Silicon Alps: la nuova Mecca per gli start uppers

di Fernando Alberti - 26 novembre 2013

Sgombrato il campo dalla semplice equivalenza ‘Svizzera=meno tasse’, ci siamo concentrati nel post precedente sulle caratteristiche di contesto e di mercato che possono spingere a fare impresa oltre confine. Se vi sono indubbie opportunità per la competitività di business già esistenti, ve ne sono altrettante per i business nascenti, ovvero per le start up, soprattutto quando legate a elementi di innovazione.

In un recente post di un collega, apparso qui su MySolutionPost, si è data una interessante fotografia delle start up innovative italiane e del nostro ecosistema imprenditoriale. Anche su questo fronte la Svizzera non è da meno, anzi presenta significativi elementi distintivi in termini di supporto istituzionale/governativo, di accesso al capitale e ai servizi dedicati, di trasferimento della ricerca e di attitudine imprenditoriale.

Sono 1.400 le start up innovative operanti in Svizzera: il 31% opera nei settori dell’Ict e del web, il 22% nel farmaceutico, nel biomedicale e nelle biotecnologie, il 13% nei servizi professionali e nella consulenza e il 12% nei servizi di ingegneria. Il ritmo di crescita è di 10-20 nuove start up innovative all’anno, con tecnologie world class e alcuni casi di eccellenza a livello mondiale. Si pensi, ad esempio, a Doodle, che è una piattaforma web utilizzata da 9 milioni di utenti al mese nel mondo per incrociare le agende e scegliere data e ora di eventi o appuntamenti. Get your guide è la più completa guida turistica al mondo con più di 20mila attività da fare in oltre 2mila destinazioni. House trip è tra i primi portali in Europa nella locazione di seconde case, con 250mila appartamenti in 15mila località del mondo. Etalia un web tool gratuito rivolto a scrittori, giornalisti, editori e lettori per costruirsi il proprio giornale su misura. GiftmeApp, l’applicazione che facilita il regalo di oggetti che non si usano, che si ha in casa da anni e di cui non si sa più cosa farsene.

Tutto ciò è possibile grazie ad un ecosistema imprenditoriale favorevole alle start up.

Innanzitutto, vi è una folta comunità di investitori finanziari, sia legati ad aziende sia a privati. Mi riferisco a fondi di venture capital tradizionali (attivi sia nel seed financing sia nel later stage financing) a cui si aggiungono i venture capital corporate departments di aziende importanti come Swisscom per le start up nell’Ict e nelle cleantech o Novartis Venture Fund per le life sciences. Vi è anche una forte rete di business angels che organizzano business plan competitions e offrono seed financing. Parimenti, è fondamentale il ruolo giocato da incubatori, parchi tecnologici e acceleratori di impresa. Swissparks è l’associazione, fondata nel 2000, che raggruppa 40 parchi tecnologici e incubatori svizzeri con circa mille start up innovative incubate. Infine, il sistema universitario – costruito su un binario duale con università intese in senso stretto e scuole universitarie professionali – costituisce un altro importante tassello nel collegamento tra mondo della ricerca applicata e mondo delle imprese.

La Svizzera investe molto in ricerca e sviluppo (R&S) – più del 3% del suo Pil (16 miliardi di franchi) – con un numero di brevetti depositati tra il più alto in Europa e al 4° posto in Europa per investimenti del settore privato in R&S (68% del totale). Inoltre, oltre il 10% delle prime 50 aziende per investimenti in R&S sono svizzere. Questa marcata inclinazione verso la R&S ha un impatto positivo sulla creazione di start up innovative ad alto contenuto tecnologico, tanto da portare alcuni osservatori a coniare l’espressione ‘Silicon Alps’, strizzando l’occhio a caratteristiche simili riscontrate qualche decennio addietro nella più nota Silicon Valley.

Anche lo Stato ha un ruolo molto importante nella predisposizione del giusto ecosistema imprenditoriale per il supporto e l’accelerazione di start up innovative. Sia la Confederazione sia i Cantoni sono molto attivi sia direttamente sia indirettamente come co-partner di iniziative a sostegno dell’innovazione. A titolo di esempio, nel 2012 la sola Confederazione ha investito 2,1 miliardi di franchi in R&S (+17% rispetto al biennio precedente). La Commissione per la Tecnologia e l’Innovazione della Confederazione (Cti) nel 2012 ha investito 137 milioni di franchi prevalentemente su progetti innovativi promossi da Pmi. In Ticino (che sappiamo da post precedente non essere tra i Cantoni più competitivi), la Fondazione Agire Ticino a partire dal 2012 ha già contribuito a creare più di 10 aziende, creando circa 60 posti di lavoro, con investimenti complessivi di circa 12 milioni di franchi. Sempre in Ticino, Tecnopolo Ticino si prefigge in un periodo di 4-5 anni di ospitare più di 50 aziende innovative, creando indicativamente 500 posti di lavoro qualificati, con investimenti complessivi superiori ai 200 milioni di franchi. Infine, vi è il Progetto Copernico che – ad imprese che creano nuovi posti lavoro (minimo 25 dipendenti), effettuano insediamenti in determinati Comuni del Ticino e soprattutto fanno investimenti ad elevato contenuto di know-how nel settore industriale o del terziario avanzato – offre una serie di agevolazioni: un contributo a fondo perduto nella misura variabile dal 10% al 25% degli investimenti materiali (esclusi immobili e terreni) e immateriali innovativi; una tax holiday di 5 anni, rinnovabile per altri 5 anni; il rimborso degli oneri sociali a carico del datore di lavoro; un contributo per la internazionalizzazione (partecipazione a fiere) e la formazione.

Anche l’attitudine imprenditoriale e il tasso di imprenditorialità in Svizzera giocano un ruolo importante nel definire il fenomeno. Secondo i dati del Gem – Global Entrepreneurship Monitor, l’indice Tea (Total Early Stage Entrepreneurial Activity) – che misura la vitalità imprenditoriale di un Paese, contando quanti siano in fase di funding di impresa o conducano una start up (fino a 3,5 anni di vita) – è pari per il 2012 a 5,9 contro il 4,3 dell’Italia, che negli ultimi 10 anni si attesta sempre su valori di molto inferiori a quelli elvetici. Ne fa il pari anche l’indice che misura la percentuale di popolazione (sempre tra i 18 e i 64 anni) che svolge attività imprenditoriale, gestendo o possedendo imprese attive (Established Business Ownership Rate), anch’esso con valori molto alti nel 2012 (8,4 contro il 3,3 dell’Italia) e anch’esso costantemente sopra ai valori italiani nell’ultimo decennio. Differenti attitudini e orientamenti imprenditoriali sembrano essere alla base di queste differenze così marcate. In primo luogo in termini di percezione delle opportunità imprenditoriali: l’indice che misura la percentuale di individui che vedono nel loro Paese buone opportunità imprenditoriali tali da avviare una start up (Perceived Opportunities Rate) è 36 in Svizzera e solo 20 in Italia. Inoltre in Italia si registra una maggior paura di fallimento (Fear of Failure Rate): 58 contro 32 della Svizzera, costantemente negli ultimi 10 anni sotto l’andamento dell’equivalente indice italiano.

Supporto alle start up e all’innovazione viene anche dai cluster, diffusamente presenti sul territorio elvetico. Sono 22 quelli mappati, con 230mila posti di lavoro. I principali e storici sono quello della finanza (tra Zurigo e Ginevra), quello dell’orologeria (a La Chaux-de-Fonds), quello farmaceutico (a Basilea) e quello assicurativo (a Zurigo). Ve ne sono anche di più recenti e in industrie differenti: un esempio per tutti è il fashion valley di Mendrisio, con aziende come Zegna, Gucci, Hugo Boss, VF Corporation (Napapijri, Vans, North Face, eccetera), Guess, La Martina, Tom Ford, eccetera.

Da ultimo, non è da sottovalutare anche il beneficio reputazionale e l’effetto country of origin del ‘Made in Swiss’. Uno studio dell’Università di San Gallo afferma che i prodotti e i servizi svizzeri veicolano valori di esclusività, tradizione e qualità. Sottolinea, inoltre, come il ‘Made in Swiss’ valga 1 punto percentuale di Pil e permetta posizionamenti di prezzo su fasce più alte di circa il 20%. Attenzione che l’effetto made in non si applica solo alle industrie tradizionali svizzere – quelli che potremmo definire gli stereotipi nazionali – quali il lusso, l’orologeria o il cioccolato, ma ha anche ripercussioni positive su altri settori industriali, soprattutto ad alto carattere di innovazione.  L’esperienza di advisory e accompagnamento strategico di Pmi e famiglie imprenditoriali ci dice che questo si dimostra vero anche per le start up, in particolare nel processo di fund raising, dove il ‘Made in Swiss’ attrae più facilmente capitali stranieri.

In conclusione, la Svizzera oggi è attraente sia per le Pmi e sia per lo start upper, non solo per la fiscalità e per la facilità di costituire e fare impresa con poca burocrazia. Per le start up innovative, la Svizzera ha mutuato i migliori modelli a sostegno delle nuove imprese dagli altri Paesi (Stati Uniti in primis ma anche Europa continentale e scandinava) e oggi li mette in pratica in modo efficace. La sfida è sicuramente quella di consolidare questo processo e aiutare a fare emergere “campioni” che superino i confini nazionali e si affermino su scala globale, ma l’impressione è che gli svizzeri siano sulla strada giusta!

Con questo post chiudiamo la ‘trilogia’ elvetica, visto il tanto interesse suscitato dal recente fenomeno delle Pmi italiane in fuga verso la Svizzera e le recenti conferenze a cui sono stato relatore e moderatore. A tal proposito ringrazio il collega Luca Mentasti che in questo post, in particolare, ha fornito dati ed elementi importanti per la stesura.

Clicca qui per leggere anche: L’erba del vicino...

Clicca qui per leggere anche: Te la do io la Svizzera!


Fernando Alberti

@falberti


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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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