Il contratto di rete: un bilancio ad oggi

di Fernando Alberti - 21 gennaio 2014

Il primo contratto di rete stipulato in Italia risale all’aprile del 2010. A più di tre anni dall’entrata in vigore della disciplina dei contratti di rete essi rappresentano ancora un fenomeno di nicchia. Il giro di affari complessivo consolidato, escludendo le grandi imprese, risulta ancora modesto, attestandosi intorno allo 0,8% del fatturato totale italiano. La rapida crescita del numero dei contratti segnala tuttavia un interesse crescente per il nuovo strumento contrattuale. La crescita nei numeri si è avuta grazie al ruolo propulsivo giocato da Confindustria, attraverso Retimpresa. Secondo l’ultimo monitoraggio svolto da InfoCamere, si contano in Italia 1213 contratti di rete (dati del 3 novembre 2013) che coinvolgono 5.811 soggetti (3.892 società di capitale, 763 società di persone, 612 imprese individuali, 412 società cooperative, 50 consorzi, 37 società consortili a responsabilità limitata e 17 consorzi con attività esterna), 20 Regioni e 100 provincie.

I partecipanti alle reti formate tramite contratti sono in prevalenza piccole e medie imprese, per lo più in forma di società di capitali, soprattutto s.r.l.. Ancora molto limitato risulta, invece, il coinvolgimento di imprese individuali e di società di persone: segnale di un avvicinamento tuttora molto circoscritto al contratto di rete da parte delle micro imprese e di quelle della fascia più bassa delle piccole.

La maggior parte dei contratti sono costituiti tra imprese della stessa regione, alcune reti sono stabilite da imprese appartenenti a due regioni differenti e solo in minima parte i contratti sono tra imprese appartenenti a tre o più regioni.

Tuttavia, si tratta ancora di una fattispecie di rete poco frequentata dalle imprese e non sufficientemente percepita come distintiva rispetto ad altre forme già esistenti. Le reti sono in larga misura di media densità, ovvero costituite da 4 a 9 imprese, seguono quelle a bassa densità (3 imprese) e quelle diadiche (2 imprese). Le macro-reti rappresentano invece una netta minoranza. Talvolta le reti diadiche sono reti di reti, dal momento che le due imprese sono a loro volta sistemi reticolari che comprendono un ampio numero di imprese. Le macro-reti rappresentano invece una netta minoranza e solo 1 ha più di 50 aderenti.

Sono distribuite su tutto il territorio nazionale, con prevalenza nel Nord Italia. La regione che fa registrare il maggior numero di contratti è la Lombardia, seguono l’Emilia Romagna e il Veneto. Tra le regioni meridionali si distinguono Puglia e Campania. Tutte le regioni hanno attivato contratti di rete, anche se non vi sono contratti di rete attivi in provincia di Enna e di Vercelli.

I macro-settori (in ordine decrescente di importanza) più interessati dal fenomeno dei contratti di rete sono: il manifatturiero; i servizi professionali e tecnici; l’agricoltura e la silvicoltura.

I contratti di rete nascono prevalentemente per:

  • ricerca e sviluppo;
  • innovazioni di prodotto e processo;
  • accesso a progetti complessi;
  • creazione di protocolli e standard; marketing;
  • promozione prodotti e servizi;
  • sviluppo marchio comune;
  • cross-selling e distribuzione;
  • produzione;
  • finanza;
  • approvvigionamenti.

In molti casi si evincono obiettivi di sviluppo commerciale (nuovi mercati nazionali e internazionali; nuovi clienti; nuove commesse); obiettivi di innovazione (ideazione di prototipi; miglioramento dei processi); obiettivi di efficienza produttiva e commerciale; obiettivi di miglioramento della qualità di prodotto/processo; obiettivi di crescita (condivisione di informazioni; apprendimento reciproco).

I dati ci dicono che lo strumento del contratto di rete risulta oggi impiegato maggiormente da imprese collocate nella fascia a monte della catena del valore: quelle che normalmente hanno più difficoltà ad accedere autonomamente al mercato senza l’intervento di imprese capofila. Tre quarti dei contratti sono conclusi tra imprese fornitrici, che forniscono beni o servizi strumentali ad altre imprese; una minima parte dei contratti vede il coinvolgimento di soli produttori finali e poco più dell’1% contempla la partecipazione di sole imprese operanti nel segmento della distribuzione; il restante 10% è composto da contratti che coinvolgono in varie combinazioni le tre classi di imprese. Il contratto di rete si presta, nei fatti, ad essere impiegato come strumento diretto ad accorciare la filiera del valore, coordinando l’offerta tra più fornitori e in relazione a imprese capofila, siano essi produttori finali, intermediari o imprese della distribuzione.

Anche gli assetti reticolari dei contratti di rete ad oggi sviluppati variano molto da caso a caso. Si assiste alla creazione sia di reti orizzontali tra pari (piccole e piccolissime imprese, specialiste di fase), sia di reti lungo la filiera – come i casi di FiveforFoundry o Racebo (per citare i più noti) – anche promosse, sponsorizzate o governate da medio/grandi aziende capofila (es. Gucci, Azimut Benetti, Esaote, ecc.). I contratti di rete che vedono la presenza di imprese capofila e di subfornitori si configurano come veri e propri giochi a somma maggiore di zero, in cui l’obiettivo è aumentare la competitività di tutti i partecipanti. Le imprese capofila possono, infatti, consolidare i rapporti con una base di fornitori strategici; perseguire maggiore efficienza attraverso collaborazioni stabili e ripetitive; custodire conoscenze tacite e proprietarie, evitando la fuga di eccellenze; condividere politiche di pricing e costing più trasparenti. I subfornitori partecipanti hanno invece il beneficio di mutuare alcuni vantaggi della capofila (il rating, l’order book, la visibilità, gli investimenti in ricerca e sviluppo, le pratiche e gli strumenti manageriali, i processi organizzativi codificati, ecc.); ottengono maggiore efficienza dovuta a maggiore integrazione; possono assorbire risorse e competenze che non riuscirebbero a sviluppare internamente; lavorano con sistemi operativi comuni. Il contratto di rete si presta, dunque, a governare forme di collaborazione destinate a svilupparsi sia in senso orizzontale (tra fornitori di pari o contiguo livello, come accade nella maggior parte dei casi, oppure tra produttori finali o tra imprese di distribuzione), sia in senso verticale.

È, inoltre, interessante notare come, secondo i dati dell’Osservatorio Intesa Sanpaolo-Mediocredito, tra le imprese manifatturiere che partecipano a reti di impresa, poco più di un quinto appartiene a un distretto industriale. Tali imprese hanno stipulato contratti di rete con aziende locali rafforzando legami di prossimità, ma anche con imprese localizzate in altre province o al di fuori della regione (in circa un terzo dei casi), superando così la dimensione distrettuale e intercettando filiere più lunghe. La lunghezza della filiera, chiaramente, varia da rete a rete e in alcuni contratti di rete vi è anche la presenza di filiere di settori manifatturieri diversi con il supporto di imprese commerciali, istituzioni del mondo della ricerca e istituti finanziari.

Per quanto riguarda la stabilità della rete nel tempo tre quarti dei contratti prevede una durata superiore ai 5 anni (e di questi più della metà fissano una durata superiore ai 10 anni). In diversi casi la conclusione del contratto di rete avviene a seguito di collaborazioni pregresse: quasi il 10% dei contratti ne fa specificamente menzione, ma si ha ragione di pensare che in altri casi analoghi vi siano dei rapporti preesistenti, pur non espressamente richiamati nel contratto. Questo è sicuramente il caso delle reti verticali, dove il contratto di rete interviene a coordinare rapporti di filiera preesistenti.

 

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Fernando Alberti

@falberti


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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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