Addio “competitiveness”, benvenuta “resilience”

di Fernando Alberti - 16 ottobre 2013

L’Italia sta vivendo una delle più importanti crisi economico-finanziarie dell’ultimo secolo. Nella maggioranza dei settori la domanda è stagnante o in declino e la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo è sempre più intensa. Le nostre aziende fatturano sempre meno, ricorrono alla cassa integrazione e sono costrette a licenziare numerosi dipendenti, vanno incontro a perdite di bilancio e spesso cessano le proprie attività. Tali condizioni risultano essere ancor più evidenti se si pone l’attenzione sulle Pmi, motore della nostra economia, purtroppo avviluppata in una spirale recessiva. 

 

Anno

Registrate

Iscrizioni

Cessazioni

Saldo

Tasso crescita

 

 

 

 

 

 

2008

6.104.067

410.666

374.262

36.404

0,59%

2009

6.085.105

385.512

368.127

17.385

0,28%

2010

6.109.217

410.736

338.206

72.530

1,19%

2011

6.110.074

391.310

341.081

50.229

0,82%

2012

6.093.158

383.883

364.972

18.911

0,31%

Nati-mortalità imprese italiane 2008-2012 (Fonte: Movimprese, 2013)



 Alberti 01

Tasso di crescita del numero di imprese italiane 2008-2012 (Fonte: Movimprese, 2013)

 

L’analisi della nati-mortalità delle imprese italiane (si vedano tabella e figura qui sopra) registra nell’ultimo anno (2012) un fenomeno importante: ogni giorno sono cessate circa 1.000 imprese, con un tasso di crescita del tessuto imprenditoriale tra i più bassi dell’ultimo quinquennio (0,31%). Molte imprese non ce l’hanno fatta a resistere alla crisi a fronte di un contesto poco competitivo e in assenza di efficaci politiche di sostegno.

Secondo il rapporto Istat sulla produzione industriale, nel 2012 tutti i settori hanno vissuto una contrazione della produzione industriale, con la sola eccezione delle attività estrattive che – avendo registrato un -0,9% – hanno sostanzialmente mantenuto gli stessi livelli dell’anno precedente. Per tutti gli altri settori si sono registrati veri e propri crolli e in alcuni casi la flessione negativa è stata addirittura a due cifre, come nel caso dei comparti “fabbricazione di articoli in gomma e materiale plastiche…” e “fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature ad uso domestico non elettriche”, che hanno segnato rispettivamente -10,4% e -10,0%. Non molto differente la situazione per altri settori portanti dell’industria italiana: i comparti “tessile, abbigliamento, pelli e accessori” e “legno, carta e stampa” hanno visto le proprie produzioni scendere quasi del 10% (-9,4% e -9,9%, rispettivamente). La media dei comparti produttivi italiani si attesta su un -6,7% annuo.

 

 Alberti 02

Serie storica della produzione industriale – Dati corretti per gli effetti di calendario – Numeri indice base 2005=100 (Fonte: ISTAT, 2013)

 

Prendendo in esame i numeri indice della produzione industriale dal 1990 al 2012 (mostrati in figura qui sopra) emerge con evidenza come i livelli del 2012 siano ancora più bassi di quelli del 2009. Prendendo a confronto il picco della produzione industriale registrato nel 2007 (105,4), pre-crisi, la produzione industriale italiana nel 2012 (82,5) è risultata più bassa di quasi il 22%. La crisi, consumatasi pesantemente tra il 2008 e il 2012 non ha solo ridotto di quasi un quarto la nostra produzione industriale, ma ha anche portato a una perdita di quasi 400 mila posti di lavoro (-392.565). Tali perdite sono solo parzialmente spiegabili attraverso il fenomeno della terziarizzazione dell’economia e in larga parte sono la conseguenza della più grave recessione dal secondo dopo guerra ad oggi.

Il manifatturiero italiano sta vivendo, quindi, una crisi senza precedenti, coda di una fase di lunga e intensa recessione che si protrae da anni. La crisi si inserisce ovviamente in un contesto di rallentamento dell’economia mondiale e di recessione in tutta l’Europa, ma l’Italia sta subendo un forte contraccolpo e la sopravvivenza, non solo la competitività, delle imprese del nostro manifatturiero è messa a dura prova. L’esame del Pil italiano degli ultimi cinque anni (2008-2012) mostra un segno negativo in tre dei cinque anni considerati (2008, 2009 e 2012) e le previsioni di chiusura per il 2013 sono anch’esse negative (-1,8% secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale). La debole ripartenza del biennio 2010-2011 non è stata sufficiente per recuperare il tonfo registrato tra il 2008 e il 2009 e la seconda ondata di recessione del biennio 2012-2013 sta mettendo in ginocchio l’intero contesto economico italiano. Se, inoltre, almeno nella prima fase di questo quinquennio di crisi (2008 e 2009) i consumi avevano sostanzialmente tenuto con flessioni minime (-0,8% e -1,6% rispettivamente), la seconda ondata di crisi ha intaccato il reddito degli italiani e la loro capacità di spesa (-4,2% nel 2012). Il risultato è un profondo crollo della domanda interna che sta mettendo in crisi un po’ tutte le Pmi in diversi settori. In un clima così avverso la situazione degli imprenditori italiani è di estrema difficoltà e i principali istituti di ricerca non danno grandi speranze di segnali opposti. L’uscita dalla crisi potrebbe arrivare con il 2014, ma molto probabilmente la vera fuoriuscita – che lascerà un contesto industriale profondamente mutato – si avrà più in là nel tempo.

Le sfide del contesto sono talmente spietate che da due anni la Fondazione Impresa calcola l’indice del “disagio imprenditoriale”, proprio per cogliere e misurare il sentiment di fare impresa in un contesto unico di recessione in cui persistono però anche alcune difficoltà endogene e strutturali di fare impresa in Italia. L’indice è calcolato sulla base di 12 indicatori. Gli indicatori fanno riferimento alle criticità del contesto economico e imprenditoriale con un’attenzione particolare alla platea delle Pmi (variazione di piccole imprese attive; tasso di sopravvivenza delle imprese; fallimenti ogni 10mila imprese; procedure concorsuali ogni mille imprese; recessione, come variazione percentuale del valore aggiunto reale; credit crunch alle piccole imprese; tassi di interesse per famiglie produttrici; concentrazione del credito; densità autostradale; densità ferroviaria; quota di imprese innovatrici; uso della banda larga).

L’ultima classifica evidenzia come siano le regioni del Sud Italia (Sicilia, Campania e Sardegna in primis) quelle in cui l’imprenditoria soffre di più anche se la situazione è critica anche per Umbria (4° posto) e Lazio (8° posto). Migliora la posizione della Lombardia che nel 2012 era al 10° posto e invece scende al 14° con un indice di 48,3, poco migliore della media italiana (53,1). Gli imprenditori lombardi soffrono per l’elevato numero di fallimenti registrati (1° posto con 34,4 fallimenti ogni 10.000 imprese nel 2012) e per l’elevatissima concentrazione del credito ai maggiori affidati che significa, in altre parole, che ai piccoli imprenditori rimane a disposizione meno credito rispetto a tutte le altre regioni italiane. In Lombardia, infatti, l’88% dei finanziamenti per cassa è utilizzato dal primo 10% degli affidati e, di converso, solo il 12% è in mano al restante 90%. Il miglioramento nell’indice della Lombardia è dato però da una minore intensità con cui è cresciuto il fenomeno del credit crunch per le piccole imprese rispetto al resto d’Italia.

La crisi è talmente forte che si parla sempre meno – all’interno degli studi imprenditoriali e strategici – di competitiveness, ma sempre più di capacità di resistere o meglio di resilience, come la definisce la letteratura internazionale. Il tema della capacità di resistere si sta affermando sempre più con particolare riferimento alle sfide che la crisi internazionale e la globalizzazione dei contesti competitivi pongono alle Pmi. Il dibattito internazionale si sta concentrando proprio sulle imprese di minore dimensione, che fanno più fatica a resistere a causa di un minor accesso a risorse strategiche, che le rende più aperte e vulnerabili al contesto ambientale. Ciò significa che le Pmi devono imparare a mettere in campo strategie appropriate e assicurarsi le risorse necessarie per conquistare un certo grado di resilience. Delle strategie di resistenza adottate dalle nostre Pmi parleremo nel prossimo post.

 

Fernando Alberti

@falberti


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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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