L’erba del vicino...

di Fernando Alberti - 31 ottobre 2013

Negli ultimi post di questa rubrica si è introdotto il tema della resilience, la capacità sviluppata da molte Pmi italiane di resistere sotto il profilo economico e competitivo alle sfide del contesto e alla crisi che ha investito il nostro tessuto manifatturiero. Le imprese che sono in grado di sopravvivere ed esprimere interessanti livelli di performance lo fanno nonostante il contesto italiano – già segnato dalla più importante recessione economica dell’ultimo secolo – sia tra i meni competitivi d’Europa e delle cosiddette economie avanzate.

Come già più volte ricordato, la competitività d’impresa ha due dimensioni:

  • una interna all’azienda stessa;
  • una esterna, di contesto.

    Se sul primo fronte l’Italia tutta e il made in Italy in particolare, hanno saputo e sanno esprimere imprese molto robuste in termini competitivi, ciò è avvenuto e avviene nonostante la bassissima competitività di contesto. Giova ricordare brevemente che le principali valutazioni internazionali ci collocano tra i sistemi-Paese più difficili in cui fare impresa: 49° posto (tra Lituania e Kazakistan) secondo la classifica di competitività del World Economic Forum, 44° posto secondo la classifica dell’IMD di Losanna, 73° posto nella classifica sulla qualità del contesto per fare impresa, secondo la Banca Mondiale, 18° posto sui 27 stati europei, secondo la Commissione Europea. Molte delle nostre Pmi fanno, dunque, impresa “nonostante”. È con questa locuzione che si è voluto – all’interno di questa rubrica – coniare il fenomeno a cui ci siamo più volte riferiti.

    Tuttavia, in un numero sempre maggiore di casi le nostre Pmi si ritrovano a essere sempre meno capaci di essere competitive e di resistere, a causa dei freni del sistema Paese, e guardano a possibilità di parziale o totale rilocalizzazione dell’attività di impresa in contesti vicini, maggiormente competitivi.

    È passato giusto un mese da quel 26 settembre in cui la municipalità di Chiasso ha lanciato l’iniziativa ‘Benvenuta Impresa’, un seminario a porte chiuse ed estremamente affollato a cui hanno potuto partecipare 260 degli oltre 600 soggetti italiani che avevano fatto domanda. Imprenditori, artigiani, commercialisti e “delocalizzatori” (una nuova e florida categoria di professionisti) tutti a caccia di una via di fuga dal contesto italiano, mossi da una pluralità di motivazioni, che sostanzialmente fanno rima con sopravvivere e stare al passo della concorrenza. Alla base dell’iniziativa del comune di Chiasso – mosso dalla volontà di rinnovare e riqualificare il locale mercato del lavoro, il proprio tessuto imprenditoriale e i tanti immobili ad uso industriale sfitti – una proposta molto semplice: un carico fiscale medio per un imprenditore del 17,1%, Iva all'8%, 15 giorni per l'iscrizione al Registro del commercio e 24 ore per immatricolare un veicolo, chi assume personale del luogo ha rimborsati per due anni gli oneri sociali e un quarto degli investimenti in settori innovativi gode di contributi a fondo perduto. I più fortunati possono ottenere, per qualche anno, l'esenzione totale dalle tasse. Tuttavia, sono benvenute solo imprese capaci di erogare servizi, più che manifatturiero, ad alto valore aggiunto (export, trading, informatica, digitale, nuove tecnologie, biotecnologie, ecc.), con importazione di capitali, creatività, brevetti e conoscenze e soprattutto capaci di creare nuovi posti di lavoro per gli svizzeri, senza sfuggire dagli alti minimi sindacali previsti.

    Nonostante, tirando le somme, pochi dei partecipanti (il sindaco di Chiasso stima un 2%) rientrino nelle condizioni di cui sopra e quindi siano legittimamente “benvenuti” ad un trasferimento di impresa, l’evento di Chiasso, ma più in generale il fenomeno di tentativo di fuga delle nostre Pmi verso la vicina Svizzera, ha suscitato molto clamore. Molti dibattiti sono seguiti – sia su quotidiani sia su Tv e Internet – e altrettanti convegni, seminari e riflessioni – ad alcuni dei quali io stesso ho partecipato come relatore – hanno avuto altrettanto attenzione mediatica e di pubblico.

    La cronaca più recente segnala che non si fugge solo in Svizzera, imprenditori italiani sono in fuga anche verso altri Paesi a noi vicini. Ad esempio si fugge in Carinzia (Austria), dove la tassazione è al 25%, non esiste l’Irap, i costi relativi all’attività di impresa sono detraibili al 100% e si possono ottenere contributi agli investimenti in ricerca e sviluppo fino al 60%. Tutte queste sono condizioni certamente facilitanti l’attività d’impresa e capaci di accelerarne la competitività, ma non di meno sono condizioni che in Italia sembrano essere inesistenti.

    Le ragioni per ipotizzare una presenza imprenditoriale in Svizzera o nei Paesi vicini sono da ricercarsi non solo nell’attrattività – reale o immaginata – del contesto di destinazione, ma anche – e comparativamente – nelle ragioni di una bassa competitività del sistema Italia. I principali elementi segnalati dalle nostre Pmi come freni alla competitività sono certamente:

    1. la pressione fiscale sulle imprese;
    2. l’entità del cuneo fiscale e contributivo sul lavoro;
    3. la complessità e l’inefficienza della macchina burocratica.

      Ma a questi tre elementi chiave ne seguono molti altri di non minore importanza e che spingono le nostre Pmi a guardare insistentemente alla Svizzera:

      1. la bassa produttività;
      2. il debito pubblico che grava sulla capacità di investimento;
      3. la rigidità del mercato del lavoro con alti tassi di disoccupazione;
      4. la lentezza e inefficienza della giustizia civile;
      5. le lacune nel sistema del credito e nel mercato dei capitali;
      6. gli investimenti in ricerca, istruzione e formazione on the job;
      7. il costo dell’energia e la disponibilità di infrastrutture all’avanguardia.

        È su questi fattori che l’erba del vicino (in primis elvetico) appare essere decisamente più verde.

        Non vi è dubbio che la pressione fiscale sia – agli occhi degli imprenditori e dei media – il magnete principale. La pressione fiscale è forse tra tutti i freni alla competitività di impresa e alla attrattività dell’Italia per l’attività imprenditoriale quello più lamentato. La pressione fiscale per le imprese, nel 2012, ha raggiungo il 68,3% in Italia. Si tratta di un massimo a livello globale (la Francia è al 65,7% gli USA al 46,7%, il Regno Unito al 35,8%), secondo la Banca d’Italia. La Svizzera è a circa la metà della pressione fiscale italiana, con un total tax rate medio Svizzero del 30,2% e con Iva fissa da anni all’8%. Il total tax rate varia molto da Cantone a Cantone, ma in tutti i casi è calcolato partendo dall’8,5% dell’imposta federale a cui si somma l’imposta cantonale e quella municipale (quest’ultima espressa nella forma di un moltiplicatore di quella cantonale). Ad esempio a Lugano (Canton Ticino) si avrebbe 8,5% (federale) più 9% (cantonale) più 9% moltiplicato 0,70 (municipale), per un totale nominale di circa il 23,5% che in termini effettivi può facilmente diventare il 20%, essendo le imposte deducibili. Alcuni Cantoni – come quello di Ginevra – sono tradizionalmente più onerosi, altri – come quello di Zugo – sono decisamente aggressivi sul fronte fiscale, con tassazioni nominali del 13% ed effettive del 10%.

        Inoltre, l’impegno fiscale è importante in termini di burocrazia: 15 adempimenti fiscali annui per una Pmi con un impegno di tempo calcolato di 269 ore, contro le circa 59 della Svizzera. Infine, in Svizzera è possibile effettuare il tax ruling ovvero stendere accordi fiscali preventivi con le autorità fiscali elvetiche in casi particolari di attività di impresa, arrivando ad abbattere significativamente alcune imposte (ad esempio l’imposta sul capitale può essere abbattuta ad un decimo, dall’1,5% allo 0,15%). Tuttavia, regimi speciali come questo, pur essendo fiscalmente convenienti, possono dare luogo a difficoltà nell’applicazione delle convenzioni contro le doppie imposizioni – come quella tra Svizzera e Italia – e far rientrare l’operazione in black list.

        Anche l’entità del cuneo fiscale e contributivo sul lavoro è ben diverso. Se in Svizzera, considerato uno stipendio medio-basso di 1000 euro netti al mese, il costo azienda si aggira attorno ai 1500 euro, in Italia il moltiplicatore può arrivare anche a 2,5, con un costo azienda di 2500 euro.

        Tuttavia, la dimensione fiscale è solo uno e forse nemmeno il più importante degli elementi che potrebbero spingere una nostra Pmi a ricercare una presenza in Svizzera.

        Ad esempio, sul fronte della burocrazia legata all’attività di impresa, per un imprenditore italiano può registrarsi un vero e proprio clash culturale: la burocrazia pubblica Svizzera offre un supporto inimmaginabile alle imprese, con accessibilità diretta ai servizi e agli operatori preposti e tempi di risposta rapidissimi. Sono frequenti i casi di imprenditori italiani che raccontano attoniti scambi di documenti formali via mail con funzionari cantonali svizzeri, che rispondono con competenza e in tempo reale. In questo caso i tempi della macchina burocratica si misurano in minuti. Parimenti, la costituzione di una nuova impresa (dalla scelta del nome, che deve essere verificato per incompatibilità) alla tenuta della prima assemblea ammonta in totale ad una decina di giorni. La burocrazia svizzera lavora però per principi assoluti, e qui viene la parte più difficile per un imprenditore italiano: regole poche e semplici ma sanzioni pesanti e certe. Il contesto a cui ci siamo abituati, invece, è tipicamente caratterizzato da regole tante e conflittuali e sanzioni deboli e incerte. Ciò fa il pari con la lentezza e l’inefficienza della giustizia civile italiana, combinata ad un alto grado di corruzione diffusa, che porta a misurare la lunghezza dei nostri processi in anni (a volte in decenni), mentre in Svizzera si parla spesso di mesi, alcune volte anche di settimane per avere una prima sentenza.

        Sul fronte della produttività, la Commissione Europea ha da poco segnalato un fortissimo rallentamento da parte dell’Italia nel suo rapporto 2013. La convergenza tra i Paesi più competitivi a livello industriale e i Paesi con risultati moderati si è arrestata. La Spagna che l’anno scorso era tra i Paesi a moderata competitività adesso è tra quelli a maggiore competitività, mentre l’Italia rimane tra quelli a moderata competitività, con Cipro, Grecia, Malta, Portogallo, Slovenia. L'Italia è l'unico Paese della zona Euro che, insieme alla Finlandia, ha peggiorato la produttività.

        Sul fronte del mercato del lavoro la Svizzera ha certamente un profilo diverso dal nostro. I licenziamenti sono più semplici, ma è previsto un sussidio di disoccupazione e un programma per l’immediato reinserimento nel mercato del lavoro, tanto che il tasso di disoccupazione è pari al 3,7%, un livello talmente basso che meno di così significherebbe l’inesistenza del mercato del lavoro stesso. In Italia il tasso di disoccupazione nel 2013 si attesterà sull’11,8% (secondo la Commissione Europea e addirittura oltre il 13% secondo il Fondo Monetario Internazionale), con 3 milioni di disoccupati e con un tasso di disoccupazione giovanile di quasi il 40%, che è oltre il 50% al Sud. La Svizzera, poi, non vive affatto il fenomeno dei NEET (Not in Employment, Education or Training) pesantemente diffuso soprattutto tra i giovani in Italia e che ci porta ad avere un tasso di partecipazione della forza lavoro (ovvero la percentuale di chi tra i 18 e 64 anni dovrebbe lavorare o studiare, ma non fa né l’una né l’altra cosa) tra i peggiori in assoluto.

        Il debito pubblico Svizzero pesa il 37% del Pil contro un peso del 133% in Italia. Ciò si accompagna per vicini elvetici ad un Pil che cresce dell’1,9% ed un tasso di inflazione di appena lo 0,2%.

        Tutti questi elementi contribuiscono a far sì che al nostro 49° posto nella classifica mondiale sulla competitività corrisponda il 1° (e per gli ultimi 5 anni consecutivi) per la vicina Svizzera. Occorre, dunque, andare più a fondo sulle caratteristiche del contesto svizzero, comprendendo meglio il profilo dell’opportunità e superando in primis il banale confronto sull’entità della pressione fiscale e ipotizzando non meri trasferimenti di impresa – stile ‘Arca di Noè’ – che non funzionano mai in logica plug and play, ma più sofisticate articolazioni della value chain multilocali. Di questo se ne parlerà nei prossimi post.

        Clicca qui per leggere anche: Te la do io la Svizzera!

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        Fernando Alberti

        @falberti

         


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        FERNANDO ALBERTI

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        Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

        È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

        Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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