Perché l’Italia sta perdendo la sfida della competitività?

di Fernando Alberti - 23 luglio 2013

Come introdotto nel post precedente la competitività delle nostre piccole e medie imprese (PMI) è minata da una serie di sfide, tra le quali la più eclatante e certamente meno controllabile dalle PMI stesse è quella della bassa competitività del contesto e del sistema Paese. L’Italia, da troppi anni, sta perdendo la sfida della competitività. Ciò fa sì che quelle PMI ultra-performanti che ancora popolano il nostro tessuto produttivo - e di cui si darà conto in uno dei prossimi post di questa rubrica - siano competitive "nonostante" siano localizzate in un contesto industriale non competitivo. "Nonostante" sì, perché sono ancora molti i freni che il sistema Paese esercita sulla competitività delle nostre PMI, soprattutto su quelle meno capaci di esprimere un vantaggio competitivo robusto e sostenibile e che quindi nei migliori casi ‘resistono’ anziché crescere e rafforzarsi.

 

Perché le PMI dovrebbero occuparsi o preoccuparsi della competitività del sistema Paese?

Non vi è dubbio che l’obiettivo ultimo della ricerca della competitività dovrebbe essere quello di contribuire ad aumentare la prosperità economica e sociale del proprio territorio, che può certamente essere misurata dal potere d’acquisto e dalla capacità di produrre ricchezza e rimanda, in prima battuta, al livello di reddito disponibile e alla equa distribuzione dello stesso all’interno della società. Perché ciò sia realizzabile, un Paese deve mantenere alto il proprio potere d’acquisto, quindi deve essere in grado di competere con successo con Paesi terzi, lavorando sull’efficienza del proprio sistema economico, investendo in ricerca, cultura e innovazione, favorendo il progresso sociale, economico e tecnologico di persone e imprese, costruendo e presidiando le regole del gioco competitivo sui propri mercati, agendo sul livello d’imposizione, eccetera.

Senza voler aprire un dibattito macro-economico ad ampio spettro sulle leve che necessariamente si devono muovere per migliorare la prosperità del proprio contesto di riferimento, occorre porre l’attenzione sul fatto che l’Italia si colloca negli ultimi dieci anni – secondo i dati dell’Economist Intelligence Unit rielaborati dal nostro team di ricerca presso la Harvard Business School (HBS) – nel quadrante più debole, in termini di prosperità, tra le economie ‘avanzate’ (come mostrato nella Figura seguente).

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La prosperità di un Paese è dunque un indice importante della sua capacità o incapacità di essere competitivo. Se guardiamo, infatti, le principali valutazioni della competitività dei diversi Paesi e contesti industriali, ci accorgiamo di come la bassa prosperità economica dell’Italia faccia il pari con la sua scarsa competitività.

Recentemente l’Institute for Management Development (IMD) di Losanna, che  ogni anno stila una classifica internazionale sulla competitività in 60 Paesi, ha classificato l’Italia al 44° posto, tre posti in meno rispetto all’anno precedente e assai lontana da Paesi geograficamente vicini come Germania (9°), Gran Bretagna (18°) e Francia (28°). A pesare in maniera particolare sul nostro posizionamento vi sono sia fattori di contesto istituzionale-normativo (la complessità del contesto normativo, l’entità dei costi amministrativi, l’inefficienza delle Istituzioni, lo stato delle finanze pubbliche, la politica fiscale, la legislazione societaria e il quadro istituzionale) sia fattori di carattere economico-imprenditoriale (bassa produttività, inefficienze nel mercato del lavoro, lacune nel sistema del credito e della finanza).

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Fanno il pari anche le valutazioni del World Economic Forum riportate nel Global Competitiveness Report 2012-2013, ove l’Italia si posiziona al 42° posto, tra Polonia e Turchia, in ripresa rispetto ai due anni precedenti (rispettivamente 43° e 48°).

Il 42° posto è soprattutto frutto della rigidità del mercato del lavoro, di un mercato finanziario arretrato, del quadro macroeconomico e soprattutto del basso livello di produttività, come si evince dai dati del Groningen Growth and Development Center sempre elaborati presso la HBS, ove l’Italia è il fanalino di coda delle economie avanzate.

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Non è tanto importante su cosa si competa (settori di base, industrie high-tech, turismo e cultura o altro), quanto come si competa in tali settori. Ciò che conta è quindi la produttività nell’uso del capitale umano, intellettuale, economico, tecnologico e fisico. Perché dunque cresca la prosperità è necessario essere maggiormente competitivi sul fronte della produttività e per esserlo è necessario lavorare sulla capacità imprenditoriale delle imprese.

Il rapporto Ease of Doing Business 2013 della World Bank misura proprio questo, ovvero il supporto del contesto industriale alla capacità imprenditoriale delle imprese. Questa classifica è ancora più impietosa nei confronti dell’Italia, collocata al 73° posto tra i Paesi a maggiore facilità nel fare attività d’impresa. Ciò è principalmente dovuto all’alta burocrazia nell’attivare nuove imprese e ottenere permessi, all’accesso a utilities e fonti di energia e alla capacità ed efficacia di far valere i contratti (ovvero forme e tempi della Giustizia). Da non dimenticare, infine, l’elevato livello di corruzione registrato a livello internazionale dal Global Corruption Report, che segnala per l’Italia – secondo le elaborazioni HBS – una posizione assai critica e in peggioramento nei cinque anni considerati (2006-2011).

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Tutti questi elementi rendono l’Italia poco attrattiva per l’attività di impresa e, quindi, poco competitiva. Ecco che non passa giorno che importanti tasselli del made in Italy vengano acquisiti da gruppi stranieri o che si avviino processi di rilocalizzazione dell’attività di impresa in aree geografiche diverse dall’Italia o, infine, che si assista ad una progressiva selezione delle nostre PMI, in alcuni settori ampiamente decimate. E quelle che rimangono e che riescono ugualmente ad essere competitive? Fanno impresa ‘nonostante’. Diventa, quindi, importante approfondire le scelte strategiche e le ricette competitive adottate da queste PMI performanti e ultra-performanti che, nonostante le importanti sfide di contesto, ce l’hanno fatta. Di questo parleremo nei prossimi post di questa Rubrica.

 

Fernando Alberti

@falberti


3 Commenti :

Inviato da Riccardo Pastore il 23 luglio 2013 alle 9:39

"Ciò che conta è quindi la produttività nell’uso del capitale umano, intellettuale, economico, tecnologico e fisico". Parole sante! Il problema è che le PMI non sono mai molto propense a "lavorare sulla capacità imprenditoriale". Per esperienza personale, posso dire che dal loro punto di vista, poiché sono davvero pochi quelli che riescono a guardare oltre il proprio orizzonte, tendono ad accettare la situazione attuale e non hanno alcuno stimolo a crescere, cambiare o modificarsi. La classica risposta è "abbiamo sempre fatto così e stiamo avendo successo, perché dovremmo cambiare?". Quindi direi che alla base del problema, vi è una sostanziale mancanza di comunicazione tra i soggetti interessati. Da un lato ci siamo noi (sociologi-economisti) che spingiamo per il cambiamento, dall'altro, imprenditori che non hanno occhi per vedere e orecchie per sentire. Io credo che sia necessario far percepire loro l'importanza del prendere in considerazione i vari scenari passati, presenti e futuri, accompagnandoli quindi in quella che potrebbe essere la vision della loro attività imprenditoriale futura. In Programmazione Neuro Linguistica esistono delle tecniche che permettono di visualizzare a livello interiore il proprio obiettivo da raggiungere e di fare chiarezza su quali possano essere gli step da seguire per fare in modo che gli obiettivi siano realizzati. Io sono dell'idea che debba essere fatto un lavoro di comunicazione efficiente ed efficace in modo che il nostro interlocutore possa comprendere l'importanza di questi argomenti e dirigerli quindi verso la giusta direzione mediante i vari strumenti di analisi e di consulenza strategica dell'attività imprenditoriale. Concludendo, io penso che, in qualunque contesto, al fine di ottenere dei risultati, sia necessario riuscire ad imparare a parlare lo stesso linguaggio dei nostri interlocutori, e quindi, in questo caso, dei nostri imprenditori.

Inviato da Giordano Riello il 23 luglio 2013 alle 18:09

Condivido a pieno, Professore, l'analisi che ha fatto nel suo post. E' frustrante vedere il nostro Paese sia in un continuo e lento declino. Come ha scritto Lei non riusciamo ad essere attrattivi come sistema Paese ne per gli Italiani stessi, figuriamoci per gli stranieri. E' fondamentale che tutti si rendano parte attivita', credo ormai che il periodo delle critiche e lamentele sia giunto al termine. Questa e' l'Italia del 2013, indipendentemente dalle differenti idee che si possono avere bisogna essere compatti difronte alla realta' dei fatti e lavorare su concrete azioni reattive e proattive. Ho da poco creato una mia societa' di servizi in Italia sull'energy environment e sono realmente sconvolto da quanti siano i passaggi a cui adempiere nella creazione di una start up utili solo a perdere tempo. Ora mi trovo in nord america a seguire alcuni lavori e tornero' in Italia verso settembre. Hanno sicuramente tanti difetti come Nazione ma sicuramente il vecchio continente deve imparare dal nuovo cosa significa essere una Nazione unita sotto i colori di una sola bandiera. In US le imprese pmi a conduzione famigliare sono piu' del 96% e contribuiscono per un 40% di GDP. In Italia sono 80% e contribuiscono al 90% del PIL. Sono numeri che in pochi conoscono e su cui sopratutto il Governo ma anche i cittadini dovrebbero riflettere. Se continua il massacro delle PMI il Paese rischia il collasso.

Inviato da Mark Esposito il 23 luglio 2013 alle 21:09

Fred, scrivo in inglese per non fare errori in italiano... The core message of your post is a crucial matter , for which Italy as a country has still issues with. It is one of the highest density of industrial districts in the world, which tends to be a pre-condition for cluster formation and still, clustering is declining if not phasing out completely, at the expenses of the satellite companies that populate the concentration. The policy in the country have been for too long, very macroeconomic oriented and they generated distraction and inertia where they are less needed. As we both know, from the work that we share in competitiveness at Harvard, micro-dimensions of business, integrated into a collaborate setting are determinants of success as they create those foundations for real economy to drive a country's economic performance. Too much emphasis on a slow if not dormant GDP have exacerbated the political dialogue, but not offered real solutions for what the country needs the most. An agile, entrepreneurial and effective policy for Small Medium Enterprises and start ups, which are still the hidden gem of the country. All it takes is a look at the functioning heart of the country, to realize that what made Italy competitive in the past decades, was the italian ingenuity of the family businesses. Unless we won't go back to help those group of people to emerge as societal catalysts for development, the level of prosperity will continue to be eroded, at the expenses of that working class which is the real maker of the "late" italian miracle.

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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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