Cosa ci vuole a ricreare un’altra Silicon Valley?

di Fernando Alberti - 6 novembre 2015

San Francisco. Molte delegazioni che arrivano qui in Silicon Valley dai più svariati paesi al mondo, Italia compresa, lo fanno anche un po’ con l’obiettivo più o meno esplicito di copiare la Silicon Valley, replicarla nel loro paese, lanciare qualcosa di analogo. Si sprecano la letteratura sul tema e i dibattiti tra policy maker in giro per il mondo, come si evince anche da uno dei blog più interessanti sul tema: The Next Silicon Valley!

Ci si chiede spesso cosa ci voglia per ricreare un’altra Silicon Valley. La ricetta popolare vuole che gli ingredienti siano:

  • costruire un grande, bello e super attrezzato parco tecnologico;
  • assicurarsi la presenza di laboratori di ricerca e sviluppo e centri di ricerca universitari;
  • dare incentivi per attrarre scienziati, imprese e utilizzatori;
  • connettere le imprese con reti, consorzi, filiere e fornitori specializzati;
  • proteggere la proprietà intellettuale e assicurare il trasferimento tecnologico;
  • creare un contesto favorevole all’attività di impresa e capace di tutelarla.

Tuttavia, sono tanti i casi – anche in Italia – che testimoniano come questo approccio non funzioni. La costruzione di un cluster tecnologico funzionante e competitivo richiede molto tempo e soprattutto elementi soft che difficilmente sono creabili con politiche dall’alto, anche se i policy maker sono sempre alla ricerca della nuova Silicon Valley affascinati dal legame tra innovazione tecnologica, crescita economica e sviluppo sociale.

Fiona Murray, del Mit, su Technology Review ricorda come nel mondo il processo di clonazione della Silicon Valley proceda o top-down concentrandosi principalmente sulle infrastrutture (per esempio aprendo un incubatore affianco a un’università) o bottom-up, concentrandosi solo sulla creazione di reti e legami tra imprese. Entrambi gli approcci non funzionano e occorre perseguire con successo entrambi i percorsi contemporaneamente con il coinvolgimento attivo del mondo imprenditoriale, accademico, del governo e della comunità locale, così come avvenuto in Silicon Valley. Basta sentire Steve Blank, guru dell’imprenditorialità e imprenditore seriale, ricordare la vera e lunga storia della formazione della Silicon Valley, per comprendere come sia quanto meno ambizioso, se non irreale replicare altrove lo stesso fenomeno.

Alcuni numeri ci dicono chiaramente come il caso della Silicon Valley sia unico. Nella Bay Area attorno a San Francisco, un’area da 7 milioni di abitanti, 3 meno della Lombardia, si produce un Pil di oltre 535 miliardi di dollari, contro i 340 miliardi di euro della Lombardia, vi è il 15% di tutti i brevetti al mondo e metà del capitale a disposizione dei venture capitalist di tutti gli Stati Uniti. Non è solo una questione di capitali, i capitali seguono le persone e le idee delle persone. È soprattutto una questione sociale e culturale, uno spazio aperto all’inclusione di persone, idee e progetti. Gli stranieri qui hanno fondato il 52% delle nuove imprese tecnologiche e vi sono 170.000 residenti nati in Europa, Europa che qui fa il 49% degli investimenti fatti in tutto il mondo. Il 20% dell’immigrazione ha un PhD (dottorato di ricerca) in una disciplina Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics) e il 50% ha un titolo di master o più alto.

Ecco perché è questa la culla mondiale dell’innovazione. Vittorio Viarengo, che ha anche illustrato in un video questi aspetti per il premier Renzi, spiega bene quali sono i veri ingredienti della ricetta Silicon Valley:

  • non solo accesso molto facile ai capitali, che non guasta,
  • ma anche un ecosistema imprenditoriale irriproducibile,
  • con alcune delle migliori università e centri di ricerca al mondo,
  • in un contesto sociale multiculturale, che ne fa un vero e proprio melting pot,
  • con una forte attitudine all’accoglienza, all’apertura, alla libera iniziativa,
  • e con un clima straordinario (9 mesi all’anno di sole).

Aggiungo, per quello che sto vedendo io qui, una cultura basata su fiducia, trasparenza e meritocrazia, dove i profili di valore trasparentemente sono raccomandati (non all’italiana) e premiati (in maniera significativa e tempestiva) e dove la relazione tra le persone conta molto, forse quanto una buona idea. Chi cade nel mito fuorviante e semplificatorio del “garage”, da cui tutto può nascere pensando a HP, Apple, Microsoft, ecc. non comprende il funzionamento dell’ecosistema della Silicon Valley. Conoscere le persone giuste, costruire relazioni robuste, circondarsi di persone più brave di se stessi, muoversi di impresa in impresa ampliando la propria rete, condividere la propria idea imprenditoriale il più possibile per limarla e smontarla sono gli elementi alla base del successo qui. Per chi è abituato a raccomandare il cugino disoccupato, assumere persone meno brave di sé per non sfigurare, passare un’intera carriera nella stessa azienda e chiedere un patto di riservatezza per svelare ogni minimo elemento della propria idea imprenditoriale (anche quando si tratta di cosa nota e semplice), la Silicon Valley suona davvero come un contesto alieno.

 

Fernando G. Alberti

@falberti


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FERNANDO ALBERTI

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PICCOLE E MEDIE IMPRESE
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Professore universitario di ruolo presso la Scuola di Economia e Management dell’Università Cattaneo LIUC, dove insegna Strategia aziendale e Economia delle piccole e medie imprese. Insegna Economia e management delle reti e delle piccole imprese presso l’Università di Milano Bicocca.

È Affiliate Faculty alla Cattedra di Microeconomics of Competitiveness del Prof. Michael Porter, presso la Harvard Business School. Svolge attivita’ professionale di consulenza e advisory presso il family office di una delle principali famiglie imprenditoriali italiane. È stato Industrial Strategist (STC) per le Nazioni Unite, UNIDO, e per la Banca Mondiale.

Autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di imprenditorialità, innovazione e strategia con particolare riferimento ai settori maturi tipici dell’economia italiana. E-mail: falberti@liuc.it


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