Il contratto di rete: a cosa prestare attenzione

di Fernando Alberti - 14 gennaio 2014

Il contratto di rete – di cui si è parlato nel post precedente – consente dei vantaggi ai soggetti che lo stipulano. In particolare, tale strumento permette di uscire da una logica distrettuale, attivando legami temporanei più o meno profondi secondo la volontà delle parti che permettono la creazione di un circuito di trasferimento di conoscenze tra le parti. Permette inoltre di mantenere una certa indipendenza delle imprese partecipanti, e di focalizzarsi sulle competenze distintive di ognuna e ha la capacità di coniugare i vantaggi delle Pmi (velocità di reazione, flessibilità, elevata qualità) con quelli delle grandi imprese (economie di scala).

Il contratto di rete permette, inoltre, di ridurre numerosi costi, grazie anche alla struttura della disciplina che consente di disporre di agevolazioni della sospensione di imposta per gli utili accantonati a riserva nel fondo patrimoniale, ridimensionando il fabbisogno finanziario. Tutto questo porta a una maggiore rapidità nell’applicazione di innovazioni tecnologiche.

Al contratto di rete vengono anche imputate delle criticità, in particolare la rete che regolamenta non è in sé né un soggetto giuridico né tributario. Il Decreto Sviluppo e successivamente il D.L. 179/2012 chiariscono che il contratto di rete non ha soggettività giuridica salvo la facoltà di acquisto rimessa ad una scelta degli imprenditori. Non si indicano, tuttavia, i relativi profili di soggettività giuridica né le implicazioni civilistiche e tributarie connesse.

Un’altra criticità del contratto di rete ha a che fare con il fatto che solo recentemente alcuni dispositivi di finanziamento pubblico, bandi e agevolazioni hanno incluso anche questa fattispecie tra i possibili destinatari. In molti casi è ancora necessario che tutti o parte dei partecipanti al contratto di rete sottoscrivano parallelamente anche un’Ati o un consorzio per poter accedere a determinate linee di finanziamento. Ciò vale a maggior ragione per i bandi Europei che non riconoscono il contratto di rete come un soggetto destinatario di possibili finanziamenti.

Da ultimo, vi è il rischio che il proliferare di contratti di rete origini più da un effetto “moda” che non da vere e consistenti necessità di fare rete, svuotando così di senso le ragioni e i presupposti per fare una rete tra imprese.

In conclusione, il fenomeno dei contratti di rete, per quanto nascente, ha vissuto un forte incremento quantitativo nell’ultimo anno. L’affinamento della fattispecie giuridica, la crescente casistica e l’ampio dibattito accademico, istituzionale e professionale creatosi attorno al fenomeno hanno anche contribuito a un forte incremento sul fronte qualitativo del fenomeno. L’incentivo legislativo introdotto con la disciplina dei contratti di rete ha, infatti, da un lato stimolato molti a ragionare attorno al tema delle reti di imprese, anche se ancora si fa poca distinzione tra il concetto di rete di imprese – e le sue variegate forme – e quello di contratto di rete, che rappresenta solo un possibile inquadramento burocratico per la formalizzazione di una rete. Ciò ha senz’altro prodotto un effetto moltiplicativo delle reti tra imprese in Italia, che – al netto di un fattore moda senz’altro da scontare – sta contribuendo positivamente a sanare una delle principali debolezze del sistema manifatturiero italiano, dal punto di vista competitivo, ovvero il cosiddetto capitalismo molecolare. Il semplice fatto che quasi tutte le imprese costituite in contratto di rete si diano un nome collettivo ed un marchio (cosa assai curiosa, essendo nei fatti un’operazione di naming di un contratto, mai vista prima!), contribuisce allo sviluppo di una identità comune e all’avvio di un processo aggregativo indispensabile per sostenere la competitività. Dall’altro lato, l’incentivo legislativo ha consentito la formalizzazione burocratica di reti informali già esistenti sia tra pari sia soprattutto lungo le filiere produttive, ove la consuetudine di alcuni assetti reticolari ha potuto cristallizzarsi in reti formali e strutturate.

L’esperienza fin qui maturata sui contratti di rete suggerisce che perché un contratto di questo tipo funzioni è necessario mettere in secondo piano la dimensione formale-giuridica, troppo spesso centrale, tanto da produrre contratti assai simili, e recuperare la dimensione organizzativo-strategica del fare rete, andando a:

  • definire gli obiettivi condivisi di lungo periodo;
  • definire gli impegni di ogni partecipante al progetto/alle attività comuni, in termini di:
    • compiti da svolgere;
    • risorse da apportare;
    • specifica dotazione di capitale;
    • regole di funzionamento delle attività comuni;
  • coltivare la volontà di realizzare progetti congiunti, integrando i rispettivi processi e risorse, sia materiali che immateriali;
  • presidiare la continuità delle relazioni inter-organizzative, attraverso:
    • incontri sistematici;
    • valutazione periodica della performance rispetto agli obiettivi concordati.

Per avviare proficuamente un contratto di rete, è dunque importante ricondurre le proprie riflessioni al perché operare in rete e cosa questo implichi, partendo da prassi inter-organizzative pre-esistenti al contratto stesso e definendo:

  • gli obiettivi della relazione (perché fare una rete?)
  • che cosa ci si propone di fare (quali attività per la rete?)
  • cosa ci si aspetta da ciascun partecipante alla rete (quali diritti/doveri?) 

Sarà, dunque, opportuno prima stendere il programma di rete che è il cuore del contratto stesso (oggetto e attività comuni, obbligazioni, modalità di adempimento e sanzioni) e poi “tradurlo” in termini giuridici in un contratto di rete (o anche in un altro tipo di contratto/forma di relazione) senza farsi guidare o influenzare dai contratti di rete “tipo” che troppo frequentemente sono rilevabili tra le reti ad oggi create.


Può interessarti anche: Il contratto di rete: una soluzione per aggregare le Pmi.


Fernando Alberti

@falberti


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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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