Te la do io la Svizzera!

di Fernando Alberti - 14 novembre 2013

Complice la crisi e una scarsissima competitività di Sistema Paese e contesto, un numero crescente di Pmi guarda sempre più alla Svizzera come Eden in cui trasferire in tutto o in parte la propria attività di impresa.

Come già introdotto nel post precedente, in Svizzera la pressione fiscale è formalmente la metà di quella italiana (e di fatto spesso scende ad un terzo o anche meno), il cuneo fiscale e contributivo non affossa il mercato del lavoro, che ha un tasso di disoccupazione bassissimo, e la burocrazia non è freno ma supporto fattivo all’agire di impresa.

Tuttavia, a oggi, si assiste – su più piani (mediatici, sociali, economici e professionali) – a una banalizzazione del problema e del fenomeno che mette in luce quanto meno due aspetti critici intimamente connessi: (i) un aspetto di processo e (ii) un aspetto di contenuto.

  1. Sul primo fronte, i processi di rilocalizzazione dell’attività di impresa dall’Italia alla Svizzera sono spesso vissuti sia dagli imprenditori sia anche dai professionisti coinvolti o come solo formali (o meglio fittizi) trasferimenti oppure come semplici replicazioni in toto dei modelli di business precedentemente adottati in Italia (stesso business, clienti, personale, logiche, ecc.). C’è molta mitologia attorno alla Svizzera, ma quanto meno la prima tipologia (quella del trasferimento solo formale e fittizio) dovrebbe essere ormai piuttosto superata sotto ogni punto di vista (fiscale, in primis). Le cosiddette ‘letter-box companies’ tipiche dei paradisi fiscali non sono certo più fattibili. Giova, per altro, ricordare che l’apertura di una società di capitali in Svizzera richiede almeno un amministratore svizzero o con permesso di residenza permanente e che anche la forma attualmente prevista per le società anonime di ‘azioni al portatore’ presto andrà a scomparire per omogeneità con le normative applicate in tutti i Paesi occidentali. Anche la seconda tipologia, quella che potremmo definire delle ‘plug-and-play companies’ appartiene più alla sfera dell’immaginazione che a quella della realtà, sotto diversi punti di vista. Innanzitutto vi devono essere delle ragioni di business e un nuovo bilanciamento dell’attività di impresa e dei mercati serviti, capaci di giustificare una rilocalizzazione in Svizzera: occorre, in altri termini, che la rilocalizzazione sia soprattutto finalizzata a uno sviluppo del proprio modello di business che sappia cogliere i benefici di un nuovo posizionamento geografico. In secondo luogo, spesso i benefici all’attività di impresa offerti da Cantoni e Comuni sono legati al coinvolgimento delle imprese sul territorio stesso, in primo luogo in termini di occupazione locale (è quindi poco fattibile trasferirsi in blocco con tutti i dipendenti italiani, che diventerebbero così ‘frontalieri’), ma anche in termini di coinvolgimento sul mercato locale e con il locale sistema della ricerca e dell’istruzione. In terzo luogo, ma non di importanza minore, occorre comprendere dal punto di vista fiscale se e in quale misura la rilocalizzazione si accompagni ad un effettivo shifting dell’attività di impresa, in quanto avrebbe molto poco senso mantenere solo clienti e fornitori in Italia. Se, dunque, è piuttosto evidente che questi aspetti possano sfuggire agli imprenditori italiani, che esausti delocalizzano al grido di “vado in Svizzera e faccio la stessa attività pagando meno tasse”, ciò non dovrebbe essere ignorato dai professionisti che li accompagnano. In primo luogo, spesso ci si dimentica di considerare come primo aspetto cosa un trasferimento in Svizzera determini secondo l’ordinamento nazionale italiano, quali siano le implicazioni. Questi aspetti sono spesso oscurati da un focus sui benefici attesi. In secondo luogo, si assiste a un vasto fiorire di commercialisti e avvocati italiani – da un lato – e fiduciari svizzeri – dall’altro – che insieme a non meglio identificati consulenti ‘delocalizzatori’ o ‘traghettatori’ contribuiscono ad alimentare il processo. Per le ragioni sopra dette, vi è oggi la necessità di un approccio diverso, più competente, organico e sofisticato, che sostituisca a valutazioni monodisciplinari e mononazionali (di commercialisti/avvocati italiani o di fiduciari svizzeri) una valutazione interdisciplinare (giuridica, fiscale, economica, societaria, giuslavoristica, strategica, ecc.) e cross-nazionale.

  2. Sul secondo fronte, per beneficiare a pieno da una presenza imprenditoriale in Svizzera, occorre superare il banale confronto sull’entità della pressione fiscale italiana e svizzera, che certo è un elemento importante e comprendere a fondo le specificità e le potenzialità di fare impresa dalla Svizzera. La Svizzera è chiaramente un Paese piuttosto piccolo e quindi anche il mercato locale risulta essere altrettanto piccolo, anche se ad alta capacità di spesa e sofisticato, con un Pil pro-capite di circa 80.000 dollari (contro i 33.000 dell’Italia), rinforzato da una moneta stabile, cambiamenti moderati dei prezzi e una tassa sul valore aggiunto omogenea e bassa (8%). Tuttavia, è il posizionamento strategico della Svizzera a essere l’elemento più interessante: 700 milioni di consumatori, dislocati nel raggio di 1000 km attorno alla Svizzera, sono logisticamente raggiungibili in un giorno. L’economia svizzera è, dunque, capace di uno straordinario ‘effetto leva’. Se il peso della popolazione svizzera su quella mondiale è solo dello 0,11%, già il peso del Pil su quello mondiale è più che proporzionale (0,91%). Se poi guardiamo alle esportazioni, l’effetto leva aumenta: l’1,28% dell’export mondiale è svizzero e addirittura il 4,53% degli investimenti di capitale diretti all’estero (Fdi) proviene dalla Svizzera. Nonostante la Svizzera sia fuori dall’Unione Europea, la sua economia è altamente integrata con quella dei mercati europei, con accordi bilaterali. La Svizzera esporta oltre il 50% delle sue produzioni in Europa e gli effetti della crisi dei debiti sovrani europei sulla Svizzera mostrano quanto sia connessa, anche se stabile grazie alla politica di freno del debito condotta con successo e accettata da tutti una decina di anni fa e a un tasso d’inflazione quasi pari a zero. La Svizzera è 1° al mondo nella classifica per le produzioni di alta qualità, con una gamma prodotti molto sofisticata (anche in questo caso è 1° al mondo) e anche altamente diversificata (dai servizi finanziari e assicurativi alla farmaceutica, ai prodotti di largo consumo). La Svizzera si colloca ai primi posti della classifica dei Paesi con la maggiore produttività lavorativa. La densità normativa è molto contenuta, la legislazione e l’economia sono molto liberali (tanto che l’Index of Economic Freedom 2013, che misura il grado di liberismo dell’economia, ampiamente sopra la media mondiale, al 5° posto, dopo Hong Kong, Singapore, Australia, Nuova Zelanda), vi sono rapporti di sinergica cooperazione fra parti sociali, principi di solidarietà e responsabilità fra datori di lavoro e dipendenti e più in generale una forza lavoro motivata e leale. Si pensi, per esempio, che nel 2012 gli Svizzeri hanno votato contro l’estensione delle ferie lavorative da 4 a 6 settimane per sostenere l’economia del loro Paese! Il mercato del lavoro svizzero può vantare una forza lavoro con un alto livello di istruzione e preparazione professionale, multi-lingue e spesso con esperienza internazionale. Anche il mercato finanziario è estremamente sofisticato sia sul fronte del credito (con banche d’affari specializzate) sia sul fronte del capitale (in termini di venture capitalists, fondi di investimento, incubatori e business angels). Non è solo una questione di mercato, ma anche le istituzioni pubbliche sono tra le più efficaci e trasparenti al mondo, con un sistema giudiziario che funziona, una forte rule of law, e un settore pubblico molto affidabile, con infrastrutture eccellenti, un sistema finanziario tra i più sviluppati al mondo e un sistema macroeconomico tra i più stabili al mondo. Ciò si accompagna a eccellenze nelle istituzioni scolastiche e universitarie e nella ricerca. La Svizzera è, infatti, un importante centro per l’innovazione, con ricerca universitaria al livello più alto (ad esempio il Cern e il Paul Scherrer Institute), un sistema formativo duale con tirocinanti altamente qualificati sul mercato di lavoro e opportunità di training on the job, e uno stretto rapporto tra università e imprese, con molta della ricerca tradotta in iniziative imprenditoriali. Per esempio, lo Swiss Federal Institute of Technology sia di Zurigo che di Losanna sono estremamente attivi nella creazione di partnership scientifiche, nel trasferimento di conoscenza, nella promozione di start-up e nella cooperazione con il mondo dell’industria. Parimenti, l’Università di St. Gallen vanta 40 istituti di ricerca che operano in stretta connessione con il mondo delle aziende. La Svizzera vanta anche la più alta densità di imprese multinazionali per cittadino (delle prime 500 aziende di Fortune Global 12 sono svizzere) e imprese globali (come per esempio: Google, Sap, Ibm, Walt Disney) scelgono la Svizzera come luogo per la propria ricerca. La ricerca e l’innovazione godono anche della migliore protezione possibile in Svizzera: protezione completa della proprietà intellettuale, protezione complessiva per brevetti, marchi e design, protezione esemplare dei diritti d’autore, alto grado di protezione per i nuovi sviluppi e le invenzioni. Ciascun Cantone ha la propria agenzia di promozione economica (tra le più note vi sono la Greater Geneva Berne Area Economic Promotion Agency, la Greater Zurich Area, la Basel Area Economic Promotion e la StGallen Bodensee Area. Inoltre, la Svizzera ha 19 Swiss Business Hubs sparsi per il mondo (uno anche a Milano) a supporto dell’attività di impresa.

 

Tutti questi elementi ci spiegano che la Svizzera sia da intendersi per le imprese italiane non già come un mero risparmio fiscale, ma come un contesto imprenditoriale sofisticato e altamente competitivo in cui operare. Ecco perché il World Economic Forum classifica la Svizzera al 1° posto nella classifica sulla competitività, che scende appena al 2° posto nella analoga classifica dell’IMD di Losanna, anche se – secondo il Cantonal Competitiveness Indicator (KWI) – la competitività varia molto nei diversi cantoni. Alcuni sono più competitivi degli altri: Zoug vince su tutti, seguito da Zurigo che era 1° lo scorso anno e da Bale-Ville.

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Fernando Alberti

@falberti


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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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