutibile, soprattutto per tracciare una prima ipotesi di regolamentazione; che le proposte sul sito debbano essere seriamente esaminate - e vi invito a commentare, a leggere, a farvi un’idea e a suggerire modifiche e integrazioni: nulla è perfetto, tutto è perfettibile - anche; ancora una volta emerge la necessità di confronto con gli operatori del settore e con gli utenti finali, destinatari diretti/indiretti del provvedimento in esame.

Ben vengano piattaforme collaborative - usate anche, come si vede, per discutere sulla proposta di legge in esame; ma ben venga - anche - una economia collaborativa che sappia trovare una propria dimensione all’interno nel mondo giuridico.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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