Via libera al Codice dell’Amministrazione digitale: cosa ci aspetta adesso

di Morena Ragone - 12 settembre 2016 - Google +

L’iter di riforma del Codice dell’Amministrazione digitale arriva finalmente a conclusione, non senza polemiche.

Dopo i pareri della Conferenza Unificata, del Consiglio di Stato  e del Garante per la Protezione dei Dati personali – non scevri da malumori, soprattutto per l’operato del Consiglio di Stato, che prima concede un placet condizionato, salvo, poi, quasi ritornare sui propri passi – anche le Commissioni parlamentari autorizzano l’adozione al nuovo Codice, seppure con molte condizioni.

Nella seduta definitiva del 3 agosto scorso, infatti, la I Commissione, con un parere espresso lungo ed articolato, motiva la propria scelta in una numerosa serie di punti, dividendo il testo distintamente in due parti.

Se nella seconda parte la Commissione parlamentare enumera trentasei (sigh!) suggerimenti che, pur non essendo invalidanti l’efficacia del provvedimento, ne migliorerebbero la coesione, l’applicazione o l’interpretazione, è nella prima parte che trovano posto quelle che possiamo definire vere e proprie condizioni sine qua non – ben diciotto quelle senza la cui approvazione il Codice non dovrebbe essere adottato, per quanto si tratti sempre e comunque di un parere obbligatorio ma non vincolante – che prevede alcuni fondamentali suggerimenti in merito alla:

  • reintroduzione della definizione di documento informatico, armonizzandola con le disposizioni adottate a livello europeo (il riferimento è, ovviamente, al regolamento eIDAS, come già nel parere del Consiglio di Stato) e introdotte (finalmente!) la definizione di “titolare del dato”, coordinandola con la normativa in essere;
  • aggiunta delle definizioni di interoperabilità e cooperazione applicativa, in modo da assicurare l'utilizzo di formati di dati aperti e l'integrazione anche a livello di back end
  • chiarire il concetto di domicilio digitale, esplicitando che è relativo esclusivamente alle comunicazioni e notifiche, e che non produce altri effetti giuridici;
  • espunzione all'articolo 62 dello schema nel comma 5, che modifica l'articolo 52 del decreto legislativo 196/2003, estraneo ai criteri della legge delega (e anche di questo aveva parlato il Consiglio di Stato…).
  • Di certo, l’attenzione dei più si è concentrata sulla sospensione dell'efficacia del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 13 novembre 2014 “al fine di garantire l'aggiornamento delle regole tecniche in materia di formazione, trasmissione, copia, duplicazione, riproduzione e validazione temporale dei documenti informatici [omissis] per un tempo congruo all'emanazione di nuove regole tecniche pienamente conformi alle disposizioni del Codice“.

Spesso, chi non opera nella PA – e intendo quotidianamente al suo interno – dimentica che ha poco senso imporre un onere/obbligo laddove non sia rispettabile in alcun modo. E non mi riferisco alla solita (presunta), assente buona volontà del funzionario/dirigente pubblico: mi riferisco a mezzi, strumenti, formazione, competenze. E fondi.

Fondi per ultimi, perché troppo spesso la questione economica funziona un po’ da paravento – esattamente come la privacy – per giustificare scelte che alla fine sono prettamente politiche.

Quindi, quando non è un reale problema di scarsità di risorse, servono pianificazione strategica, volontà, capacità di osservazione globale delle dinamiche del mondo e della società.

Troppo spesso, quella che chiamiamo visione è ancorata a piani strettamente cogenti, parcellizzati, localistici – nell’accezione peggiore del termine.

Allora – forse – visto da questa angolazione, il tanto vituperato rinvio nell’applicazione del D.P.C.M. 13 novembre 2014 – fermo restando che l’applicazione volontaria resta sempre possibile per qualsiasi amministrazione pubblica che sia già pronta – diventa una presa di consapevolezza della realtà di una situazione che non cambia per volere istantaneo, scienza infusa o norma di legge, ma – al contrario – va ricercata e sollecitata in un percorso graduale che non tutte la P.A. hanno avviato.

E non sempre colpevolmente.

Personalmente, da giurista informatico e ancora di più da pubblico dipendente, ho trovato quasi rivoluzionarie due condizioni tra le tante – e mi complimento pubblicamente con chi le ha proposte.

La prima è quella che prevede che “accanto alle competenze tecnologiche, lo sviluppo di competenze di informatica giuridica”, con riferimento all'alfabetizzazione informatica, alla formazione dei dipendenti pubblici e all’istituzione di unico ufficio dirigenziale generale.

La seconda, a mio avviso ancora più impattante, dispone che “al fine di migliorare la condizione lavorativa e di conseguenza la produttività, a meno che non vi siano particolari necessità di sicurezza che ne impediscano l'uso, all'articolo 11, che modifica l'articolo 12 del decreto legislativo n. 82/2005, prevedere che i soggetti di cui all'articolo 2, comma 2, incentivino l'uso da parte dei lavoratori di dispositivi elettronici personali, o personalizzabili di proprietà aziendale e concessi in comodato d'uso gratuito, sul posto di lavoro”.

Poco più di un anno fa ho terminato il progetto di ricerca relativo al mio dottorato con una tesi sull’uso dei social network nella P.A., e conosco bene – purtroppo – quale sia la situazione ad oggi, e quanto siano malviste certe tecnologie sul posto di lavoro.

Ben venga, quindi, una maggiore consapevolezza delle loro potenzialità, e una disciplina che ne agevoli il naturale inserimento anche nella (o durante la) attività lavorativa, come ricerca d’oltreoceano attestano ormai da un decennio e più.

Non concordo, invece, con la condizione di sostituire, ovunque presenti nel testo, le parole “cittadino” con “persona fisica” e “chiunque” e “cittadini e imprese” con “soggetti giuridici”, dal momento che il termine “chiunque” è proprio della letteratura internazionale sul tema ed è termine uniformemente riconosciuto, compreso e applicato (vedi, per esempio, nella open definition).

Allora, l’obiettivo è provare a ripartire da qui – senza proclami, senza date limite, ma strutturando una crescita omogenea ai sensi del comma 2, lett. m) dell’art. 117 della Costituzione vigente – ed è non solo possibile, ma diventa obbligatorio.

Mi auguro che anche Diego Piacentini sia di questo avviso, e consigli il Governo a una azione costante e progressiva, che premi in proporzione ai progressi fatti, e non sempre e solo le eccellenze.

Equità, quindi – dare a ciascuno secondo i bisogni – prima ancora che uguaglianza – dare a ciascuno in parti uguali – perché alla sua base e sua fondamentale premessa.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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