Il contratto di rete: una soluzione per aggregare le Pmi

di Fernando Alberti - 14 gennaio 2014

Già nel 2008 nello Small Business Act della Commissione Europea l’aggregazione tra imprese di dimensione minore era stata indicata come uno degli strumenti prioritari per aumentare la competitività e dare nuovo impulso ai territori e alle imprese. In particolare, si suggeriva di favorire la costituzione di reti volte a:

  1. completare le filiere produttive;
  2. condividere tecnologia e innovazione di prodotto e di processo;
  3. conquistare nuovi mercati esteri.

Posto che la fusione trova ostacoli nell’altra caratteristica peculiare del nostro capitalismo, cioè l’elevato peso delle famiglie nella governance delle imprese, la risposta italiana alla necessità di aggregazione, sono stati i contratti di rete.

Infatti, al fine di favorire l’aggregazione tra imprese di piccola e piccolissima dimensione e aumentare le dimensioni aziendali per meglio competere nei mercati internazionali, il Legislatore ha voluto introdurre una nuova fattispecie giuridica, il ‘contratto di rete’, appunto.

Come ampiamente illustrato nei post precedenti, le reti tra imprese si caratterizzano per una varietà di forme, assetti, obiettivi, meccanismi operativi e composizione, tale per cui l’appiattimento del fenomeno ai soli contratti di rete, che si registra nella retorica quotidiana di policy makers, giuristi e media, risulta essere non solo immotivato ma anche lontano dalla realtà. Emerge, quindi la necessità di chiarire questo fenomeno, comprenderne la natura, le potenzialità e i limiti, analizzarne la diffusione e gli strumenti a supporto, ma anche metterlo in relazione con il più ampio fenomeno delle reti inter-organizzative di cui i contratti costituiscono solo una delle possibili forme.

Il contratto di rete, che si differenzia nella ratio da altre forme di collaborazione esistenti (per maggiore flessibilità sia nella definizione degli scopi e dei confini della rete sia nel livello di coinvolgimento dei partner), è teso a favorire la prassi della aggregazione tra imprese, alla base di un miglioramento della competitività e della capacità innovativa.

Il contratto di rete è stato introdotto con l’art. 3, comma 4-ter del D.L. 10 febbraio 2009, n.5, convertito con modificazioni dalla L.9 aprile 2009, n.33, e poi oggetto di una significativa rivisitazione ad opera della L. 122/2010. Recentemente, la disciplina dei contratti di rete è stata ulteriormente modificata dal D.L. 83/2012 – il cosiddetto Decreto Sviluppo – e dal D.L. 179/2012. Si inserisce in un quadro ampio e articolato di forme giuridiche associabili alle reti inter-organizzative, che spazia dalle reti societarie alle reti contrattuali attraverso una varietà di forme (consorzi, Ati, joint ventures, franchising, Geie, contratti bilaterali o plurilaterali, contratti di subfornitura, eccetera).

L’idea di fondo da cui il legislatore ha strutturato il contratto di rete è che le reti di imprese rappresentano, da un punto di vista economico, una libera aggregazione tra imprese con l’obiettivo di accrescere la loro competitività e innovatività. L’art. 3, comma 4-ter, della Legge 9 aprile 2009, n. 33 (di conversione del D.L. 10 febbraio 2009), così come modificato dal D.L. del 31 maggio 2010, n. 78 convertito nella Legge 30 luglio 2010, n. 122, prevede espressamente, con riferimento all’oggetto del contratto, che “più imprenditori, allo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato”, si obblighino “a collaborare in forme e in ambiti predeterminati attinenti all’esercizio delle proprie imprese ovvero a scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero ancora a esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa”. Il contratto risulta quindi uno strumento alternativo di sviluppo rispetto ad altri modelli organizzativi e consente di cogliere funzioni diverse e inedite: dal coordinamento produttivo o distributivo ad una funzione prettamente finanziaria, intesa a coinvolgere una o più banche nel risanamento di una o più imprese, a strategie di collaborazione di partner locali, ritenuti strategici per l’attività della singola impresa. I contratti di rete si distinguono, quindi, dalle altre forme di collaborazione poiché il loro focus non è sulla condivisione di rendimenti, bensì su obiettivi strategici comuni di crescita.

Il contratto di rete è redatto per atto pubblico, deve essere iscritto nel registro delle imprese, prevede la costituzione di un fondo patrimoniale comune, ha un organo comune a cui è affidata l’esecuzione del contratto, un programma di rete (che ne definisce scopi, obiettivi e modalità di funzionamento) e una durata prestabilita. Il contratto deve quindi indicare gli obiettivi strategici e le attività comuni poste a base della rete, che dimostrino il miglioramento della capacità innovativa e della competitività sul mercato. Si tratta, come detto, della definizione di un programma di rete, che contenga l’enunciazione dei diritti e degli obblighi assunti da ciascuna impresa partecipante e le modalità di realizzazione dello scopo comune da perseguirsi attraverso l’istituzione di un fondo patrimoniale comune, in relazione al quale sono stabiliti i criteri di valutazione dei conferimenti che ciascun contraente si obbliga ad eseguire per la sua costituzione e le relative modalità di gestione.

Il cuore del contratto di rete è, dunque, costituito dal programma di rete che sembra rappresentare quello che in altri ambiti normativi è definito l’oggetto, ossia la selezione delle attività che dovranno essere svolte “in rete”, cui ragguagliare i diritti e gli obblighi negoziali dei contraenti. Il testo legislativo propone una tripartizione sotto il profilo dell’oggetto:

  • collaborare in forme ed ambiti predeterminati attinenti l’esercizio delle proprie imprese;
  • scambiarsi informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica;
  • esercitare in comune una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa.

Le tre ipotesi di attività sopra indicate possono costituire, anche singolarmente, l’oggetto del contratto di rete. Nella pratica la collaborazione tra le imprese aderenti al contratto potrà assumere svariate forme, quali ad esempio:

  • attività di coordinamento per ottenere migliori condizioni nei rapporti esterni o per raggiungere un risultato finale unitario (quale la produzione di un bene finale);
  • attività strumentali per raggiungere migliori risultati di gestione;
  • attività complementari per fare quello che individualmente considerate le imprese non sarebbero in grado di fare.

Il contratto di rete può essere utilizzato anche per lo scambio di:

  • informazioni commerciali (andamento dei mercati nazionali e internazionali, segmentazioni e profilazioni di mercato, strutture distributive, strutture di import/export, eccetera) o dirette alla produzione di innovazione o alla condivisione della ricerca (tecniche e tecnologiche, design, co/sviluppo, eccetera);
  • prestazioni (scambio di servizi, lavorazioni intermedie, processi inter-aziendali distribuiti, eccetera).

Infine, il contratto di rete può prevedere l’esercizio in comune di una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa (attivazione di piattaforme comuni, predisposizione di asset di rete, eccetera).


Può interessarti anche: Il contratto di rete: a cosa prestare attenzione.


Fernando Alberti

@falberti


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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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