Un Foia per il cittadino, non solo per l’Amministrazione

di Morena Ragone - 19 aprile 2016 - Google +

È estremamente interessante il dibattito sviluppatosi intorno allo schema di decreto legislativo sulla “Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza, correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190, e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, a norma dell'articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124”, conosciuto come Foia dall’acronimo di “Freedom of Information Act”, ossia Legge sulla Libertà di Informazione.

Interessante per il tema – la trasparenza dell’attività delle pubbliche amministrazioni, spontanea per le amministrazioni mature, indotta dagli obblighi normativi o dal controllo sociale operato dal cittadino, per le altre; interessante per l’evoluzione – baluardo della campagna mediatica renziana fin dall’inizio, poi un po’ in sordina e ripresa grazie all’operato dei numerosi attivisti; interessante per le dinamiche sottese che a tratti si disvelano – per esempio, al gruppo degli influencer, sempre punto di riferimento dell’ottica di Governo.

In un profluvio di cose interessanti, quella più debole è rappresentata proprio dal testo: timido, a voler essere buoni, e in alcuni punti decisamente sbagliato. Per esempio sulla conclusione: una legge sulla trasparenza non può essa stessa essere opaca, istituendo un silenzio-rigetto senza obbligare le amministrazioni all’adozione di un provvedimento esplicito. Cosa che, a dirla tutta, è prevista oggi – tranne specifiche eccezioni – proprio da quella legge sul procedimento amministrativo – la legge n. 241/1990 – che disciplina anche l’accesso agli atti.

Non voglio tediarvi con una dissertazione giuridica nel merito del decreto – preferisco rimandarvi qui e qui, se avete voglia di approfondire – ma mi preme fare alcune considerazioni.

La prima è sulla necessaria semplificazione dei procedimenti: riformare, modificare, abrogare non sono sempre sufficienti. Spesso manca, nella logica dei provvedimenti adottati, l’ottica del cittadino, e prevale quella dell’Amministrazione. Ne consegue che, per esempio, invece di adottare un provvedimento espresso dicendo perché – magari in piena legittimità – viene negato l’accesso a uno specifico documento pubblico, si preferisce omettere la motivazione, lasciando al cittadino l’onere di percorrere le ulteriori strade poste a rimedio del silenzio dell’Amministrazione (leggi: ricorso).

Quanti lo fanno? Quanti, invece, desistono? È su questo che deve scommettere l’Amministrazione o, piuttosto, sul circolo virtuoso indotto dal “controllo”, che non è – non solo – il dito puntato contro le pecche e i difetti della condotta pubblica – ma ben può e deve essere chiarezza, comprensione, condivisione.

Certo, se ragioniamo nell’esclusiva ottica dello “sharing = numero di like” non ne usciamo: servirebbe imparare a vedere il cittadino come parte integrante dell’Amministrazione stessa – parliamo di elementi base dell’open government, no? – e come parte della stessa considerarlo a pieno titolo soggetto “avente diritto a conoscere” e insieme “collaboratore” della PA stessa.

Un processo lungo: non è ostensione di atti pubblici, ma partecipazione a un processo in cui si è tutti dalla stessa parte, una parte che produce il miglioramento della qualità della PA tramite il miglioramento dei suoi stessi processi, funzioni, produzioni.

Ovviamente, non è un iter semplice e nemmeno indolore: ma scegliere la trasparenza è scegliere questa direzione, non certo – sempre per fare un esempio – riempire un articolo di eccezioni troppo vaghe e generiche per essere realmente efficaci allo scopo – sempre che lo scopo sotteso non sia, invece, quello di scoraggiare il ricorso all’accesso e di espandere la valutazione (rectius: arbitrio) della PA.

Ci tengo a evidenziare un altro punto, del quale abbiamo discusso negli ultimi giorni anche via twitter: open gov è un processo inclusivo, che non seleziona sulla base della visibilità di ciascuno, ma considera ciascun individuo come fondamentale nel processo di costruzione dell’Amministrazione.

Questo, vorrei, venisse sempre ricordato: nella logica dell’open gov – quello vero – tutti hanno uguale rilevanza.  Fondamentale, quindi, è (sarà?) uscire da una logica nella quale sembra che qualcuno sia più uguale degli altri.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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