Quella cultura digitale che manca all’Italia

di Morena Ragone - 20 luglio 2016 - Google +

È un po’ un allarme, quello che giunge da Angelo Cardani, Presidente Agcom, in occasione della “Relazione Annuale 2016 sull’attività svolta e sui programmi di lavoro. Un allarme che non arriva certo imprevisto, né isolato, ma che sembra esattamente una di quelle fotografie nelle quali non siamo usciti bene, quello scatto che rivela i nostri punti deboli, che non ci piace vedere o mostrare agli amici.

Al di là dell’operato dell’Autorità, al di là dei risultati raggiunti e delle strategie, al di là dell’organizzazione stessa di Agcom, l’immagine è quella di un Paese in “crescita ordinata” ma molto, troppo tradizionale.

La televisione, infatti, rappresenta ancora il mezzo con la maggiore valenza comunicativa (o capacità di penetrazione). Al proposito, l’Authority cita una indagine commissionata a Swg, che ha rilevato che, nel 2015, la quasi totalità della popolazione (il 96%), abbia utilizzato la tv nella settimana precedente la rilevazione, seppure – la novità degli ultimi anni – da diversi device. Il televisore tradizionale con Ddt rimane l’apparecchio di gran lunga più utilizzato (frequenza di impiego di oltre il 90%), seguito dal televisore con decoder satellitare (32%), mentre aumenta il numero di coloro che seguono i programmi televisivi attraverso device connessi a internet, come computer (29%), smartphone, smartTv (16%, 14%) e tablet (12%).

La tv, inoltre, continua a essere la prima fonte di informazione (74%), sia per l’attualità che per la politica.

Anche la radio, con la sua penetrazione del 93% soprattutto nei segmenti 25-34 e 35-44 anni, difende il suo secondo posto, seppure come radio di flusso, a scapito delle cosiddette talk radio, privilegiando, quindi, l’intrattenimento all’autoproduzione, e con un’offerta di contenuti che risente – inevitabilmente – di instant messaging e social network.

Al terzo posto, i quotidiani, che, soprattutto sull’informazione locale, costituiscono un importantissimo canale informativo, seppure nel continuo calo di copie vendute – sopperito, solo in parte, dagli utili veicolati dalle piattaforme web, o da progetti specifici.

Ma Cardani rileva anche la centralità del web, sottolineando che “per catturare pienamente i benefici economici e sociali dell’era digitale e necessario intervenire non solo sui problemi di infrastrutturazione e di accesso ma anche sul fronte della domanda”, ed evidenziando come “il principale ostacolo allo sfruttamento delle potenzialità connesse all’utilizzo di internet è rappresentato dalla carenza di competenze digitali”. Per contribuire allo sviluppo del cittadino connesso, l’Autorità si propone di realizzare progetti di comunicazione istituzionale, allo scopo di conciliare la tutela delle garanzie e dei diritti fondamentali con l’alfabetizzazione alle nuove competenze.

Ma non è solo Agcom a sottolineare il problema della mancanza di competenze digitali: secondo la stima fatta da Confindustria pochi giorni fa durante il Fed – Forum dell’Economia Digitale, il costo del ritardo digitale nel nostro Paese è valutabile in circa 2 punti di Pil e in 700mila posti di lavoro non creati. Sempre secondo la principale associazione imprenditoriale del Paese, serve porsi il problema di trovare soluzioni efficaci, che coinvolgano realtà grandi e piccole, chiamate, quindi, a guardare al digitale e al web non più – o non solo – come un’opportunità, ma come a una parte essenziale e naturale della propria attività e della propria organizzazione.

E i dati della Commissione Europea, che il Desi – The Digital Economy and Society Index – cristallizza ogni anno contribuiscono a questa impietosa fotografia: il 28% degli italiani non ha mai utilizzato Internet, rispetto a una media europea del 16%. Troppo elevata, nel nostro Paese, l’ignoranza digitale, che spesso di traduce in un vero e proprio disinteresse dovuto alla mancata conoscenza delle potenzialità del mezzo. Non stupisce, quindi, che l’Italia sia 25esima su 28 Paesi in termini di competenza digitale generale – competenze dei cittadini, competenze delle imprese, uso dei servizi online, ecc..

 

Ragone _20160719 

 

Serve un cambio di passo, un piano pluriennale che sviluppi la consapevolezza della necessità del web e dei suoi strumenti, che vada oltre la app o il gadget del momento. Un piano che necessita della collaborazione di tutti gli attori del settore e che ci porti, finalmente, nella parte alta della classifica.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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