Opendata e Open Government: la cultura, in senso lato

di Morena Ragone - 2 agosto 2016 - Google +

Negli ultimi tempi si è ripreso insistentemente a parlare di opendata e open government.

Sicuramente, al rinnovato interesse ha contribuito l’iniziativa del Governo sull’Open Government Partnership, con il coinvolgimento delle principali associazioni e stakeholders del settore, e con la successiva attivazione di una consultazione pubblica sulla bozza del terzo Piano d’Azione italiano per l’Og Forum internazionale.

Al di là dei numeri – passare da 6 a 33 azioni resta, comunque lo si veda, un segnale positivo – è nel merito che vorrei fare due considerazioni preliminari.

La prima: noto che alcune delle azioni inserite nel Piano hanno una valenza locale, e coinvolgono alcuni comuni – Firenze, Milano, Lecce, andando a memoria.

A mio opinabilissimo avviso, il Piano dovrebbe mantenere una tessitura di ampio respiro e prevedere macro-progetti scalabili, possibili, quindi, qualora di enti locali, solo se l’idea sia di farne dei prototipi da replicare, poi, su tutti gli altri enti della stessa tipologia.

In merito, con un gruppo di esperti esterni e nell’ambito del PonGovernance e Assistenza tecnica”, circa un anno fa abbiamo realizzato un report sulla valutazione ex ante (piacerebbe all’amica @vitalbaa) di un possibile piano d’azione comune di incentivo all’open data degli enti locali – lo trovate qui.

Quello che spesso si dimentica – nonostante il bellissimo richiamo all’art. 117, comma 2, lett. m) della nostra Costituzione, quindi ai “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, che talvolta viene inserito nei testi normativi – è che l’applicazione uniforme costituisce una garanzia per i diritti di tutti, in qualsiasi parte del Paese.

Quindi:

  1. le iniziative non dovrebbero restare quelle spot dell’illuminato di turno;
  2. le realtà meno reattive non devono essere escluse dal processo di innovazione;
  3. l’applicazione uniforme sul territorio garantisce la transizione verso la nuova, auspicata forma di governo aperto.

La seconda considerazione è data dai frequenti attacchi di diffidenza – sia chiaro, neanch’io ne sono immune – che colpiscono molti addetti ai lavori.

Spero vivamente che la sensazione sia solo quella della necessità di “rimettere a fuoco” le iniziative – credo che ciascuno di noi abbia una opinione diversa, a seconda del proprio, differente angolo di osservazione – l’espressione della volontà di produrre uno scatto in avanti: in sostanza, si critica la mancanza di qualcosa perché, dal punto di vista sostanziale, il passo avanti c’è stato, e siamo passati dal primo al secondo step, con la volontà di procedere e più celermente.

Provo a spiegarmi meglio: cominciano a esserci i dati, forse non tutti e forse (tolgo il forse…) non ancora quelli economicamente più rilevanti – anche se tutti i dati possono esserlo, se si sa come usarli…

La presenza dei dati, ora, necessita di un passo ulteriore: dati di qualità, dati omogenei e uniformi, dati georiferiti, dati utilizzabili e riutilizzabili, insomma.

Oltre – e anche se mi ripeto, non credo sia mai troppo – a una presa di consapevolezza che vuol dire solo una cosa: cultura.

Non so se è ancora il caso di parlare di cultura digitale, perché più vado avanti, più mi rendo conto che molte competenze fanno parte del bagaglio di conoscenze della persona in senso lato, sia nella vita analogica che in quella digitale, con la seconda specchio della prima.

Penso alla curiosità, che da sola muove le azioni, e gli studi; penso al bagaglio di informazioni che sono necessarie a chi il dato lo studia, e che in parte prescindono dalla digitalizzazione di tali attività; ma penso, ancora di più, alla cultura d’impresa di cui il rischio è parte integrante, e che spesso non cogliamo nelle sue opportunità.

Senza scadere nella apologia del fallimento di matrice americana – che non condivido e che, forse, non comprendo fino in fondo – credo che alla base ci sia la capacità di mettersi in gioco, di abbandonare parte di quella sicurezza che troppo spesso e troppo massicciamente accompagna le nostre vite, per riscoprirci desiderosi di imparare e di conoscere.

I dati sono anche un gioco, uno di quei giochi belli: qualcosa che guida la nostra vita di ogni giorno, ma che la nostra vita può anche cambiarla, in meglio, se solo si ha voglia di sperimentare.

E di continuare a credere.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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