Addio alla “banana della competitività”

di Fernando Alberti - 24 settembre 2013

Secondo il recente rapporto della Commissione UE sulla competitività di Stati e regioni, l'Italia perde posizioni, superata non solo e non tanto dai Paesi del Nord Europa - che sempre primeggiano - ma anche da Portogallo, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia e Slovenia. Il rapporto, steso da Paola Annoni e Lewis Dijkstra, con il supporto dei miei colleghi del gruppo di ricerca Microeconomics of Competitiveness della Harvard Business School (Christian Ketels, Susana Franco e Mercedes Delgado), conferma le altre importanti analisi sulla competitività di cui si è parlato in un post precedente. L'Italia è, infatti, 18° tra i 27 Stati dell'Unione.

Regional Competitiveness Alberti

Anche se applichiamo la lente di ingrandimento e non consideriamo l'Italia nel suo complesso, ma le singole regioni, come fatto dal rapporto della Commissione UE, la situazione non migliora. La “virtuosa” Lombardia - considerata in Italia il nostro “campione nazionale”, nel 2010 risultava al 95° posto e ora si trova ben al 128°! Ma come? E la cosiddetta “forza del Nord”? La regione che nella retorica di molti politici ha un Pil assoluto superiore a molte zone d'Europa? In realtà ha un Pil pro-capite (che sappiamo essere il vero indice di prosperità di un territorio) da anni sotto la media europea e soprattutto non ha saputo o potuto rinnovare le basi della sua storica capacità di competere.

L'Emilia Romagna passa dal 121° al 141°, il Lazio dal 133° al 143°, il Veneto dal 146° al 158°; Calabria e Sicilia chiudono la classifica nazionale, rispettivamente al 233° e al 235° posto.

Soffriamo l'assenza ormai endemica di grandi imprese, il difficile percorso di crescita delle nostre micro-piccole imprese, il dissolversi dei distretti industriali, con il rischio di uscire dai grandi assi dello sviluppo europeo. 

Regional Competitiveness Alberti 2

Dove è finita la famosa “banana della competitività”? Sì, la “banana” che era possibile disegnare sulla cartina dell'Europa connettendo la regione di Londra con l'Olanda, la valle del Reno, la Lombardia e il Piemonte (quest'ultimo scivolato addirittura al 152° posto!)? Ora le regioni virtuose fanno sempre perno intorno a Londra ma inglobano un maggior numero di regioni del Regno Unito, della Germania (anche la ex Germania Est) e della Scandinavia.

La regione di Utrecht vince su tutte, con la Great London al secondo posto, terza la regione di Stoccolma e via via giù fino a quella di Francoforte settima, Parigi ottava e Copenhagen nona.

La classifica si fonda - come molte altre di cui già si è parlato in questa Rubrica - su una serie di parametri che compongono l'indice regionale della competitività (RCI). Sono 11 gli elementi considerati: istituzioni, stabilità macro-economica, infrastrutture, sanità, istruzione, università e ricerca, efficienza del lavoro, dimensioni del mercato, efficienza tecnologica, livello imprenditoriale e innovazione.

Certo, occorre distinguere tra elementi strutturali di bassa competitività e elementi congiunturali, ma non vi è dubbio che nel caso italiano, crisi e scarsa competitività siano certamente due elementi che si auto-rinforzano: essere sempre meno competitivi a livello nazionale ci fa piombare in una crisi più profonda e più lenta da sanare rispetto agli altri Paesi ed essere in crisi ci porta verso un percorso di austerità che certo non aiuta gli investimenti strategici per il rilancio della competitività sia a livello nazionale sia a livello regionale. Fattori regionali e fattori nazionali si influenzano vicendevolmente e sono intimamente legati tra loro anche e soprattutto in relazione alle sempre più scarse risorse a disposizione per gli investimenti strategici. 

Risultato: l'Italia arretra dal 2006 in un lungo e non poi così lento processo di declino ove quelle poche Pmi che ce la fanno e restano competitive meritano l'attenzione di noi studiosi come se si trattasse di anomalie, outlier da tenere sotto controllo per capire le ragioni della diversità, dell'eccezionalità.


Fernando Alberti

@falberti

 


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FERNANDO ALBERTI

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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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