Fare impresa: usciamo dalla retorica?

di Morena Ragone - 12 febbraio 2016 - Google +

Negli ultimi anni se n’è parlato veramente molto, della capacità dell’Italia di diventare la nuova Silicon Valley – tesi sicuramente avvalorata dagli ultimi annunci governativi, che vedono Cisco e Apple pronti a investire nel nostro Paese – e dei ragazzi italiani che devono imparare a fare impresa all’americana.

Niente assistenzialismo pubblico, ma finanziatori privati, fallimento come opportunità, eccetera.

Parliamo di start up, per chi non l’avesse capito.

Allora, la retorica cosa vuole? Che dentro ognuno dei propri pargoli intento a trafficare con pc ed applicazioni varie ci sia un novello Zuckerberg, pronto a rendere se stesso uno degli uomini più ricchi del mondo.

Purtroppo, le cose non vanno sempre così, e non è solo un problema di burocrati, burocrazia, leggi sbagliate / inadeguate / eccessive/ complesse.

Dal 2012, quando con il “Restart Italia” il gruppo di lavoro dedicato costituito all’interno del Mise per volontà dell’allora Ministro Corrado Passera esplicitò molte delle principali problematiche del fare impresa in Italia, e con la successiva legge n. 221/2012, anche da noi hanno cominciato a farsi strada le nuove imprese innovative.

Cosa è accaduto da allora?

Numericamente, molto: solo per restare in tema di start up innovative, il sistema camerale vede iscritte ben 5.143 imprese (con 5.351 dipendenti in totale...), lo 0,33% di tutte le società di capitali italiane presenti nel registro imprese – il 56,7% delle quali registra una perdita di esercizio, rispetto alla restante quota del 43,3% che segna un utile – con una collocazione territoriale molto varia – Lombardia in primis, poi Emilia-Romagna, Lazio, Veneto e Piemonte.

Molto Nord e, per numeri assoluti, molte province ricche e grandi – Milano, Roma, Torino, Napoli e Bologna.

Numeri diversi, ovviamente, se si normalizzano alla popolazione, al numero di imprese attive sul territorio, al fatturato, ai dipendenti, ecc... a ognuno i suoi numeri, al solito.

Eppure, una recente ricerca dell’Università del Salento, prendendo quale campione di riferimento alcune iniziative di sostegno alla nascita d’impresa in ambito pugliese, ha parlato di risultati non così aurei come a prima vista potrebbero apparire: lo studio ha preso in esame 36 start up di due iniziative differenti – una pubblica e una privata – e ha verificato che, di esse, 31 non hanno un solo addetto, 26 non fatturano ancora e 9 sono totalmente inattive o in liquidazione.

Dati sicuramente non omogenei – e anche fortemente contestati in seguito alla loro diffusione – sufficienti, però, ad avviare qualche riflessione: se per le imprese parliamo di fallimento come evento formativo, qui, allora siamo al concordato preventivo (ammesso che sia configurabile)?

Quali sono le cause di una tale situazione?

Tante, e varie.

Di certo, il campione preso in esame è più vicino a un embrione di impresa che a una impresa vera e propria, poco normalizzato per costituire un dataset di analisi: siamo poco più avanti dello stadio iniziale di idea, il che non impedisce alla stessa di progredire, certo, ma rende sicuramente più ardua la verifica delle possibilità di mercato della stessa.

Già, perché al netto dei pochi, fortunati e bellissimi casi di start up italiane milionarie – o di alcune fortunate iniziative come i Bollenti Spiriti della Regione Puglia, che oggi rischiano un rapido raffreddamento – fare impresa è difficile ovunque.

Perché vuol dire resistere alla selezione che il mercato opera, e che non sempre, come per tutto, significa merito, qualità, progresso.

Da alcuni anni mi occupo anche di ingegneria finanziaria, e ho costantemente a che fare con le garanzie di credito – quelle che servono alle imprese per convincere le banche a concedere loro credito per investimenti, per esempio – e mi sono resa conto come questo sia probabilmente l’elemento chiave per la tenuta di una impresa.

In periodi di grandi difficoltà come quello che da alcuni anni stiamo vivendo, poche imprese hanno avuto la capacità/volontà di fare investimento, ragionando in un’ottica di ottimistica espansione: molte imprese, pur volendo, non solo nella possibilità di farlo con risorse proprie. In questo caso, l’accesso al credito diventa una componente essenziale di tutto l’apparato, e con esso, la possibilità dell’imprese di ottenere garanzie aggiuntive – come nel caso dei fondi regionali e del Medio Credito Centrale.

Ecco perché l’analisi dell’Università del Salento, pur parziale e incompleta, diviene così importante: ci ricorda che, alla fine, la startup è un’impresa come le altre, che deve fare i conti con... i conti; un’impresa in cui i posti di lavoro, le tasse, gli investimenti, le garanzie, il mercato sono – sulla distanza – gli unici elementi che contano.

E se non tieni conto di questo, puoi aver inventato la pietra filosofale, ma nessuno ti darà l’opportunità di tramutare ciò che tocchi in oro.

 

Morena Ragone

@morenaragone


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MORENA RAGONE

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Giurista, dottoranda di ricerca presso l’Università di Foggia, ha esercitato come avvocato per molti anni. Studiosa di diritto di Internet e delle nuove tecnologie, diritto d’autore, informatica giuridica, eGovernment, Open Govenment e Open data, ha approfondito le problematiche giuridiche connesse alla rete e ai nuovi media ed alla tutela e al trattamento dei dati personali. E’ docente e relatrice in convegni di settore e formatrice per la pubblica amministrazione ed il settore privato. Pubblica articoli di approfondimento sui quotidiani giuridici online Altalex e LeggiOggi, su ForumPA, Pionero e MySolutionPost. E’ co-fondatrice dell’Associazione Wikitalia e tra i promotori degli Stati Generali dell’Innovazione, della quale è anche membro del Direttivo. E’ componente del Comitato degli Esperti in Innovazione di OMAT360, membro del Comitato Scientifico della Scuola per giovani amministratori YPBPR - Youth Politician’ Best Practice - e della collana di ebook “Cambiamo Modello” di SGI/Garamond, nonchè componente del comitato di redazione delle riviste “Documento Digitale” e “eCloud”. E’ consulente giuridico per Stati Generali dell’Innovazione e IWA Italy. Attualmente lavora come responsabile di Azione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale presso la Regione Puglia.

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